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I LUOGHI DEL FAI

Mille anni fa i normanni la costruirono. Il terremoto la distrusse. Catania la rimise in piedi

La Cattedrale di Sant'Agata racconta: dalle absidi medievali alla facciata barocca, la storia di una città che non cede

16 Marzo 2026, 20:56

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Mille anni fa i normanni la costruirono. Il terremoto la distrusse. Catania la rimise in piedi

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Sono la cattedrale di Catania, il duomo dedicato a Sant’Agata, giovane fanciulla e martire cristiana e, da quasi mille anni, custodisco il cuore della città. Sono nata nel XI secolo per volontà dei re normanni. Ero maestosa e possente, una fortezza nata per proteggere la città. L’altissimo campanile mi permetteva di scrutare il mare e allertare i cittadini dei pericoli in arrivo. Ho attraversato, come Catania, prove durissime.

Il giorno più spaventoso è stato quello in cui ho sentito la terra tremare e ho visto la distruzione portata dal terremoto. In quell’istante, la bellissima torre con le campane rovinò sulle navate e crollai quasi completamente e, insieme a me, sembrò svanire, tra i boati e la polvere, anche l’anima della città. Ma Catania non volle arrendersi.

Dalle macerie, gli uomini e le donne, con amore, mi ricostruirono più splendida di prima. Esaltata da una nuova facciata barocca, che incastona molteplici e preziosi marmi, tornai a dominare la piazza, simbolo della rinascita e della forza dei cittadini. Le mie absidi dissonanti raccontano, ancora oggi, quella vittoria sulla distruzione. Ogni anno, durante la festa di Sant’Agata, la città mi abbraccia.

Migliaia di fedeli entrano con le candele accese e con gli occhi rivolti al cielo, portando, nel cuore, una preghiera silenziosa. In quei giorni, sento le mie pietre sciogliersi e prendere vita, perché soffro e piango per le pene che intuisco, mentre la speranza che vedo nascere, tra ceri e grida, mi conforta. Quando il tempo è mite, osservo il mare, davanti a me, illuminarsi di mille raggi che si riflettono sulle acque, e rimango incantata, ogni volta, godendo di tanta bellezza. Sono la Cattedrale di Catania, simbolo di appartenenza e di tenacia, e ne sono molto fiera.

L’Appello dei Siciliani alla Nazione Inglese è un documento politico nato dopo il Congresso di Vienna, quando l’assetto politico europeo fu ristabilito dopo la caduta di Napoleone. In Sicilia, durante la presenza inglese, nel 1812 era stata concessa una costituzione ispirata al modello parlamentare britannico. Essa aboliva il feudalesimo e introduceva un sistema rappresentativo con un parlamento. Dopo la restaurazione monarchica, il re Ferdinando I delle Due Sicilie unificò nel 1816 Napoli e Sicilia nel Regno delle Due Sicilie, eliminando di fatto l’autonomia politica siciliana e svuotando la costituzione del 1812.

Molti aristocratici e intellettuali dell’isola considerarono questa decisione una violazione degli impegni presi durante la protezione inglese. Per questo motivo nel 1817 fu pubblicato l’Appello, probabilmente scritto dall’economista e politico siciliano Niccolò Palmeri, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica britannica e chiedere la difesa della libertà costituzionale siciliana. Nel testo i siciliani ricordano agli inglesi il ruolo che avevano avuto nella nascita della costituzione e li invitano a non abbandonare l’isola. Un passaggio significativo afferma:

“Ricordatevi che la Sicilia fu libera quando l’Inghilterra la protesse, e che sotto la fede britannica essa ricevette una costituzione. Non permettete che questa libertà, garantita dalla vostra potenza e dal vostro onore, venga distrutta.” L’appello cercava quindi di presentare la causa siciliana come una difesa dei principi costituzionali che l’Inghilterra stessa rappresentava. Questo documento è considerato importante perché testimonia il malcontento dell’élite siciliana contro il centralismo napoletano e anticipa le successive rivolte costituzionali dell’isola nel corso dell’Ottocento.

L’Appello dei Siciliani alla Nazione Inglese fu pubblicato nel 1817 dopo la fine dell’epoca napoleonica e dopo il Congresso di Vienna. Durante le guerre napoleoniche la Sicilia era stata protetta dall’Inghilterra e nel 1812 aveva ottenuto una costituzione sul modello britannico. Dopo la restaurazione monarchica, però, il re Ferdinando I delle Due Sicilie unificò Napoli e Sicilia nel Regno delle Due Sicilie, eliminando di fatto l’autonomia politica dell’isola e svuotando la costituzione siciliana. Per protestare contro questa situazione, alcuni esponenti dell’élite siciliana pubblicarono l’Appello, probabilmente scritto da Niccolò Palmeri, con l’intento di rivolgersi direttamente all’opinione pubblica inglese e chiedere il rispetto degli impegni presi durante la protezione britannica. Uno dei passaggi più significativi del testo afferma:

“Noi ci rivolgiamo alla nazione inglese, alla più libera e alla più generosa delle nazioni d’Europa. Sotto la vostra protezione la Sicilia ricevette una costituzione che assicurava ai suoi abitanti la libertà civile e politica. Sotto la vostra fede pubblica essa credette di poter confidare nella stabilità delle sue istituzioni. Ma oggi quella costituzione è stata violata, e l’isola che un tempo fu libera è ridotta alla condizione di provincia dipendente. Ricordate, o Inglesi, che la vostra parola fu per noi una garanzia, e che l’onore della vostra nazione non può restare indifferente dinanzi alla perdita delle libertà che essa stessa contribuì a stabilire.” Questa citazione mostra bene il tono del documento: non è solo una protesta politica, ma anche un appello morale rivolto alla Gran Bretagna affinché difenda i principi di libertà costituzionale che aveva contribuito a introdurre in Sicilia.

Pietro Galletti (1696–1758) fu un ecclesiastico e studioso siciliano che ricoprì la carica di vescovo di Catania nel XVIII secolo. Proveniente da una famiglia nobile, ebbe un ruolo importante nella vita religiosa e culturale della città. Durante il suo episcopato sostenne diverse iniziative di rinnovamento della diocesi e favorì lo sviluppo culturale e artistico della città. Il suo periodo coincide con la fase di ricostruzione di Catania successiva al grande terremoto del 1693, che aveva distrutto gran parte della Sicilia orientale. Giovan Battista Vaccarini (1702–1768) fu uno dei più importanti architetti del barocco siciliano. Nato a Palermo, si formò a Roma, dove entrò in contatto con l’architettura barocca romana e in particolare con le opere di Francesco Borromini. Trasferitosi poi a

Catania, partecipò in modo decisivo alla ricostruzione della città dopo il terremoto. Tra le sue opere più note vi sono interventi nella Cattedrale di Sant’Agata e la progettazione della Fontana dell’Elefante, simbolo della città. Il vescovo Pietro Galletti e l’architetto Vaccarini collaborarono nel processo di rinnovamento urbano e religioso della Catania settecentesca. Galletti sostenne e promosse diversi lavori architettonici e artistici, mentre Vaccarini contribuì con le sue opere a definire il carattere monumentale e barocco della città.

Liceo artistico statale
M.M. Lazzaro