I LUOGHI DEL FAI
Chi la guarda vede una banca, chi sa leggerla trova la Sicilia intera: la Banca d'Italia di Catania
Brutalismo, arte nascosta, un quartiere perduto sulle mura e una collezione che non conosce il tramonto
Sono un monolite di grigio, nato nel decennio in cui l’architettura smise di chiedere scusa per la propria forza. Non nascondo i segni delle casseforme sulla mia pelle di cemento armato e le mille aperture sono i miei occhi che si posano sulla città; sono onesto come un teorema, rigido come la disciplina che custodisco.
Al mio interno non si contano solo monete, ma si sorveglia il battito dell’economia della nazione. Sono un’estensione dello Stato, una fortezza di numeri e stabilità che osserva Catania col distacco di chi è stato costruito per durare più dei sogni. Eppure, la mia natura di calcestruzzo non è così sorda come appare.
Da qualche tempo, la mia severità ha smesso di essere un muro invalicabile. Chiara Capobianco ha inciso sulla mia epidermide grigia una finestra che non c’era. È un murales che mi ingentilisce, una sorta di tatuaggio colorato che racconta la frenesia di San Berillo, il quartiere che fu sventrato per accogliere anche me. Lì, in quella struttura bidimensionale dove i panni stesi e le vite si intrecciano, l’Etna non è un pericolo, ma una piramide protettiva che abbraccia le case. Grazie a quei colori, ho smesso di essere solo un confine; ora sono un dialogo tra la rigidità del potere e la vertigine della strada.
Ma la mia vera anima è racchiusa dove il sole non arriva. Custodisco un palinsesto di visioni che smentisce la mia freddezza. Nelle mie stanze, il paesaggio siciliano smette di essere cemento e si fa luce pura. Sulle mie pareti si aprono gli orizzonti assoluti di Piero Guccione, dove il mare è una linea che separa l’essere dal non essere, e le zolle di terra di Elio Romano, che sanno di zolfo e di un’agricoltura antica che ha scolpito le colline prima che io nascessi. Porto in me la memoria dei viaggiatori del Settecento, impressa in una stampa dell’Etna che fuma di un’eleganza illuminista, e lo stupore di una Messina del XVII secolo, una veduta così nitida della palazzata e del porto ricco di velieri da sembrare un miraggio del fiammingo Casembrot che i messinesi custodiscono nel loro museo, ma che qui trova un silenzio diverso.
Chi mi guarda da fuori vede una banca centrale, un’autorità di calcestruzzo che non ammette errori. Chi sa leggermi, invece, scopre che la mia imponenza e la rigidità del guscio sono solo un’armatura per proteggere la bellezza che custodisco: quella di un quartiere che danza sulle mie mura e quella di una Sicilia dipinta che, dentro di me, non conoscerà mai l’ombra del tramonto.
Liceo Classico Mario Cutelli