16 marzo 2026 - Aggiornato alle 22:18
×

I LUOGHI DEL FAI

Il GPS si spense sulla lava. Poi una donna gli mise in mano una pietra di fiume

Campanarazzu e il mistero di Misterbianco: il racconto di Erasmo, degli altari che parlano e di Agata che veglia sul pane pietrificato dall'Etna

16 Marzo 2026, 22:01

22:10

Il GPS si spense sulla lava. Poi una donna gli mise in mano una pietra di fiume

Seguici su

Switch to english version

Erasmo non riusciva a crederci. Il suo navigatore satellitare, fino a pochi minuti prima una guida sicura, si era spento di colpo, lasciandolo solo in un paesaggio lunare. Si trovava su una distesa di lava nera, tagliente e desolata, dove l'unica traccia di vita era qualche ciuffo d'erba secca che sfidava l'aridità della roccia e il silenzio interrotto solo dal fruscio del vento e dal suono dei suoi passi. Aveva letto storie su Misterbianco, la città sepolta dalla lava secoli fa, ma trovarsi lì, su quel terreno che nascondeva segreti e dolori, era un'esperienza del tutto diversa. Camminava senza meta, con la speranza di trovare un segnale, un indizio, qualsiasi cosa che lo riportasse alla civiltà. Ma il GPS rimaneva muto, un pezzo di plastica e vetro inutile in quel deserto di pietra.

Fu allora che la vide. «Cerca più a fondo, Erasmo. Il cielo qui non dà risposte, le dà il ventre della terra.» La voce era antica, come il fruscio della seta su un pavimento di pietra. Davanti a lui, una giovane donna, Agata, apparve tra le ombre delle arcate parzialmente scavate. Indossava una lunga gonna che frusciava contro la roccia e un corpetto ricamato che pareva intessuto con la cenere dell'Etna. Gli fece segno di entrare là dove la luce del sole faticava a farsi strada, dove l'aria odorava di incenso spento e calcare umido. Appena i piedi di Erasmo toccarono il pavimento, la chiesa non fu più un rudere, ma un organismo che tornava a respirare.

L’Altare Maggiore emise un gemito di roccia: «Sento i tuoi passi sulla mia schiena. Ho assorbito il calore dell'Etna e l'ho trasformato in memoria. Io sono il vostro archivio di pietra.» Ma non era solo. Lungo la navata, gli Altari Laterali si destarono uno dopo l'altro. L’Altare di Sant'Antonio, coperto di una patina di zolfo, vibrò con una voce che sapeva di cera e vecchie candele: «A me hanno affidato le speranze più umili. Ho visto mani callose di contadini stringersi sulle mie cornici fino a scalfirle. La lava mi ha sigillato proprio mentre chiedevano protezione, eppure la mia pietra è ancora calda della loro fede. Io sono il custode delle preghiere mai esaudite.»

L’ Altare di Sant'Erasmo, rispose con un riverbero metallico, come il suono lontano di catene che tintinnano: «Il mio nome è lo specchio del tuo, ragazzo. Ho vegliato su chi soffriva nel corpo e nello spirito. La lava ha cercato di spegnere la mia luce, ma io ho trasformato il mio dolore in una corazza di roccia. Conservo ancora le visioni di chi, guardandomi, cercava una via d'uscita dal buio del mondo. Io sono la tenacia di chi non si arrende mai al fuoco.»

Infine, l’ Altare della Madonna delle Grazie, dal lato opposto, parlò con un suono di risacca marina: «Io sono l'ultimo ricordo di chi scappava. La lava mi ha colto mentre la comunità tentava di portarmi via, ma sono rimasta qui, prigioniera del fiume di fuoco. Ogni volta che un visitatore si ferma davanti a me, sento il vuoto che hanno lasciato quando sono dovuti fuggire. Io sono la nostalgia di chi ha perso tutto.»

Agata guidò Erasmo verso la base del campanile, laddove le pareti quadrate si perdevano nel soffitto di lava. Improvvisamente, un rintocco sordo, un battito cardiaco di bronzo invisibile, scosse l'aria. «Non cercare il mio cappello tra le nuvole!» esclamò il Campanile, la voce che scendeva dall'alto come una cascata di ghiaia. «Io sono un periscopio al contrario. Una volta chiamavo i fedeli alla preghiera, oggi chiamo i sognatori alla memoria. Sono un ago che ha cucito insieme il mondo di sopra e quello di sotto. Erasmo, il tuo aggeggio cerca satelliti, ma io sono l'unico segnale che non svanisce: io indico dove finisce la terra e dove inizia la vostra anima sepolta.»

Lungo le pareti, gli Altari Laterali iniziarono a parlarsi tra loro in un sussurro frenetico, come vecchi in piazza. «Ti ricordi del fuoco?» diceva uno. «Come dimenticarlo,» rispondeva l'altro, con le venature della pietra che brillavano di un rosso improvviso. Agata si avvicinò a una nicchia «Ti svelo il mio segreto. Quella mattina stavo infornando il pane. Quando la montagna ruggì, la lava entrò dalla finestra, ma non bruciò tutto. Avvolse le forme di pasta lievitata e le pietrificò all'istante». Agata continuò: «Voi cercate le grandi opere, le statue, i nomi dei re, ma la vera anima di Misterbianco è questa: la capacità di restare "morbidi sotto il peso del mondo". Noi siamo rimasti qui perché la lava non ha distrutto la nostra vita; l'ha solo trasformata in un segreto che nessuno può rubare».

Estrasse dalle pieghe del suo abito un piccolo sasso bianco, liscio come una perla di fiume, e lo pose nella mano di Erasmo. «Questo viene dal fiume che scorreva qui prima che la terra diventasse nera. Finché lo terrai con te, sentirai l'odore dei campi di Misterbianco prima del fuoco. È il tuo legame con l'invisibile». Erasmo si ritrovò solo sulla sciara, con il vento che soffiava tra i fichi d'india. Il telefono era di nuovo acceso, segnando un'ora che non era quella del suo orologio. In tasca, però, sentiva il peso di una pietra piccola e fredda, l'unica prova che la donna del passato non era stata un'illusione della stanchezza. Arrivato in piazza iniziò a consultare gli archivi digitali della parrocchia, incrociando i dati con le vecchie mappe dei catasti pre-eruzione. Cercava una famiglia che avesse posseduto una casa vicino alla Chiesa Madre, una donna di nome Agata che vendeva pane. Trovò un nome che ricorreva: «Alessi».

Seguendo una traccia fatta di piccoli indizi, un fregio su un portale, un soprannome tramandato nelle botteghe, arrivò a una piccola via laterale della città nuova. Lì, su una targa d'ottone brunito, leggeva: «Laboratorio d'Arte Alessi». Entrò. L'aria era satura di polvere di gesso e vernice. Un uomo di mezza età, con le mani sporche di bianco, stava modellando la creta. «Cerchi qualcosa, ragazzo?» chiese l'artigiano senza alzare lo sguardo. Erasmo non disse nulla. Si limitò a posare sul tavolo da lavoro il sasso bianco che gli aveva dato Agata. L'uomo si bloccò. Le sue dita rimasero sospese a mezz'aria.

Prese la pietra, la rigirò tra le mani callose e un brivido gli attraversò le spalle: «Dove l'hai presa? Questa... questa non è pietra di oggi. È pietra di fiume. Del nostro fiume, quello che non scorre più da secoli.» «Me l'ha data una donna a Campanarazzu», rispose Erasmo a voce bassa, «Diceva che il bianco non muore mai sotto il nero». L'artigiano sorrise, un sorriso che Erasmo aveva già visto nel ventre della terra. Si alzò e andò nel retro della bottega, tornando con una vecchia scatola di legno. Dentro c'era un ritratto in miniatura, sbiadito dal tempo: era lei, Agata, con lo stesso abito e lo sguardo rivolto verso un punto lontano. «Ogni generazione della mia famiglia», disse l'uomo, «sogna una donna che offre un pezzo di pane o una pietra. Pensavamo fosse una leggenda per non dimenticare chi siamo. Ma tu... tu l'hai vista davvero».

Erasmo uscì dalla bottega mentre la luna sorgeva sopra l'Etna. Ora sapeva che Misterbianco non era divisa in due, ma cucita insieme da fili invisibili. La città di sopra era il corpo, quella di sotto era l'anima; e finché qualcuno avesse continuato a cercare il bianco nel nero, Agata avrebbe continuato a camminare tra le navate di lava. Erasmo ora cammina per le strade di Misterbianco con un peso diverso nelle tasche e un segreto nello sguardo, sapendo che sotto il bitume e il cemento batte ancora un cuore di basalto e memoria. La città invisibile di Campanarazzu ha trovato un nuovo testimone, e Agata può tornare a vegliare sul suo pane di pietra, sapendo di non essere stata dimenticata.

ICS LEONARDO SCIASCIA