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La storia

La disobbedienza come simbolo di rivolta pacifica e sognante: il carro allegorico dell'acese Matteo Raciti scuote Viareggio

La sua opera, dal titolo "Non scendo più", è valsa al giovane la promozione in Prima categoria. L'intervista comincia dai primi passi nella città di Acireale

17 Marzo 2026, 10:39

10:40

La disobbedienza come simbolo di rivolta pacifica e sognante: il carro allegorico dell'acese Matteo Raciti scuote Viareggio

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In un mondo che cerca disperatamente di piegarci alla sua volontà, restare fedeli a se stessi diventa un gesto eroico, quasi rivoluzionario. Un atto di coraggio quotidiano che Matteo Raciti ha deciso di celebrare con «Non scendo più», il carro allegorico con cui quest'anno ha partecipato al Carnevale di Viareggio, conquistando la promozione in Prima Categoria, frutto di un lavoro instancabile e di una visione artistica capace di intrecciare poesia, impegno civile e leggerezza.

Una grande soddisfazione e un meritato traguardo per l'artista acese, che ha mosso i primi passi proprio nelle botteghe e nei cantieri dello storico carnevale siciliano, per poi approdare in Toscana con una laurea in Architettura e una solida esperienza alle spalle, in una città che lo ha accolto e gli ha permesso di dare piena voce alla sua creatività.

"Ho già in mente l'idea per l'anno prossimo – racconta Matteo –, ma per ora voglio godermi tutta la gioia di questi giorni. Questi dieci anni trascorsi a Viareggio sono stati intensi e faticosi, ma incredibilmente belli, perché qui ho potuto inseguire e realizzare tutti i miei sogni."

Tema centrale della sua opera è la disobbedienza, raccontata attraverso le pagine de “Il barone rampante” di Italo Calvino. Il suo carro, però, non è un semplice omaggio letterario.
«È un invito a praticare una rivolta pacifica e sognante, a resistere in una società piena di ingiustizie e disumanità. Tra rami intrecciati e libri sospesi, prende vita la figura di Cosimo Piovasco di Rondò, giovane nobile ligure che, dopo un acceso litigio familiare, decide di arrampicarsi su un albero e non scendere mai più. Un gesto di libertà estrema, che gli consente di osservare il mondo da una prospettiva nuova, senza mai tradire se stesso. Così come Cosimo, indomabile ribelle, anche noi siamo chiamati a riflettere sulla possibilità di vivere un'esistenza autentica, anche a costo di andare controcorrente. È un discorso che potrebbe sembrare individuale, ma che, dati i tempi che viviamo, diventa collettivo. In un'epoca in cui la libertà è continuamente messa in discussione, c'è più che mai bisogno di disobbedienza civile e del coraggio di opporsi a un sistema dominato dal capitalismo, a guerre crudeli e insensate e alla strumentalizzazione di ideali e valori».

L’albero su cui sale Cosimo risveglia ricordi legati alla sua infanzia?
«Nei miei carri cerco sempre di lasciare qualche traccia della mia vita. Da bambino trascorrevo le estati tra Santa Venerina e Stazzo, divertendomi a costruire case sugli alberi di avocado ed eucalipto piantati da mio nonno, rifugi perfetti per giocare e lasciare correre libera l'immaginazione».

Da una parte la Sicilia, dall’altra la Toscana, in che modo queste due terre hanno plasmato il suo percorso artistico?
«Acireale è stata la culla dei miei sogni. Avevo solo cinque anni, ma ricordo come fosse ieri quel pomeriggio in cui mia madre mi portò a vedere uno spettacolo di pupi siciliani. È grazie a quel mondo fatto di legno e magia che è nato il mio sconfinato amore per il teatro di figura, le marionette e i burattini. Viareggio, invece, mi ha dato l'opportunità di trasformare quella passione in un vero mestiere. Qui l'arte dei carri non è solo tradizione, ma libertà e sperimentazione, e le competenze apprese nelle botteghe possono vivere e respirare ben oltre le sfilate. Due luoghi che rappresentano, quindi, i poli fondamentali della mia storia, uniti da un filo invisibile che attraversa il tempo. Lo stesso filo che da bambino mi faceva sedere sul pavimento di casa a sfogliare le riviste del Carnevale di Viareggio e a costruire piccoli carri di carta stagnola, Das e cartapesta, e che ancora oggi continua a muovere i miei sogni e a nutrire la mia fantasia».