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20 marzo 2026 - Aggiornato alle 19:04
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l'intervista

Antonio Recca, “Il silenzio del gesto” e i “Cromatismi” poetici al GAM di Catania

Viaggio sensoriale nella geografia interiore dell'artista: cinquanta opere tra paesaggi etnei e un reading (fino al 12 aprile 2026, ingresso libero)

20 Marzo 2026, 18:46

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Antonio Recca, “Il silenzio del gesto” e i “Cromatismi” poetici al GAM di Catania

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Il silenzio del gesto. Nel punto esatto in cui mi perdo comincio a sentire”, è il titolo della mostra di Antonio Recca (nella foto di Renato Zacchia), a cura di Giacomo Fanale, accolta fino alla prossima domenica, 12 aprile 2026, dalla Galleria d’Arte Moderna (GAM) di Catania, in co-organizzazione col Comune di Catania (visite dal martedì alla domenica, dalle ore 10 alle ore 3 e dalle ore 17 alle ore 20, ingresso libero). In rassegna cinquanta opere, realizzate dal 2009 ad oggi, dalle quali emerge nitidamente la geografia interiore dell’artista che dona una lettura poetica, “visionaria e intima”, dei paesaggi etnei. Alla poesia, limpida lente del mondo, è dedicato, sempre al GAM, nell’ambito della citata mostra, un reading, “Cromatismi”, che si terrà lunedì 30 marzo 2026, alle ore 18.30, e che vedrà la partecipazione di alcune voci: Maria Attanasio, Sebastiano Burgaretta, Pietro Cagni, Enzo Cannizzo, Miguel Ángel Cuevas, Iolanda Cuscunà e Giulio Di Dio. «Pensiamo - dichiara Giovanni Miraglia -, che anche nell’ambito della dimensione cromatica la pittura di Antonio Recca giunga all’incontro di taluni cromatismi poetici. Tanto è vero che è stato lo stesso artista a realizzare, nell’ambito di questa sua mostra, dei pilastri sui quali possono leggersi poesie di diversi poeti. Una sorta di “cammino di versi” che si snoda attraverso le sue opere».

-Parliamo, a partire dal titolo, della sua personale “Il silenzio del gesto”: quali le peculiarità artistiche e propositive (anche, o soprattutto, in termini di messaggi da lasciare agli astanti)? 

«“Il Silenzio del gesto Nel punto esatto in cui mi perdo comincio a sentire” è un attraversamento emotivo e sensoriale un viaggio senza meta ne ritorno, dove l’astrazione si fa geografia interiore e ogni macchia è un luogo che non ha un nome. E qui l’artista scompare, lasciando spazio a chi guarda».

-Nella sua postfazione (in versi) leggiamo di un “paesaggio” che abita in lei da sempre, un “paesaggio” che si schiude tra ciò che vede e ciò che sente. A tal proposito, domandiamo: nella sua arte come si coniugano ciò che è stato vissuto e ciò che è stato immaginato? Ancora, come si “edificano” configurazioni, senso, percezioni, addentro l’osservazione del mondo?

«Il mio lavoro procede per stratificazione e sottrazione, come se il colore fosse un pensiero che si scioglie sulla superficie. Comincio con un gesto, una linea, un colore che spinge, poi qualcosa cede, e io mi perdo. E lì che succede quando smetto di cercare un significato e comincio a sentire. I paesaggi che emergono non li conosco. Non li ho mai visti. Ma so che mi appartengono. Forse non sono altro che mappe di ciò che non riesco a dire».

-Pensando all’imminente reading poetico, vogliamo parlare dell’accostamento arte-poesia? Ovvero dell’accostamento tra due linguaggi che mirano all’introspezione, alla comprensione dell’esserci, dando voce all'inesprimibile e (nei casi più riusciti) rendendo visibile l'invisibile?

«Mi sono sempre nutrito di poesia e musica. Negli ultimi anni ho letto diversi libri di poeti amici che mi hanno affascinato e che mi hanno illuminato la strada verso la consapevolezza. In fondo pittura e poesia hanno sempre avuto una relazione di armonia e reciproco nutrimento».

-Com’è nata la sua passione per l’arte? Esiste un aneddoto che vuole raccontarci?

«Fin da ragazzo sono stato attratto da colori e pennelli, avendo frequentato l’atelier di mio cugino Giovanni Recca, bravissimo scultore e ceramista che mi insegnò a disegnare e a modellare l’argilla; e che mi consigliò di iscrivermi all’istituto d’arte nella sezione scultura, dove insegnavano i Maestri Tudisco, Petralia, Giuffrida, Brancato. Che mi fecero abbracciare l’arte».

-Dagli esordi ad oggi, verso quali mete si è diretto o vorrebbe si dirigesse il suo “cammino” artistico?

«Non mi sono mai prefisso delle mete o dei traguardi da raggiungere, sono stato abbastanza libero nelle mie scelte. Vivo il presente consapevole che il mio percorso non è altro che una continua ricerca, che potrà portarmi verso territori sconosciuti».

-Potendola definire, ci dice qual è la sua poetica pittorica e da “cosa” è animata?  Dovendo scegliere tra le sue opere, qual è quella dalla quale si sente meglio rappresentato (quella che “disegna” al meglio la sua “poetica”), quale sceglierebbe (e per quali ragioni)? Qual è il “colore” che sposa meglio (o vorrebbe sposasse) la sua interiorità?

«Aprire nuovi meccanismi di visione offrendo paesaggi visionari e intimi. Dovendo scegliere tra le mie opere, sceglierei le carte dove mi sento più rappresentato, più intimo, più lirico. Il blu è il colore che prediligo, perché ritengo sia il più vicino al canto dell’anima, che una volta inteso, non si dimentica mai».

-Esiste un’opera (di altri artisti) nella quale ama “rifugiarsi”? Se sì, ci dice qual è? Ci racconta per quali ragioni, con “quali” emozioni?

«Tante opere, di tanti artisti. Adoro il lavoro di Afro e Zao Wou Ki, ma se dovessi scegliere un’opera nella quale rifugiarmi, sceglierei l’Estasi di S. Teresa d’Avila di Gian Lorenzo Bernini. Mi fa perdere i sensi, starei delle ore a guardarla, torno spesso a rivederla. E ogni volta si rinnova in me una dolcezza infinita».

-Oggigiorno quali sono (o dovrebbero essere): funzione dell’arte e responsabilità dell’artista?

«La funzione dell’arte? Illuminare il cammino di questa esistenza, far progredire l’uomo sulla strada della moralità e procurargli visioni elevate».

-Qual è stato ad oggi il più grande insegnamento ricevuto in dono dall’arte?

«Mi ha salvato la vita, mi ha insegnato l’arte dell’ascolto. E mi ha reso quello che sono».