L'incontro
La bellezza calva: da D'Annunzio a Marinetti, il ritorno della tradizione provocatoria tra Guerri e Sylos Labin
Il dialogo tra lo scrittore e l'attore nello spazio del Ridotto del Teatro Verga, all’interno dello Stabile di Catania
“La Bellezza del futuro prossimo sarà calva”. Così chiosava d’Annunzio dal suo esilio francese su una “Crosta atlantica”, un mordente di spirito rivolto a una gentildonna un po' troppo audace che gli chiedeva conto della sua “Nobile calvizie”. Da un’Italia che langue in un’eterna convalescenza, la rinascita culturale fiorisce dal capo alto e nudo di Giordano Bruno Guerri e Edoardo Sylos Labini che si trasfigura in humus fertile e linfa vitale, scrostando via le macerie opache e inerti di deformazioni prospettiche accumulate e stratificate da più di cento anni, dando vita a un becero brutalismo di dissennatezza. Nel prezioso spazio del Ridotto del Teatro Verga, posto all’interno dello Stabile di Catania, ha avuto luogo l’incontro Da D’Annunzio a Marinetti – Gli Inimitabili del 900. Un dialogo destinato a rimanere memorabile nella storia culturale della nostra città, quello tra il presidente del Vittoriale degli Italiani, ospite e custode illuminato del “Libro di pietre vive”, come amava definire il poeta la sua ultima dimora, e l’attore di Pomezia, paladino contemporaneo della Tradizione che ha presentato il suo ultimo spettacolo Gabriele d’Annunzio – Una Vita Inimitabile, con le musiche del Maestro Sergio Colicchio, la Drammaturgia di Angelo Crespi, le installazioni di Marco Lodola e la voce di Stella Gasparri. In scena alla Sala Futura di via Macallè 3 dal 27 al 29 marzo.
Professor Guerri, cosa sopravvive della Tradizione nel mondo dannunziano oggi?
“Non c’è Tradizione nel mondo dannunziano, d’Annunzio ha dei valori, dei temi e degli interessi che spaziano in ogni epoca e in ogni tempo, tranne alcuni che oggi sono superati, come ad esempio la guerra, almeno così speravamo. Io dico sempre: d’Annunzio è vivo e lotta insieme a noi, perché il mio sforzo è di attualizzarlo e dimostrare che è tutt’altro che decadente, lui fu un anticipatore e un modernizzatore e c’è riuscito in ogni cosa; dai rapporti sentimentali e personali, creando quella libertà di comportamento che nell’Ottocento non c’era e per questo veniva condannato, lo stesso per il suo vizio di spendere molto che la borghesia piccina e provinciale dell’Italia dell’epoca guardava con orrore e che invece nel mondo globalizzato di oggi è il nostro comportamento.”
In una dimensione metastorica perennialista quanto il Panismo e il culto della Bellezza rimarranno nei secoli?
“Beh rimarranno per sempre, perché la bellezza fa parte della natura del Sapiens che già quarantamila anni fa suonava il flauto, come hanno dimostrato alcuni reperti, dipingeva capolavori nelle grotte e questa è una delle caratteristiche che ci distingue dagli altri animali, proprio cercare la bellezza, su questo non ho alcun dubbio; cambierà il concetto di bellezza ma rimarrà l’ideale.

A proposito di ideale: d’Annunzio è riuscito a creare un capolavoro risolvendo nella pagina e nella vita l’ideale estetico dell’Arte per l’Arte, nella sua ricerca al Vittoriale c’è un aspetto che ancora la stupisce di questa sua Vita Inimitabile?
“Mi stupisce e mi incanta, la sua capacità di portare l’arte nella vita e la vita nell’arte, in realtà il suo capolavoro è la sua biografia, un uomo eccezionale, un genio rinascimentale piombato fra Ottocento e Novecento capace di essere un grande poeta, un grande scrittore, un grande drammaturgo, un grande seduttore, un grande guerriero e persino un grande legislatore con la Carta del Carnaro".
Fiume fu un laboratorio politico e artistico unico con d’Annunzio come poeta al comando di una società di artisti ed eroi, ha anticipato tendenze e riti della politica moderna, in che modo Fiume ha influenzato l’Italia odierna?
“Beh l’ha influenzata con l’esempio: dimostrando che la vita va presa con gioia, con entusiasmo, e che la politica non è necessariamente noiosa, purtroppo come spesso accade gli esempi non vengono seguiti, ma Fiume rimane come una prova che è possibile un’altra realtà, è l’esempio della Fantasia al potere”.
La pubblicazione della sua ultima silloge poetica, Dolci le mie parole, contiene una dicotomia essenziale tra il Tutto e il Nulla che connota la complessità della figura del Vate e che i colleghi di Pangea hanno acutamente rilevato. Iscrivendola all’interno di un quadrato e ponendo un pendolo che oscilla tra le due estremità, d’Annunzio è un metamorfo che si trasfigura in uno dei suoi levrieri morti, che rode le sue stesse ossa come il “Cane del suo Nulla” o è un toro che lei ha afferrato per le corna da un sostrato di nefandezze e di cui “Udiremo la sua voce”? D’Annunzio è tutto questo, è una personalità multiforme capace di entusiasmi infantili come delle tristezze più profonde, è un uomo profondamente complesso che della vita ha goduto tutto e ha avuto tutto, a me piacciono le parole che un giornale di Parigi scrisse quando morì: “E’ morto un uomo che non solo ha realizzato tutti i propri sogni ma ha saputo farli sognare agli altri uomini”.
Con l’esordio dell’intelligenza artificiale possiamo informare l’algoritmo veicolando processi lavorativi complessi, come utilizzerebbe d’Annunzio l’IA oggi?
“Utilizzarla al meglio, questo è il nostro problema. L’intelligenza artificiale in realtà è stupidissima, se non la si usa bene non funziona. Le racconto una cosa buffa: noi l’anno scorso facemmo un ologramma di d’Annunzio a grandezza naturale, che parla con la sua voce, che conosce tutte le sue opere e potrebbe fare da guida al Vittoriale navigando velocissimo nel web rispondendo a qualsiasi domanda, anche di attualità. Ci siamo accorti, e per questo io l’ho ritirato che lo hanno nutrito con un’intelligenza artificiale politicamente corretta per non disturbare nessuno, un atteggiamento che non appartiene a d’Annunzio, adesso la stiamo riprogrammando per togliergli questo vizio per liberarlo e liberare anche gli altri. Edoardo Sylos Labini: “Il verso è tutto”, il verbo dunque è Tradizione suprema, segno, immagine e simbolo. Tu sei un custode della parola, in un articolo scrivesti: “Su Guido Keller e gli eroi di Fiume bisogna fare film, spettacoli e canzoni, questo è il nuovo immaginario che chiediamo”.
Oggi ho fatto un post sui social, ho messo la mia foto di una prova costumi di un film che io avrei dovuto girare, dopo aver letto la sceneggiatura ho rifiutato il ruolo, perché è vero che bisogna ricreare l’immaginario ma poi bisogna saperli raccontare davvero bene questi personaggi, invece quando si racconta il 900 lo si fa sempre con pregiudizio ideologico, quindi il ruolo dell’immaginario è raccontarli senza farne un santino ma senza nemmeno denigrarli, io ho rifiutato questo ruolo perché d’Annunzio sembrava una macchietta. Attraverso CulturaIdentità promuovi la cultura italiana, quanto è fondamentale oggi una battaglia per difendere la figura di d’Annunzio e Marinetti? E’ basilare perché loro hanno condotto delle battaglie patriottiche e culturali, erano patrioti della cultura e nel mondo globalizzato cancellare le identità singole, non soltanto delle nazioni ma anche delle città e piccole comunità, è un rischio che il mondo globalizzato ha, infatti c’è la visione globalista che è tracciata da un mondo culturale politico e la visione identitaria che è abbracciata da un mondo altro, quello cognitivo culturale, una contrapposizione che sta al di fuori degli schemi di destra o sinistra, però poi la sinistra sposa la visione globalista mentre la destra quella identitaria.” Qual è l’elemento tradizionale che oggi manca all’arte e che i due poeti possedevano? “Quello di osare e provocare ed essere popolari anche quando trasmettevano un messaggio colto. Manca la provocazione; c’è un grande conformismo nell’arte e nella cultura, manca la rottura degli schemi, essere per la Tradizione non vuol dire non rompere gli schemi, al contrario, oggi essere avanguardia vuol dire recuperare e raccontare in modo pop le nostre radici”.

Cosa resta oggi dell’idea di Nazione e Tradizione considerando due figure così legate all’amor patrio?
Bisognerebbe fare di più soprattutto sul Futurismo, con d’Annunzio e il Vittoriale è stato fatto un grande lavoro grazie a Guerri che lo ha risorto con uno splendido restauro rendendolo uno dei luoghi più amati e visitati d’Italia, ma sul Futurismo manca uno spazio permanente, serve uno spazio che racconti quella che fu la corrente più importante del mondo dopo il rinascimento”
Dopo aver portato in scena la vita del Vate, quale aspetto del suo essere un innovatore credi sia più urgente riscoprire e insegnare ai giovani?
“Quella di approfondire e di non fermarsi al qualunquismo militante. Ho visto anche in occasione di queste ultime elezioni un qualunquismo dilagante anche da parte dei giovani, risultato di alcuni cattivi maestri, d’Annunzio insegna a osare sempre, a credere alle proprie idee e a non accettare compromessi.”
Se l’inizio del 900 è un teatro, d’Annunzio e Marinetti non ne sono l’architetto e il demolitore (pars costruens e pars destruens), ma i due protagonisti principali della stessa turbolenta recita. Rivali sul palcoscenico della politica e dell’arte, complici nel far esplodere i vecchi schemi, restano indissolubilmente legati: entrambi figli, consapevoli o meno, della stessa cultura italiana che non ha mai smesso di essere banderuola tra il culto del passato e la folle corsa verso il futuro.