Fotografia
La New York che sorprende il visitatore con i suoi contrasti in bianco e nero
Carmelo Nicosia racconta la Grande Mela nell'arco di tempo che va dal 2010 al 2020
La fotografia in bianco e nero, a volte richiama il passato, l’infanzia delle nostre generazioni, quelle foto spiegazzate conservate nel portafogli o in un cassetto della memoria storica. Per altri, rappresenta una vera e propria opera d’arte. È il caso di Carmelo Nicosia, il cui bianco e nero da fotografia si trasforma prima in processo evolutivo dello sguardo umano e, soltanto dopo, in opera d’arte.
Un cammino non facile se pensiamo che Nicosia, nell'arco di 10 anni che vanno dal 2010 al 2020, ha posato il proprio obiettivo su una New York City sempre diversa. La città dai mille colori (?), dai mille contrasti, dalle mille sorprese, viene così rappresentata in una veste più cruda. In bianco e nero, appunto.
The Kaleidoscope New York 2010-2020 (Silvana Editoriale), restituisce al lettore, nei suoi scatti, una New York che, spesso e volentieri, rimane nascosta all’occhio del turista. È una città più intima, la cui immagine certe volte ti arriva come un pugno dritto nello stomaco. Se la volessimo buttare in musica, dovremmo dimenticare la New York, New York di Liza Minnelli o quella romantica e cartonata di Alicia Keys, per proiettarci su una visione più «acida», più affine al sax di Charlie Parker o alla tromba del primo Miles Davis. Quella New York «dipinta» alla perfezione da Enrico Rava, primo jazzista italiano a stabilirsi nella Grande Mela negli anni Sessanta.
«Cecyl Taylor a quell'epoca lavorava come commesso in una libreria, Kenny Dohram, uno dei più grandi trombettisti, lavorava da Giardinelli, un negozio di strumenti musicali. Roswell Rudd, il padre di tutti i trombonisti moderni, con cui ho suonato moltissimo, faceva il tassista. Anche Pete La Roca, grandissimo batterista di Sonny Rollins, faceva il tassista» (Giorgio Nurisso, Salvatore Audino: “Loft music. Suoni e dissonanze nella Downtown di New York”, tre volumi, CNI Compagnia Nuove Indye).
Spiega Nicosia: «...Con Robert Frank e Jack Kerouac sotto il cuscino, a New York arrivi accarezzato dall’acqua e dalla luce, un’epifania per lo sguardo, un’altra faccia della luce mediterranea madre di tutte le culture…». Ed ecco che quel caleidoscopio di emozioni si apre su una Statua della Libertà riflessa, leggermente mossa, come se l’aria intorno la volesse inghiottire. È il biglietto da visita di un viaggio che dura oltre 140 pagine, dove l’immagine spiega più della parola, dove l’oblò di Carmelo Nicosia si allarga magicamente (“Oblò”, guarda caso, è il titolo del precedente volume del fotografo), su una città che non ha bisogno di effetti speciali ma che è capace di affetti speciali. E dove gli orizzonti mentali e materiali di Carmelo Nicosia sembrano superare quella linea d’ombra di conradiana memoria regalandoci una città «maggiorenne» che cerca disperatamente di rimanere appesa ad un fanciullesco stupore. Lo stupore di Carmelo Nicosia per il viaggio, per la sorpresa.
Ed è per questo, forse, che Filippo Maggia cita maestri come William Klein e Garry Winogrand per spiegare il tuffo di Carmelo in una metropoli «dal mosso che ne simboleggia pragmaticamente il ritmo incalzante, contribuendo a creare una sorta di fermento elettrico che pervade ogni cosa».

New York è la città dai contrasti forti, dove il bianco è bianco e il nero è nero, dove non esistono colori «di mezzo», dove l’arcobaleno non trova spazio tra le vie di fuga dei grattacieli.
E se pensiamo (dati recentissimi) che nel 2025 New York City ha accolto 65 milioni di visitatori con una previsione di crescita per il 2026 del 5,5%, rimane indubbia la fascinazione prodotta da questa città che è un mondo a sé stante. E Carmelo Nicosia, nell’arco di un decennio, la osserva, la mastica, la digerisce, e ce la restituisce con tutte le sue contraddizioni.
Che siano spicchi di opere d’arte, strade traboccanti di traffico, Apple Store, il Memoriale dell’11 Settembre, i riflessi del sole sugli skyscrapers, manager, turisti, Starbucks, bambini curiosi e teneri abbracci, sembra di venire risucchiati in un sogno senza fine (ma è poi vero che sogniamo in bianco e nero?). Che sia Natale o una normale giornata delle 365 che compongono l’anno, le luci di New York si fanno opera d’arte.
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«L’ombra - scrive Selina Azzoaglio - sia che venga intesa a livello psicologico, sia fisico, ci fa sempre compagnia. La diamo per scontata, ma in realtà la sua non visione potrebbe farci inquietare. Cos’è l’uomo senza la sua ombra? È un essere incompleto sia che si intendano le ombre psicologiche che lo caratterizzano e che non potrebbero esistere se non ci fosse la luce, sia che si intenda l’ombra come riflesso della nostra figura fisica».