IL LIBRO
Alessio Arena torna in libreria con "Il Principe è in Casa"
La dodicesima opera dello scrittore palermitano, arricchita dalla prefazione di Stefano Piacenti e dai disegni di Mattia Pirandello.
"Il Principe è in Casa" è il dodicesimo libro di Alessio Arena, appena pubblicato da Bulzoni ("Biblioteca di Cultura"). Un atto unico che vanta la prefazione di Stefano Piacenti e il corredo artistico (copertina e bozzetti) di Mattia Pirandello. Alessio Arena (Palermo, 1996), scrittore e studioso di teatro e discipline dello spettacolo, ha insegnato presso università e istituti in Italia e all’estero. tra i quali l’Universidad Nacional de Rosario, l’Universidade de São Paulo, l’Universidad Nacional del Litoral, l’Universidad Autónoma de Entre Ríos, la Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti” (Milano) e l’Università di Foggia. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università di Verona in cotutela con l’Université Sorbonne Nouvelle. I suoi interessi di ricerca comprendono il teatro italiano contemporaneo. Ha ricevuto premi e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale per il suo lavoro letterario e accademico. Ha pubblicato numerosi libri, tra cui sei raccolte di poesie, tre saggi sul teatro e un testo teatrale. Alcune sue opere sono state tradotte in spagnolo, arabo e inglese.
Com'è nata l'idea de 'Il Principe in Casa'? Quando hai deciso di metterti a scrivere e dare forma alle idee per questo atto unico?
«Ho iniziato a scrivere questo testo già due anni fa. Come mi è capitato con altre opere, i personaggi arrivano quasi all’improvviso: sento il bisogno viscerale di dar loro vita, forma e, soprattutto, voce. È accaduto lo stesso con il protagonista, un principe nato dalla mia immaginazione che ho scelto di chiamare Ruggero, un nome profondamente siciliano. Volevo che fosse un personaggio 'vero', come la protagonista senza nome del mio monologo La Vena Verde. Pur non essendo reale, Ruggero doveva possedere la concretezza degli incontri che facciamo ogni giorno, capace di dividere il pubblico e di suscitare reazioni contrastanti. Lo volevo 'umano, troppo umano': una creatura fragile, un uomo che non ha avuto il coraggio di vivere ma che, paradossalmente, lo ha fatto compiendo una scelta d’amore inusuale ma umanissima: l'amore per una casa. Tutto è partito da questo personaggio che sentivo dentro e che ho voluto, pian piano, costruire sulla carta. Tra l'altro, la casa per noi siciliani è una parte essenziale della vita: tutto ruota intorno a essa. Io stesso sono molto legato ai luoghi in cui vivo, e pur vivendo lontano dalla Sicilia da anni, ogni volta che ho dovuto traslocare l'ho fatto a malincuore. Come scrivo nel libro, i luoghi non hanno altro da fare che aspettarci. Forse è proprio questo a renderli insostituibili: la certezza che le case siano sempre lì ad accoglierci. Sappiamo che non se ne andranno, che le ritroveremo pronte a consolarci nei momenti di tristezza o a partecipare alle nostre gioie. Sono un punto di riferimento, un pilastro incrollabile. Volevo assolutamente raccontare questo sentire così profondo e, forse, tipicamente siciliano».
In questo progetto la Sicilia è protagonista assoluta, anche attraverso le sue pagine più oscure e i momenti difficili che abbiamo vissuto. Immagino, quindi, che dietro questo lavoro ci sia stata un'importante ricerca storica per ricostruire quegli eventi.
«Come storico del teatro e contemporaneista, la ricerca metodologica è alla base di ogni mio lavoro. Conosco approfonditamente il Novecento e, anche quando mi dedico alla scrittura creativa, non posso prescindere dal contesto storico. Pur essendo una storia d’invenzione, ho voluto che sullo sfondo emergessero pagine cruciali della nostra storia. Raccontare la Sicilia del secondo Novecento significa celebrarne la luce e la nostalgia, ma sarebbe stato ipocrita ignorare le ombre e le stragi di mafia. Questi elementi formano il tessuto su cui si muove il protagonista: Ruggero ricorda ciò che ha visto e sentito, ma lo fa da spettatore. Pur sapendo dare un nome alle cose, la sua visione è filtrata dalla 'gabbia dorata' in cui è rimasto chiuso, una posizione privilegiata che riflette il suo mancato coraggio di vivere in prima persona».
Cosa ti auguri che trasmetta 'Il Principe in Casa' una volta portato sulla scena? Quale impatto speri che abbia sul pubblico?
«Confermo la mia assoluta disponibilità nel caso si presentasse l'opportunità di una produzione teatrale, come già avvenuto in passato per il mio libro 'La Vena Verde'. Come specificato fin dall'introduzione, sarei lieto di sostenere un progetto che scelga di discostarsi dalle mie ipotesi di messa in scena. Sebbene nel testo siano presenti didascalie e suggerimenti dinamici, ritengo fondamentale distinguere il ruolo dell'autore da quello del regista. Come docente di discipline dello spettacolo, insegno ai miei studenti che l'ultima parola spetta alla regia: pertanto, garantisco il massimo rispetto per le scelte della produzione, anche qualora differissero dalla mia visione originale. Auspico che il testo possa arrivare presto sulle scene e sarò felice di collaborare alla sua riuscita».
Qual è lo stato di salute del teatro siciliano?
«Ritengo che la situazione sia ottima. La Sicilia ha sempre generato talenti straordinari in ambito teatrale: autori, interpreti, registi e professionisti del dietro le quinte come scenografi e costumisti. Questo momento storico è, da un punto di vista creativo, estremamente prospero: abbiamo artisti di altissima qualità che si distinguono a livello nazionale e internazionale, spesso emergendo grazie a una felice contaminazione con il cinema. Molti attori, infatti, si formano sulle assi del palcoscenico per poi riscuotere successo sul grande schermo. Lo stato di salute del teatro siciliano è innegabile. Certamente, come in tutto il Paese, servirebbe una maggiore attenzione strutturale, ma c'è un dato oggettivo che rincuora: dopo la pandemia, le sale sono tornate a riempirsi. La risposta del pubblico è la prova regina di questa vitalità; la gente ha bisogno di teatro, anche e soprattutto in Sicilia. L'ho sperimentato personalmente con "La Vena Verde": vedere le sale piene e percepire l'interesse costante è un segnale eccellente. Certo, chi sceglie di vivere di arte fa sempre fatica, ma ne vale la pena. Il mio è un messaggio positivo: vale la pena investire in Sicilia per ciò che questa terra ha dato e continua a dare alla cultura, e per l'affetto e la considerazione che il pubblico siciliano sa restituire. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno interessante: un pubblico sempre più giovane si sta avvicinando a questo mondo. Se un tempo il teatro era percepito come un passatempo per la terza età, oggi i ragazzi ne stanno riscoprendo la forza intrinseca. Posso confermarlo nella mia triplice veste di studioso, autore e docente. Ho avuto il piacere di vedere moltissimi giovani tra il pubblico del mio precedente spettacolo, "La Grande Macià Musicale", prodotto dal Teatro Biondo con la regia di Manuela Giordano. Inoltre, come professore, osservo quotidianamente l'entusiasmo degli studenti che si iscrivono ai corsi per diventare registi, attori o per approfondire la storia del teatro. Questo interesse altissimo ci dà speranza e conferma che il teatro è un'arte millenaria che, dalle sue origini greche, mantiene intatto il suo vigore. Nel corso della storia hanno provato più volte a darlo per morto: si temeva che l'avvento del cinema avrebbe portato alla chiusura dei teatri, e invece oggi assistiamo a un paradosso. Mentre il teatro gode di sale piene, è proprio il cinema a soffrire di più; lo dico con rammarico, da studioso e insegnante di storia del cinema, ma è un dato che sottolinea l'unicità e l'immortalità dell'esperienza teatrale dal vivo».