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5 aprile 2026 - Aggiornato alle 18:55
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MUSICA

Nu-Jazz e radici siciliane: Chicco Allotta presenta “Segundagenie”, la sua “Seconda Genesi” musicale

Il 10 e 11 aprile i concerti di presentazione del disco nato all'ombra dei club londinesi ma con il cuore sempre rivolto a Trapani.

05 Aprile 2026, 16:19

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Nu-Jazz e radici siciliane: Chicco Allotta presenta "Segundagenie", la sua "Seconda Genesi" musicale.

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Dal 10 aprile sarà disponibile “Segundagenie”, il nuovo album di Chicco Allotta and The Groovers dal quale è estratto il singolo in radio “Jungle ciuri 2.0”. L'album sarà presentato dal vivo il 10 aprile a Trapani e l'11 aprile a Trecastagni (Ct).  “Segundagenie” è l'album di debutto di Chicco Allotta, tastierista siciliano degli Incognito residente a Londra, sotto l'etichetta Trp Music. Il disco propone un sound Nu-Jazz che fonde elementi Ethno, Jazz e Fusion, mantenendo un legame profondo con le radici siciliane dell'artista. L'album include sei brani originali scritti interamente da Allotta, con l'unica eccezione di una reinterpretazione del classico tradizionale siciliano Vitti 'na crozza. Chicco Allotta (voce e tastiere) è stato accompagnato nelle registrazioni da una band di alto profilo composta da Massimiliano Laganà al basso, Luca Barbato alla batteria e Luca Meneghello alla chitarra.

 

«Sono un musicista attivo dalla metà degli anni '80 – spiega Chicco Allotta -la mia storia parte da Trapani, la città dove sono nato e cresciuto, per poi snodarsi attraverso lunghi viaggi e un ritorno alle origini, fino alla svolta decisiva nel 2014 con il trasferimento a Londra. Dopo decenni di collaborazioni ed esperienze diverse, ho sentito l’esigenza di raccontare questo percorso personale. Alla soglia dei 58 anni, presento un EP autoprodotto nato dalla sinergia con i talentuosi ragazzi di TRP Music di Catania. Il progetto, non a caso intitolato 'Seconda Genesi', è la sintesi del mio viaggio: una raccolta che unisce frammenti del mio passato a brani nati negli ultimi dodici anni di vita londinese».

All'interno di questo progetto troviamo anche un brano "Padre Figlio". Come nasce questa idea di voler raccontare?

«Tutto è nato da una jam session nel mio appartamento a Londra, tra me e mio figlio Joe Allotta. Joe è un batterista attivo con una sua carriera avviata, un disco solista e diversi EP alle spalle. Eravamo nel mio studio domestico e, quasi per gioco, è venuta fuori l'idea per questo progetto: uno scambio spontaneo tra padre e figlio che si è trasformato in musica. Mi chiedono spesso se sia stato io a trasmettergli l’amore per la musica. Credo sia stato l'ambiente in cui è cresciuto a fare la differenza: Joe ha iniziato a suonare prestissimo, a soli cinque anni accompagnava già un brano dall’inizio alla fine. Casa mia, a Trapani, è sempre stata un punto di ritrovo per tantissimi artisti che arrivavano anche da altre province. All'epoca il clima era diverso: su cento amici, venti erano musicisti. Ma parlo di musicisti veri, persone che avevano voglia di chiudersi in un garage per creare qualcosa insieme, non dei 'musicisti da YouTube' a cui siamo abituati oggi. Quella stessa attitudine al confronto e alla condivisione è ciò che oggi anima il mio lavoro con Joe».

Le tue radici a Trapani, però, non ti hanno mai abbandonato davvero. Si percepisce un forte senso di appartenenza alla tua città e alla nostra terra, tanto che nel nuovo disco troviamo 'Trapani, Maybe'. È un omaggio a quel modo di fare musica tipico di Trapani, a quegli anni in cui tutto sembrava possibile, non è vero?

«È assolutamente vero. Nonostante i miei viaggi, c’è stato un periodo di quasi dieci anni, tra il 2007 e il 2014, in cui sono tornato a fare base a Trapani. In quegli anni sono stato parte attiva della scena locale: ho suonato con gli Ottoni Animati, la celebre marching band, e con i King Alpha, una formazione reggae guidata da un caro amico come Roberto Cervasi (Giamento degli Shakalab). Ho avuto la fortuna di incrociare tantissimi talenti: da Giaca ad artisti di Enna e Agrigento come il compianto Guy Bennici e Alessio Vitali. E ancora, Lello Analfino, lo Spadaro dei Tinturia, Domenico Cacciatore e suo fratello Sal, un trombettista spaziale. Adesso sto frequentando molto Catania e devo dire che mi si sta aprendo un mondo; riconosco bene quell’energia, è un ambiente unico. "Mi chiedi se sia fattibile vivere di arte e cultura nella nostra terra. La verità? È estremamente difficile. Se decidi di fare base al Sud ma hai la necessità di spostarti continuamente a livello internazionale, ti scontri con una logistica complicata: mancano i servizi essenziali, i consolati sono spesso solo a Roma o Milano e anche una semplice pratica per il passaporto diventa un’odissea burocratica rischiosa. Diciamoci la verità: il Sud è un paradiso se sei già in una posizione economica solida e non hai bisogno di macinare decine di concerti l'anno per sostenerti. Altrimenti, la sfida diventa durissima. Detto questo, città come Napoli, Catania e Palermo restano le più vive e 'anarchiche' d’Italia; hanno una forza creativa travolgente che non ho trovato in nessun altro posto al mondo. È un mix di bellezza e difficoltà che definisce chi siamo».

Dov’è casa per te?

«Mi sono sentito a casa a Roma da ragazzino, poi a Bologna, a Milano e, in modo quasi viscerale, a Londra. Londra è stata scioccante, una rivelazione. Proprio ieri sera, invece, ho scoperto Parigi. Mi sono lasciato guidare da alcuni musicisti locali, tra cui il bassista di Louis Bertignac, una leggenda del rock francese. Mi ha portato in una jam session di Blues Fusion incredibile; è stato un momento di pura connessione. La verità è che io mi sento a casa ovunque ci siano dei musicisti. Cosa significa 'sentirsi a casa'? Le mie radici sono a Trapani: lì sono nato, cresciuto e lì sono nati i miei figli. Sarà sempre un luogo fondamentale, ma per la mia natura e per il mio lavoro, devo muovermi. Per fare il musicista, almeno per come intendo io questo mestiere, restare fermi a Trapani non è possibile. Devo stare in giro. 'Purtroppo' o 'per fortuna'? Io dico decisamente per fortuna. Non esiste un momento in cui ci si ferma: si impara sempre. Bisogna essere come spugne, cercando costantemente il confronto con artisti di altissimo livello. Se ti circondi solo di persone rispetto alle quali sei il 'più bravo' della squadra, non c'è crescita, ma decrescita. Quel ruolo può funzionare per un periodo, magari quando devi agire come un commissario tecnico che dà la direzione, ma la musica è altro. La musica è ricevere stimoli, accogliere nuove idee e lasciarsi colpire da energie diverse. Se il modo di suonare di un batterista mi influenza, o se lui si sente ispirato dal mio playing e inizia a cambiare per venirmi incontro, si creano dinamiche profonde. È lì che avviene la magia: è una forma di amore universale che passa attraverso le note».