L'INTERVISTA
«La Sicilia ha due anime in lotta e non so quale vincerà»: parla la scrittrice Maria Attanasio finalista allo Strega
L'autrice calatina finalista allo Strega con "La Rosa Inversa": «Il potere del Settecento inventava fake news come oggi. Bisognerebbe tornare all'illuminismo»
L’Opera al nero siciliana, eccola. Costruita su radici che affondano nella Storia e guardano il cielo della fantasia. A edificare parole, con il lievito dell’intelligenza, della memoria, della passione, è Maria Attanasio, che la striscia della copertina del nuovo strepitoso romanzo, “La Rosa Inversa” (Sellerio), appena entrato nella dozzina di autori in corsa per il Premio Strega, definisce “la Yourcenar siciliana”.
Tutto parte da quella Caltagirone che la scrittrice non ha mai abbandonato, con il corpo e con la mente. E lì, nella sua Calacte, tesse un romanzo storico che si muove nel Settecento dei Lumi in cui, tra verità e creazione letteraria, indaga il Potere e la manipolazione dell’informazione. La scrittura della Attanasio è sempre testimonianza, denuncia, impegno civile. Parola potente che svela la menzogna.
Un documento ritrovato, un anonimo opuscolo settecentesco, la “Relazione dell’enorme delitto e della seguita giustizia”, i cui protagonisti erano l’Amata, il Gentiluomo, la Vecchia, il Predicatore, dà l’avvio a un racconto corale, fitto di eventi, avventure, personaggi storici, in cui le rivoluzionarie idee di libertà ed eguaglianza corrono per l’Europa.
«Ho incontrato casualmente la “Relazione dell’enorme delitto”, alla fine degli anni ’90 e mi sono subito appassionata al gentiluomo, anonimo, protagonista di quell’eclatante omicidio - racconta Maria Attanasio - Feci lunghe ricerche negli archivi di Caltagirone, Catania, Napoli ma non trovai nulla. Nessuna traccia nella memoria cittadina o archivistica. Mi resi conto che era una storia inventata. Ma la mia scrittura ha bisogno di dare voce, identità, a una figura reale, cancellata dalla Storia. In questo caso la vicenda non coincideva con le mie ragioni espressive ed esistenziali: misi da parte il documento».
Perché scriverne oggi? Cosa è cambiato?
«La situazione politica mondiale, i fascismi di ritorno, il continuo sovrapporsi della post-verità, il dilagare di notizie costruite a tavolino mi hanno portata a un’illuminazione: quella fake news del 700, quel documento fabbricato per impedire il contagio giacobino francese, è storia esemplare di quello che accade anche oggi. Diventa metafora del presente. Dopo 300 anni non è cambiato nulla: il potere continua a manipolare il presente, a cercare di riscrivere la storia passata. Oggi in modo ancora più amplificato da social e IA».
Ne viene fuori una Sicilia attraversata dalle idee illuministe.
«Nei libri degli storici locali sembra che nella mia città non sia successo nulla, che non sia passato alcun tipo di riformismo, che non ci siano stati lotte contadine, Risorgimento, Resistenza. Che invece ci sono stati e in modo appassionato. Le idee illuministe e massoni erano diffuse a Caltagirone e ancora di più a Catania con il principe di Biscari che ha portato straordinari cambiamenti. La scrittura del potere cancellava tutto ciò che poteva seminare rivoluzione. Gesuiti e massoni, anche se agli antipodi, vengono usati e poi soppressi, demonizzati, perseguitati, dipinti come “tenebrose sette”. Ma in un romanzo tutto questo deve passare attraverso i personaggi. I protagonisti hanno solo il nome d’invenzione, ma la loro identità morale, storica, politica è reale».
Accanto a Ruggero Henares l’amico e sodale Cagliostro.
«Cagliostro ha studiato realmente a Caltagirone, al collegio Fatebenefratelli, un ordine ospedaliero dove c’era la farmacia e dove ha appreso i rudimenti dell’alchimia. Conosciamo la sua vita dalla biografia scritta dal suo inquisitore, Barbieri. Non sappiamo quindi fino in fondo chi sia stato veramente. Certo una figura intrigante e poliedrica».
La protagonista femminile, Amalia, rinuncia al matrimonio pur di conservare la sua libertà.
«Un personaggio che sembra troppo moderno rispetto al suo tempo e in una certa misura lo è, però inscritto nella sua epoca. Nel 700 le donne altolocate avevano un cicisbeo nel contratto matrimoniale. C’era una grande libertà di costumi. Le do forse una consapevolezza maggiore, ma solo attraverso l’immaginario letterario si può restituire vita a figure cancellate».
Uomini e donne sognano un mondo migliore. Un’utopia?
«Tante voci, tanti personaggi uniti dal bisogno di cambiare la società, di ribellarsi alla loro epoca. Tutte le logge massoni citate sono reali tranne La Rosa Inversa, una metafora, l’invito a vedere la radice delle cose, l’origine della bellezza dell’utopia. In questi tempi in cui si mette in discussione ogni cosa, anche l’uguaglianza tra gli uomini, forse bisognerebbe ritornare ai principi dell’illuminismo. Volevo, ancora una volta, attraverso il passato, parlare del presente».
Sono giorni di guerra, di crisi, di mutamenti.
«Per 40 anni siamo stati senza conflitti e ingiustizie. Per me, parte di una generazione che cercava un mondo più giusto e condiviso, non era immaginabile poter vivere questi tempi. Non perché avessi un ottimismo sconfinato verso il mondo, ma non credevo si potesse tornare a una storia di guerre e migrazioni, di liberismo selvaggio e popoli affamati. Un mondo pre-capitalistico dove regna la legge del più forte. Una trasformazione epocale, in cui tutto ha bisogno di essere ridefinito, a volte di tornare nel caos. Come in ogni rivoluzione vera non cambiano solo la politica o l’economia, ma anche il nostro modo di intendere l’amore, l’amicizia, il sesso, la scrittura, il nostro sentiment. L’amico era per sempre, ora fai un clic e hai 100 amici, la stessa parola sta cambiando senso. C’è una ridefinizione del linguaggio. Oggi le bombe sono umanitarie».
La Sicilia è in tutti i suoi libri. “Non riusciva a decifrarla quell’isola esagerata, di tagli netti, di contrapposizioni frontali, senza cautela per raggiungere un fine; nessuna mediazione di sentimento e di ragione tra bene e male, tra armonica classicità e mostruoso nero” dice un personaggio del romanzo.
«Coincide esattamente con il mio giudizio sulla Sicilia».
Come le sembra quella di oggi?
«Come se ci fosse una diacronia profonda tra quel passato che ancora sopravvive dentro ognuno di noi - il cibo, il mare, il paesaggio, il senso fortissimo della tradizione - e questa appartenenza alla contemporaneità dei social, dell’intelligenza artificiale, del consumismo assurdo. Una diacronia che appartiene al mondo ma credo in particolar modo a noi siciliani che abbiamo questo rapporto così particolare, speciale, caratterizzato con la nostra terra. Due anime che sono in lotta e non so quale vincerà».
Nell’Isola c’è un boom del turismo che porta ricchezza ma provoca radicali cambiamenti.
«C’è una specificità, un’autenticità dei luoghi che andrebbe tutelata. L’omologazione turistica è un rischio perché se un luogo diventa uguale a tutti gli altri i turisti non verranno più».
Cosa cambierebbe della Sicilia, da cosa ci dobbiamo liberare?
«Dal senso di inferiorità. La Sicilia deve sentirsi se stessa e basta, nella sua singolarità assoluta. La libererei subito da un gattopardismo che le viene attribuito: in Sicilia non è mai cambiato niente, la Sicilia non cambia. Non è così. Anche leggendo il mio romanzo si capisce che non è così. Detesto questa visione di una terra statica, immobile. C’è un’isola diversa che vuole esserci. La prima rivolta di classe in Europa è quella dei Fasci siciliani. In Sicilia ci sono state continuamente ribellioni. La Sicilia vuole cambiare».