il racconto
Paola Perego, il ritorno in tv e la verità che pesa più dello spettacolo: “Mi sono salvata perché potevo permettermi la prevenzione”
A pochi giorni dal suo sessantesimo compleanno e dal nuovo corso di “Citofonare Rai2” la conduttrice rimette al centro una storia personale
Un controllo. Un esame di routine. Un’ecografia addominale fatta senza sintomi e senza allarmi apparenti, uno di quegli appuntamenti che spesso si rimandano perché la vita corre, il lavoro incalza, il corpo tace. È lì che, per Paola Perego, si è aperto un prima e un dopo. Non davanti a una telecamera, ma davanti a un monitor medico. E questo il cuore del suo racconto: la malattia scoperta in tempo, l’intervento, la guarigione possibile. Ma anche la consapevolezza, nettissima, che quella stessa fortuna non è garantita a tutti.
Il suo ritorno alla guida di “Citofonare Rai2” segna un nuovo capitolo professionale. Al suo fianco non c’è più Simona Ventura, ma Paola Barale, scelta per accompagnarla nella quinta stagione del programma.
La diagnosi: un tumore scoperto senza sintomi
Il punto decisivo della storia è questo: Paola Perego ha raccontato di essersi sottoposta ogni anno a esami del sangue e a una ecografia addominale. Proprio durante uno di questi controlli, il medico ha notato qualcosa di anomalo al rene. Da lì sono arrivati gli approfondimenti, compresa una Tac total body, e quindi la diagnosi: carcinoma. Non un sospetto generico, ma un tumore individuato in una fase iniziale, quando intervenire rapidamente può fare la differenza tra una malattia affrontabile e una corsa molto più complessa.
La conduttrice ha spiegato che, nel suo caso, la scoperta tempestiva ha permesso una nefrectomia parziale, cioè un intervento chirurgico conservativo con cui è stata rimossa solo la parte del rene interessata dalla neoplasia, salvando il tessuto sano e preservando la funzionalità dell’organo.
Nel tumore del rene, infatti, l’assenza di sintomi nelle fasi iniziali è frequente, e molte diagnosi arrivano in maniera incidentale, durante esami eseguiti per altri motivi. Proprio il rapporto “I numeri del cancro in Italia 2024” segnala che la diagnosi di carcinoma renale è sempre più spesso occasionale, mentre il dato epidemiologico resta rilevante: in Italia si stimano oltre 12.700 nuovi casi l’anno e sono 154.800 le persone viventi dopo una diagnosi di tumore del rene.
La frase che trasforma un racconto personale in una denuncia
Il punto più forte delle parole di Perego non è però la descrizione clinica, ma il giudizio sociale che ne deriva. La conduttrice ha detto con chiarezza di sentirsi una donna fortunata, perché ha potuto fare prevenzione privatamente. E ha aggiunto, in sostanza, che questo è uno dei nodi più duri del nostro sistema: chi non riesce a permettersi controlli rapidi e regolari rischia di arrivare tardi alla diagnosi. Una riflessione che ha ribadito anche nelle dichiarazioni più recenti, definendo questo divario una delle più grandi ingiustizie sociali.
È qui che la sua testimonianza smette di essere solo una confessione pubblica e diventa materia politica, civile, collettiva. Perché non riguarda soltanto il tumore al rene, ma la qualità concreta dell’accesso alla prevenzione in Italia. Da anni il Servizio sanitario nazionale garantisce screening strutturati e gratuiti per alcune patologie oncologiche — come mammella, cervice uterina e colon-retto — ma non esiste un programma di screening universale per il carcinoma renale nella popolazione generale. Di conseguenza, in molti casi, la diagnosi precoce passa ancora attraverso controlli individuali, cultura personale della prevenzione, disponibilità economica, tempi di attesa sostenibili. E questi quattro elementi, messi insieme, non sono distribuiti in modo uguale nel Paese.