L'iniziativa a Catania
“Protesta dei corpi” a San Berillo: «Qui si danza contro la violenza»
I vicoli del quartiere trasformati in una performance d’arte. La sex worker Franchina: «Una forza che ricorda Gandhi e Martin Luther King»
«La mia storia è questa»: vivo nel quartiere, mi prostituisco dagli anni Ottanta e faccio parte di Trame fin dalla sua nascita. Ho accettato di partecipare a questo spettacolo perché lo sento come una protesta sociale: contro i politici, contro le violenze, contro i poteri di ogni genere, sia patriarcali che matriarcali. Perché il potere, in sé, può diventare oppressivo, a prescindere da chi lo esercita. Mi ha convinto anche il modo in cui questa protesta prende forma: attraverso il corpo. A parlare è Francesco Grasso, in arte “Franchina”, abitante di San Berillo, lavoratrice del sesso e membro di Trame di Quartiere, realtà che insieme a IterCulture Aps ha curato lo spettacolo itinerante “Nobody Nobody Nobody. It’s ok not to be ok / Collective Experience”.

Ieri dalle 5 del pomeriggio il quartiere San Berillo è diventato teatro di protesta che muove i corpi, con una rappresentazione itinerante che è partita da piazza Turi Ferro per arrivare in via delle Finanze. «Capisco le ragioni dei giovani che scendono in piazza e si scontrano con la polizia - prosegue Franchina - ma quella è una violenza che non porta lontano. Alla violenza si dovrebbe rispondere con la pace, non con altra violenza. Per questo ho scelto di esserci: è una forma di protesta pacifica, fatta di corpi e di gesti, senza parole. Il corpo, in fondo, unisce: sensazioni, sguardi, sorrisi, persino la durezza, ma sempre su un piano fisico e condiviso. E più siamo, più l’azione diventa forte. Siamo molto uniti. Mi ricorda le lotte di Martin Luther King, Nelson Mandela, Gandhi. Quel tipo di forza lì».
L’iniziativa rientra nelle azioni primaverili del progetto Teatri Riflessi, unica proposta trasversale nel Sud Italia riconosciuta dal Ministero della Cultura per la formazione del pubblico nell’ambito della danza nel triennio 2025–2027. Nel linguaggio artistico di Daniele Ninarello, ideatore e coreografo dello spettacolo, il corpo si configura come luogo di mediazione. «Sì, di mediazione. Penso che mentre costruiamo la nostra identità dovremmo ricordarci che essa è anche una collezione di tutte le persone che abbiamo incontrato e assorbito, consapevolmente o meno. In noi vivono le esperienze e le relazioni che ci hanno attraversato. Anche adesso - prosegue - mentre lo dico, penso che quando andrò via da qui porterò con me sorrisi, modi di dire, gesti, tempi di riflessione che non erano miei».

A raccontare i giorni vissuti a San Berillo, oltre la dimensione dello spettacolo, è anche la sociologa Mariella Popolla che, insieme a Ninarello, ha sviluppato il progetto con la comunità locale: «Il processo che abbiamo portato avanti qui è stato profondo: abbiamo incontrato storie, biografie, corpi sui quali la società ha imposto etichette e aspettative. Anche noi avevamo delle aspettative, ma il lavoro condiviso, mettendo sempre al centro le persone del laboratorio, ci ha permesso di costruire relazioni vere, dense, non solo simboliche. È stata fondamentale anche la risposta della comunità: l’accoglienza del quartiere, il fatto di vivere qui, dormire qui, condividere tutto a San Berillo ci ha fatto sentire davvero in relazione con il luogo e con chi lo abita».
Franchina racconta cosa rappresenta per lei San Berillo: «È un quartiere dell’accoglienza. Certo, l’illegalità purtroppo è presente, aleggia sempre. Ma in ogni realtà esistono aspetti positivi e negativi. Anche nella politica e nelle leggi ci sono manipolazioni, irregolarità, ingiustizie. In questo senso non è diverso da altri luoghi. La differenza - conclude - è che qui si è sempre cercato di accogliere l’altro, di sperimentare ogni giorno un modo di vivere insieme, soprattutto per le persone più povere e più emarginate. Perché al centro c’è il bisogno della persona: le persone vengono prima di tutto, anche dei problemi».