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Catania

“Chernobyl, il canto della Foresta Rossa”, un poema di denuncia e riflessione

Il libro di Alessandra Pescetta, a 40 anni dal disastro nucleare, si presenta oggi pomeriggio al Teatro "Massimo" Bellini. Giovanni Calcagno leggerà alcuni brani

28 Aprile 2026, 15:57

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“Chernobyl, il canto della Foresta Rossa”, un poema di denuncia e riflessione

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«La vita non conosce tregua». Racchiude in ogni seme la forza inarrestabile della rinascita, la potenza della natura che si rigenera e tramuta la morte in vita. E’ un poema vegetale, un racconto drammatico e poetico insieme, “Chernobyl, il canto della Foresta Rossa” (Exòrma Edizioni), il libro necessario e potente scritto da Alessandra Pescetta, autrice, regista, videoartista, talento originale e poliedrico, che oggi lo presenta nel foyer del Teatro “Massimo” Bellini di Catania (alle ore 17.30) con la partecipazione del sovrintendente del Bellini Giovanni Cultrera di Montesano, del direttore artistico Fabrizio Maria Carminati, del regista e docente teatrale Gioacchino Palumbo, dell’attore Giovanni Calcagno che leggerà alcuni brani dell’opera.

Un poema lirico, coinvolgente, emozionante, che ha già trovato corpo, con grande successo, lo scorso febbraio proprio sul palcoscenico del Bellini che lo ha prodotto in occasione del 40° anniversario del disastro nucleare del 26 aprile 1986, una ferita aperta ancora oggi.

«Da diversi anni il mio lavoro è stato legato al tema delle radiazioni, dell’invisibile nemico che non vediamo e non percepiamo - racconta Alessandra Pescetta - Quando mi sono trovata a lavorare in Ucraina sono arrivata ai cancelli di Chernobyl da una strada in mezzo a piante bellissime. Sembrava che mi stessero seguendo, che volessero parlarmi. Ho cercato di dare voce alla foresta, testimone e custode. Volevo cambiare il punto di vista, ascoltare la terra. Nessuno ha mai stimato quante specie animali o vegetali siano sparite, abbiano subito danni, siano state abbandonate. Una grande tragedia come questa non è solo dell’uomo ma della Terra intera. È un canto di denuncia e riflessione».

In questa zona di esclusione «dove l’uomo non è più al centro, non può più tornare», c’è la Foresta rossa. «Una foresta di pini che si trovava di fronte al reattore 4. Al momento dell’esplosione le forti radiazioni hanno cominciato a bruciarla dall’interno, come un fuoco interiore che in pochi giorni l’ha fatta diventare rossa. Gli alberi sono quasi mummificati, in una vita non vita, in una morte non morte, in una cristallizzazione del tempo. La foresta è una soglia. Non è di qui né di là. C’è la volontà di voler riabbracciare quegli spazi ma sappiamo che dobbiamo restare al di fuori per poter osservare con malinconia qualcosa che l’uomo non può più possedere».

Gran parte degli alberi della Foresta rossa furono tagliati e seppelliti in grandi trincee con oggetti, materiali, mobili, animali contaminati. «Ma tutta la vegetazione intorno sorprendentemente ha ripreso vita, nonostante tutto la natura vegetale e animale ha riconquistato gli spazi dai quali la nostra hybris ci ha estromesso. Ciò che è rimasto continua a vivere, a mutare. La zona si è ripopolata di alci, cavalli, lupi. Per me la natura è il sacro, la foresta è come un tempio».

E lì la vita ricomincia, diventa un laboratorio, la Riserva della biosfera. «Ho immaginato un seme che dall’Europa viene portato dal vento in quella terra e comincia a fiorire e diventa foresta. Questo territorio ha vissuto grandi tragedie, dalle deportazioni della II Guerra mondiale, alle uccisioni negli anni successivi, poi il disastro nucleare e ancora l’arrivo dei Russi nel 2022 e una nuova guerra».

Il poema incrocia la storia del luogo, la costruzione della centrale, l’incidente, i primi soccorsi, l’intervento dei liquidatori, e molte testimonianze dirette, interviste e incontri con scienziati, botanici, documentaristi. Tra questi, Alma Balestrazzi dell’Università di Pavia che conduce ricerche sui semi. «Il seme è un simbolo potentissimo, è minuscolo ma ha dentro una vita futura che sta aspettando dove nascere, adesso o un domani. Nel frattempo dorme. Ho chiesto alla Balestrazzi: ma cosa sogna il seme secondo lei? “Sogna di continuare a portare avanti la propria specie - mi risponde - pensa alla nascita e alla vita”. E a volte cresce dove ci sono condizioni terribili per l’uomo, dove c’è stato un disastro, un incendio. La vita non conosce tregua».

Ogni foglia, ogni radice, ogni pietra è un ammonimento per il futuro. Cosa potremmo dire alla foresta? «Tutti direbbero “scusa”, riconoscono che l’uomo ha oltrepassato i limiti». Cosa direbbe la foresta se potesse parlare? «“Siamo vivi, fratello”, mi ha risposto Sergii Mirnyi, uno dei liquidatori chiamati a mitigare le conseguenze dell’incidente. “Siamo sopravvissuti, cambiati, trasformati, ma sopravvissuti. Continuiamo a vivere, perché questa è la nostra natura”».