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le rappresentazioni

Da Apollo deluxe a Thanatos burocrate: i mille volti dell'Alcesti a Siracusa

Non solo lacrime e dramma: un bizzarro Eracle veneto, il servo pugliese Bruno Ricci e un "andreottiano" dio della morte in impermeabile arricchiscono l'opera di sfumature

08 Maggio 2026, 22:16

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Da Apollo deluxe a Thanatos burocrate: i mille volti dell'Alcesti a Siracusa

Siracusa, oltre cinquemila spettatori per la prima di Alcesti. Ogni anno la città torna a respirare lo stesso incanto: le giornate si allungano e il Teatro Greco si rianima di attese, curiosità, conversazioni in punta di voce. È il tempo sospeso che precede il debutto delle rappresentazioni classiche, forse il momento più seducente, quando da più di un secolo l’emozione accompagna l’istante che apre la stagione dell’Inda. Prima che la scena prenda vita, il vero spettacolo è la platea: il brusio composto della cavea, i programmi sfogliati con calma, i ragionamenti su regia, interpreti e traduzioni, mentre il tramonto stende un velo dorato sulle pietre antiche.

Il cuore del rito, quest'anno, batte sul nome di Alcesti di Euripide, nella traduzione dal greco di Elena Fabbro, una coproduzione con il Teatro Stabile del Veneto firmata dal suo direttore, Filippo Dini, in scena anche nel ruolo di Ferete. L'apertura è preceduta dall'annuncio della prossima stagione: Troiane di Euripide con la regia di Theodoros Terzopoulos e la traduzione di Alessandro D'Avenia; sugli spalti, Filottete di Sofocle diretto da Luca Micheletti nella versione italiana di Walter Lapini; Gli Uccelli di Aristofane diretti da Davide Livermore, seduto tra il pubblico insieme alle attrici Linda Gennari e Gaia Aprea, con la traduzione di Mauro Bonazzi. Le musiche portano la firma di Paolo Fresu, motore sonoro ed emotivo dell'intera messinscena. Il suo suono avvolge il colle Temenite, ora lambendo il perimetro dell'orchestra mentre una coreografia di donne batte il tempo, ora attraversando la cavea. Sostiene il ritmo delle scene e incanta gli spettatori, quest'anno particolarmente attenti e silenziosi; tra i gradoni, molti giovani, frutto della lunga opera di divulgazione della Fondazione Inda nelle scuole italiane e anche Giampiero Cannella, il neo sottosegretario alla Cultura alla sua prima uscita ufficiale.

A prendere per primo la parola è un Apollo in versione “deluxe”, Alessio Del Maestro. Poi fa il suo ingresso Thanatos, “un omino in impermeabile, occhiali spessi e la gobba all’Andreotti”: un burocrate malinconico ma impeccabile nell’adempimento del suo incarico.

Il primo a parlare è un Apollo in versione “deluxe”, Ales sio Del Maestro; quindi appare Thanatos, “un omino in impermeabile, occhiali spessi e la gobba all’Andreotti”: un burocrate malinconico ma impeccabile nell’esecuzione del suo compito.

La scenografia di Gregorio Zurla disegna una grande villa borghese, specchio e simbolo di un’esistenza nutrita d’apparenza ma orfana d’amore, in una gamma di grigi che ne sottolinea l’aridità. Ambienti diversi esibiscono l’ego di Admeto, interpretato con brillantezza da Aldo Ottobrino: dalla palestra alla piscina, fino alla cabina armadio ostentata come trofeo.

Alcesti non è solo la storia di una moglie che sceglie di morire al posto del marito. È una tragedia che interroga la libertà, la responsabilità, l’amore e il sacrificio. Soprattutto, pone una domanda intatta nella sua urgenza: fino a che punto il dono di sé è davvero libero? E quanto pesa, invece, il ruolo sociale che ci viene assegnato?

In questa figura femminile che accetta di immolarsi riaffiorano temi di assoluta contemporaneità: la parità di genere e le aspettative culturali legate alla cura, alla rinuncia, alla dedizione agli altri. Deniz Ozdogan dà corpo a un’Alcesti dal respiro affannoso, una flebo al braccio, pronta a varcare la soglia dell’aldilà.

Euripide evita consolazioni: lascia emergere tutta l’ambiguità del gesto di Alcesti, insieme eroico e problematico, sublime e attraversato da dilemmi morali che ancora oggi colpiscono. Prima di chiudere gli occhi, la protagonista afferma: “Potrai vantarti di aver preso in sposa la migliore di tutte le donne e voi figli di essere nata tra le migliori delle madri”, parole che sembrano ribadire un modello di femminilità fondato sul sacrificio assoluto.

Nella regia di Dini — lui stesso un Ferete eccellente, applaudito a scena aperta — riconosciamo uomini e donne del nostro tempo: figure che, per amore, dovere o senso di responsabilità collettiva, scelgono di esporsi per proteggere gli altri. I costumi marcano con nettezza questi contrasti. Ma la tragedia ci spinge anche a chiederci se il sacrificio possa tramutarsi in destino imposto, in metrica sociale del valore umano, soprattutto quando riguarda le

donne.

Il contrappunto comico è affidato a un bizzarro Eracle che parla veneto e al servo pugliese di Bruno Ricci. Il coro delle donne tiene insieme i piani del dramma: sorelle tra loro, in un rito di danze sacre rendono omaggio ad Alcesti. Il finale sorprende: grazie all’intervento di Eracle, Alcesti ritorna dal regno dei mortiNon è un lieto fine in senso moderno, ma una ricomposizione fragile, inquieta, che lascia nello spettatore un sentimento sospeso. Un’ambivalenza che rende l’epilogo ancora più potente. Il fascino del rito resiste. Sopravvive nel mormorio della cavea prima del tramonto, nella luce dorata che carezza la pietra antica, nel silenzio improvviso che precede la parola tragica. Siracusa, ancora una volta, ne è custode.