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L’intervista

Dalla zia di Gela a Cannes passando per il David di Donatello: la sicilianità onirica di Margherita Spampinato in 'Gioia mia'

Il racconto della giovane regista ragusana che in Francia riceve il titolo “Woman in Motion Awards”

11 Maggio 2026, 10:00

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Dalla zia di Gela a Cannes passando per il David di Donatello: la sicilianità onirica di Margherita Spampinato in 'Gioia mia'

Mantiene in sé, custodendoli, i caratteri peculiari di una sicilianità sempre vivi e presenti nella sua formazione e nel modo con cui riesce a trasformare in scrittura le sue visioni, frutto di un incessante processo onirico. Margherita Spampinato, siciliana di Palermo ma con forti radici ragusane, regista e sceneggiatrice di gran talento, ha vinto il David di Donatello come regista emergente.

In mezzo del cammin della sua vita, l’artista isolana approda su uno scalino alto e ambito con l’opera prima “Gioia mia”, che ha scritto e diretto.

Il critico Paolo Mereghetti, commentando il film si è così espresso «presenta una classica struttura da film di formazione, un tema non certo nuovo, ma che l’esordiente Spampinato tratta con bella delicatezza, mettendo a frutto la sua esperienza di responsabile casting e guidando con precisione i suoi attori».

La Sicilia dei contenuti, dei valori, delle contraddizioni, delle sue visioni, delle sue storie che corrono lungo il filo che sottende realtà e immaginazione, tra sogni e desideri, ha trovato anche questa volta due grandi interpreti, ognuna per la propria parte e il proprio ruolo. Insieme hanno offerto un affresco intenso e agrodolce, nel contempo, misurando il dissidio tra modernità e passato, ragione e religione, verità e superstizione con un finale a lieto fine dove il rapporto tra i due mondi dissonanti, lontanissimi per tempo, abitudini e credenze, si riconcilia ridando vita ad una relazione che si porta dietro i suoi messaggi di speranza e di positività.

La sinossi del film è semplice ma tremendamente efficace. Nico, il giovanissimo Marco Fiore, è un bambino che deve trascorrere l'estate dall'anziana zia siciliana Gela. La zia lo accoglie e, appena cominciano a relazionarsi, il rapporto è subito difficoltoso, basato su differenze d'età e abitudini. Nico deve adattarsi a vivere in una nuova dimensione circondato dai tanti simboli religiosi presenti nella casa della zia e a seguire le regole ferree imposte dalla zia Gela. Fa amicizia con Rosa, una sua coetanea, che lo inserisce nel gruppo dei bambini che vivono in quel palazzo e con cui comincia a trascorrere i pomeriggi giocando insieme a loro o facendo delle incursioni negli appartamenti rimasti vuoti, alla ricerca degli spiriti che li abitano. Nel frattempo, Nico e Gela riescono a conquistare la fiducia reciproca, che diventa complicità, amicizia e confidenza. La riconciliazione esprime, dunque, un nuovo rapporto di speranza e di armonia nelle cose umane in un nuovo modello di vita.

«Sicuramente - afferma Margherita Spampinato - questa è la storia di un bambino che viene mandato a completare la sua formazione in Sicilia in un mondo di sole donne. Qui lui apprende quello che un tempo veniva chiamato intelligenza sentimentale, quella delle donne, insomma. Non solo lui completa la sua formazione, ma inoltre arriva in questo mondo magico e superstizioso, dove lui piano piano, con l’aiuto di Rosa che rappresenta l’amore, riesce a razionalizzare questo mondo e capire cosa si nasconde dietro i simboli. Quindi è una speranza che portano le nuove generazioni quando incontrano quelle vecchie».

Il tuo essere siciliana quanto ti ha aiutato nell’ispirazione della scrittura del film?

«Moltissimo. Perché il film è completamente ispirato ai cugini di mia nonna, alle loro amiche, anche a mia mamma stessa. Diciamo che la Sicilia è proprio nei ricordi e attinge solo a cose realmente accadute e a personaggi esistenti, come Gela».

Margherita, quali sono i tuoi ricordi da bambina: le tue visite a Ragusa da nonno Peppino, partigiano e uomo tutto di un pezzo, dalla nonna Giorgia, buona e comprensiva. Come è rimasto nella tua memoria?

«Dei nonni ho un ricordo bello, dico bellissimo, perché si tratta di un rapporto nuovo. Osservi le cose come fa il bambino nel film, fuori da ogni schema in cui noi adulti siamo abituati, e quindi ho un ricordo dolcissimo di loro. In generale, le figure dei nonni sono sempre molto potenti per i bambini perché rappresentano qualcosa di veramente diverso dalla famiglia e quindi anche gli stimoli che arrivano dai nonni sono di gradimento diverso rispetto a quelli della famiglia e sono, almeno per me, fonte di arricchimento. È stato sempre così sia per i nonni di parte materna che paterna. I miei sono legati soprattutto a Catania; lì trascorrevo sempre tutte le estati e lì, rispetto ai nonni di Ragusa, c’era questa dimensione magica degli spiriti perché le cugine di mia nonna e mia nonna stessa erano proprio convinte che esistessero gli spiriti e per me era una situazione molto affascinante».

Chi sono stati i tuoi riferimenti artistici utili alla tua formazione di sceneggiatrice e regista?

«Ho scoperto il cinema al liceo in un cineforum dove mi hanno fatto vedere tutti i classici. Quando vidi “Quattrocento colpi”, è stato come quando t’innamori per la prima volta e così tutti i film di Rossellini, di Scola. Esperienze che mi hanno segnato così profondamente che allora mi chiesi: non si può non fare questo lavoro da grande. Un colpo di fulmine che mi ha segnato per sempre».

Dal basso della tua già importante esperienza cinematografica, come valuti lo stato di salute del cinema in Italia?

«Male. I tagli di risorse che stanno facendo nel cinema e soprattutto nel cinema indipendente che ci hanno resi grandi nel mondo. Adesso tante produzioni stanno finendo, soprattutto le piccole, e si sta favorendo una produzione più televisiva, con prodotti più omologati, con una maturazione e ripetizione che non sono interessanti per quanto riguarda i contenuti. Questo è un grande peccato perché il cinema italiano sta vivendo una nuova stagione di creatività grazie a tanti autori nuovi che hanno tanto da dire, da raccontare e, in generale, oggi non si investe sulla cultura. Alla fine, cosa ci dobbiamo aspettare? Solo ignoranza, violenza, fascismo e tutto ciò è preoccupante».

Quali interventi dovrebbero fare le istituzioni per ridare dignità, forza e prestigio al mondo del cinema?

«Finanziare intanto tutti i progetti cinematografici. Aiutare tantissimo le produzioni indipendenti perché la cultura è importantissima. Investirei anche nelle scuole. Si dice che oggi i giovani non vadano al cinema perché le nuove generazioni sono molto abituate a vedere le serie e le cose in streaming. In ciò non c’è niente di male. Sono esperienze diverse. È necessario però avere un’educazione culturale molto più attenta. Il cinema, come la letteratura, è uno strumento molto importante per i ragazzi. È lì che si formano. Interverrei su questi due fronti».

Cosa prevede il tuo orizzonte?

«Sto scrivendo un film sull’adolescenza. Non posso dire di più. Anticipo però che il prossimo impegno sia nel weekend che verrà. Sarò al Festival di Cannes, che con Kering promuove un premio “Woman in Motion Awards” che andrò a ritirare. È un premio che ogni anno viene assegnato alle donne: un talento emergente nel mondo, in questo caso una regista, è un’artista già affermata e quest’anno premieranno Julianne Moore. Saremo io e lei. Che bello».