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Musica

Il giro del mondo a bordo dell' "Irene of Boston", il jazz a vele spiegate

Da Vittoria a New York e ritorno. Franceco Cafiso chiude la trilogia con "Where It All Returns"

11 Maggio 2026, 20:09

20:10

Il giro del mondo a bordo dell' "Irene of Boston", il jazz a vele spiegate

Il viaggiatore porta con sé un bagaglio minimo. L’essenziale. Note e accordi in grado di disegnare la carta geografica di un sogno che si fa musica. Il viaggiatore Francesco Cafiso, partito ancora imberbe col suo bagaglio fatto semplicemente di un sax, è andato via dalla sua città, Vittoria, in provincia di Ragusa, per timonare la nave della sua musica verso i più importanti e affollati porti del mondo.

Da qualche anno lo fa a bordo della “Irene of Boston”, progetto partito nel 2020, nato dall’onirico incontro tra il relitto del leggendario veliero britannico, tristemente ormeggiato al porto di Pozzallo, e il più famoso marinaio della letteratura a fumetti, Corto Maltese.

Oggi l’“Irene of Boston” ha ripreso il suo viaggio. E lo fa con un nuovo disco, “Where It All Returns” (E-Flat Records).

Nel frattempo, il capitano di questa nave armata di strumenti musicali, è diventato anche “dottore” grazie alla laurea honoris causa in Sassofono Jazz conferitagli dal Conservatorio Statale di Musica “Tchaikovsky” di Nocera Terinese, provincia di Catanzaro.

«Hai visto che bella novità?». Come è nata l’idea di questo riconoscimento così prestigioso?

«Ho ricevuto una chiamata da Carlo Cattano, che insegna lì, per dirmi che il Conservatorio aveva deciso di darmi questa onorificenza, una cosa che mi riempie d’orgoglio. Totalmente inaspettata».

Bello, soprattutto quando queste sorprese vengono da colleghi conterranei visto che, solitamente, nemo propheta in patria...

«Con Carlo c’è un rapporto di grande affetto. La motivazione mi ha fatto emozionare non poco e l’ho trovata centrata per il tipo di lavoro che sto portando avanti».

Sei anni da “Irene of Boston”. Quali mari hai navigato nel frattempo?

«A parte il periodo del Covid che ci ha rubato del tempo, da una parte quei momenti li ricordo anche con commozione perchè, nel frattempo, è nato il mio primo figlio, Angelo. E poi, comunque, ho lavorato sodo su “Irene di Boston”. Dopo la pubblicazione del disco mi sono trasferito a New York e sono rimasto quasi tre anni portando avanti un percorso molto importante alla Juillard School di New York City oltre che a lavorare con musicisti locali. Mentre ero lì è partita anche questa vena compositiva legata al nuovo disco, una cosa abbastanza curiosa perchè nonostante fossi completamente immerso nel cemento newyorkese, in realtà ho cominciato a scrivere musica che aveva a che fare con il mare, la Sicilia, pur legando i vari elementi tipici del jazz. La fase compositiva è avvenuta a New York, poi ho deciso di rientrare e abbiamo portato avanti la fase di produzione con gli arrangiamenti curati insieme con Mauro Schiavone».

Tre anni a New York. Cos’hai trovato lì che non hai a casa e, viceversa, cosa ti saresti portato dietro da casa tua?

«La prima cosa che mi viene in mente è il ritmo più rilassato che abbiamo noi. New York è la città più tosta in assoluto, ti mette grande pressione, i ritmi sono serrati, ma allo stesso tempo è il bello di questa esperienza, ogni giorno è un caleidoscopio di esperienze e di conoscenze, ti puoi mettere sempre in gioco per migliorare e andare avanti. A volte ti mancano quei momenti di relax che, quando sono in Sicilia, si traducono nella vista del mare, nell’ascolto del vento e dell’acqua. New York è un laboratorio creativo unico».

Ci sono tanti italiani.

«Sì, e ci sono tanti siciliani, tutti ragazzi che stanno portando avanti un ottimo percorso musicale, che danno un bel contributo alla scena newyorkese».

Vittoria, la Sicilia e New York City sono e saranno sempre presenti nel tuo modo di fare musica?

«Ho costituito una sorta di ponte musicale ideale fra New York e la Sicilia».

Del tuo nuovo disco dici: «Un dialogo tra struttura e libertà, tra architettura orchestrale e fuoco improvvisativo». Per improvvisare bisogna conoscere alla perfezione l’architettura del jazz?

«Certo. Lo dico sempre: non bisogna improvvisarsi improvvisatori. Con Mauro abbiamo cercato di trattare l’orchestra (la London Sympony Orchestra, ndr) in modo che potesse dialogare alla perfezione con me come se fossimo un unico elemento, non come un’entità composta da vari strumenti. Molte cose sono nate in studio in maniera estemporanea perchè non potevamo prevederle in fase di composizione».

Un disco missato a Palermo da Riccardo Piparo. Perché proprio ai Cantieri 51?

«Collaboro con Riccardo ormai da tantissimi anni ed è parte integrante di una squadra che lavora sempre con me».

Squadra che vince non si cambia?

«Esatto, soltanto il contrabbassista è cambiato, Gabriele Evagelista, mentre sono sempre presenti Mauro Schiavone, la London Symphony diretta da Tom Richards, Marcus Gilmore alla batteria».

Della squadra fanno ormai parte anche Giovanni Robustelli e Marco Steiner.

«Sì, e questo è un altro equipaggio, a proposito di “Irene”. Da lì è partito tutto, così come con Vincenzo Cascone che curerà anche il video ufficiale del mio nuovo disco. Nel corso del tempo il rapporto di lavoro si è trasformato in una grande amicizia. Giovanni ha curato la grafica dei miei dischi e sta lavorando anche all’aspetto grafico del prossimo Vittoria Jazz festival (che si terrà a fine giugno, ndr). Marco scrive cose bellissime. Ha voluto sentire in anteprima le musiche di questo disco e ne ha tratto ispirazione scrivendo un testo che è contenuto all’interno del libretto».

«Where It All Returns, per riagguantare la tua storia e renderla sempre più attuale?»

«È un cerchio che si chiude da “Contemplation” passando per “Irene” e questo nuovo lavoro».