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Coppia d’autore

Lui “Bo130”, lei “Microbo”: «I graffitti sono arte vera ma non ancora per la legge»

Una siciliana e un milanese dai muri di Londra agli spazi della Biennale di Venezia «La controcultura non è solo ribellione, le forze dell’ordine cominciano a capirlo»

17 Maggio 2026, 14:48

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Lui “Bo130”, lei “Microbo”: «I graffitti sono arte vera ma non ancora per la legge»

“Bo130” e “Microbo”

Londra, anni Novanta. Prima che i social network riducessero la street art a uno sfondo per selfie, la città parlava un linguaggio ruvido, fatto di aerosol, fanzine fotocopiate e poster attaccati di notte. Bo130 e Microbo c’erano. Lui milanese e lei siciliana di Catania, erano lì per ragioni di studio. La città era un playground immenso, dove ogni angolo diventava fonte d’ispirazione. È lì che hanno iniziato, insieme, legati anche nella vita, a muovere i primi passi dentro quel movimento globale underground che aveva visto gli albori alla fine degli anni ’60 a New York, con i graffiti nei treni e nelle metropolitane, con le opere di personaggi come TAKI 183, Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Crash (John Matos) e Lady Pink. I due ormai “diversamente giovani” erano dei ragazzini, l’emblema di quella generazione di boomers che emigravano sia dal sud che dal nord di un’Italia ancora troppo stretta per catturare le piccole rivoluzioni dei cambiamenti sociali e per diventarne, in seguito, parte integrante e artisti di riferimento nella platea internazionale dell’Urban Art. Forma d’arte che ancora oggi viene definita “illegale”, ma poi viene esposta nelle grandi gallerie, all’interno delle case di mecenati e pure a Venezia, che anche quest’anno ha presentato alla Biennale l’Urban Art attraverso un famoso pezzo di Bansky, staccato da un muro e restaurato.

Poi è arrivata Milano, Microbo e Bo130 sono tornati in patria e hanno visto i graffiti italiani nascere dal cemento, hanno respirato l'underground milanese che muoveva i primi suoi passi, lo hanno riconosciuto ed accresciuto ed oggi, che le loro opere galleggiano tra i musei internazionali e i binari delle ferrovie, sedersi a parlare con loro non è solo un'intervista, è una ricerca antropologica nel cuore della controcultura del secolo.

«Siamo stati profondamente influenzati da diverse subculture come punk e hip hop dei primi writer - spiegano all’unisono - poi siamo passati a sviluppare la nostra firma (Tag) con un qualcosa di figurativo, un’evoluzione che ci ha portati a scegliere per uno - Bo130 - una piccola icona caratterizzata da esseri alieni e per l’altra creature microbiologiche - da questo il nome d’arte Microbo - filamenti conduttori di energia che fluttuano».

Bo130 e Microbo, che vengono da due storie familiari e urbane completamente diverse, camminano su questo filo del rasoio da tre decenni. Dai primi interventi illegali - i bombings - alle grandi esposizioni al Pac o alla Biennale di Venezia, il loro percorso è una deviazione continua dalle rotte commerciali.

Quale pezzo o momento specifico ha trasformato i vostri disegni da un passatempo locale a un fenomeno riconosciuto a livello internazionale?

«A un certo punto del nostro percorso, eravamo già a Milano, abbiamo avuto un’intuizione osservandone le strade. Erano tappezzate da manifesti pubblicitari, da loghi commerciali dei grandi brand. A quel punto ci siamo detti, visto che veniamo, all’origine, dal mondo del graphic design, perché non farci da soli una grande operazione di marketing coinvolgendo il nostro network sparso per il mondo? È stato lì lo scatto».

Come e in che senso un’operazione di marketing?

«Nel nostro lavoro l’arrivo delle tecnologie è stato fondamentale. Ricordiamo che apparteniamo a una generazione di transizione. Abbiamo chiamato tutti gli artisti sparsi per il mondo, da Tokyo a Los Angeles a Parigi etc, e ci siamo scambiati, semplicemente via mail, i nostri “marchi”, la nostra firma, i nostri personaggi da stampare e attaccare ai muri. Così, come per miracolo, contemporaneamente in tutto il mondo, le nostre immagini hanno invaso le città, la nostra arte ha cominciato ad affiorare da sottoterra e la gente a chiedersi cosa stesse succedendo e chi fossimo».

E fu da quel momento, più o meno, che in un mondo saturo di immagini, sono riusciti a sviluppare uno stile figurativo immediatamente riconoscibile in tutto il globo. «Era arrivato il momento di avere finalmente una riconoscibilità, di attirare l’attenzione di un mondo frenetico che non sapeva assolutamente nulla di quello che succedeva nei “sotterranei” a un popolo di artisti sconosciuti ma potenti, nel loro modo di lanciare messaggi, colori, interrogativi».

Come cambia e com’è cambiata nel tempo la risposta del tessuto sociale e della polizia tra le diverse metropoli in cui avete dipinto?

«È cambiato sicuramente il tessuto sociale, le nuove generazioni abituate alle tecnologie, ad andare avanti per immagini, sono sempre più attratte da un’arte che è certamente di strada, e dalla strada può nascere un fortissimo senso di ribellione. Poi ci sono i collezionisti visionari, che ci seguono, ma che ci hanno anche scoperti molti anni fa. Anche le forze dell’ordine sono oggi forse un po’ più sensibili, come le varie amministrazioni locali che a volte ne hanno fatto anche un vanto. Ma la legge esiste, c’è e prevede il reato di vandalismo. Questo non è ancora cambiato».

Cosa rispondete ai writer della vecchia scuola che accusano le nuove generazioni di cercare solo la fama immediata sui social media senza fare la gavetta in strada?

«Abbiamo risposto nel 2005 con l’Urban Edge Show. Anche in questo caso ci siamo posti l’obbiettivo di ricucire, di mettere insieme come avevamo già fatto con l’operazione di “marketing globale”. Allora c’erano già delle tensioni tra i writers ortodossi, quelli della vecchia scuola, e i nuovi, moltissimi talenti che già vedevano l’evoluzione di questa arte e il mondo che cambiava super velocemente. All’evento, che ancora oggi viene ricordato come la prima mostra di strada collettiva avvenuta in Europa, abbiamo invitato i padri e i figli e anche i cugini di questo movimento, insieme, per dare ognuno la propria visione dell’arte Urban al grande pubblico».

Cosa ne pensate dei musei o dei privati che staccano i graffiti dai muri per rivenderli o conservarli?

«Male, l’arte in strada deve rimanere in strada».

Come gestite il paradosso di essere artisti celebrati a livello globale ma che, per la natura stessa di questa arte, spesso deve proteggere la propria reale identità?

«È noto che qualsiasi movimento d’arte dell’ultimo secolo è nato in strada e nell’anonimato, è riconosciuto, poi, che nonostante la strada e l’anonimato essi hanno anche fatto la storia contemporanea dell’arte. La nostra generazione guarda all’arte, diversamente dell’arte moderna, più che alla personalizzazione dell’artista».

La Sicilia è piena di ecomostri, cemento illegale, aree industriali dismesse o borghi fantasma dell'entroterra. Considerate questi “vuoti urbani” come una tela perfetta per dare nuova vita al territorio o come una cicatrice impossibile da curare?

«Dobbiamo dire che, viaggiando in lungo e in largo, abbiamo potuto osservare che tutto il mondo è paese, l’appiattimento architettonico è globale. Quest’abbandono, questo modo di costruire in maniera tutta uguale senza rispettare le peculiarità dei luoghi, la viviamo come una causa della globalizzazione, era prevedibile. È chiaro che in Sicilia ci sarebbe tanto da fare, di recente abbiamo realizzato un lavoro su commissione, ma noi vorremmo ripulire il mondo, rispettandone le diversità, idealmente».