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musica

Cinque anni fa ci lasciava Franco Battiato, l’artista che parlava al futuro

Dalla sperimentazione elettronica al pop colto: quel legame con la Sicilia

18 Maggio 2026, 13:06

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Cinque anni fa la morte di Franco Battiato, l’artista che parlava al futuro

A cinque anni dalla scomparsa di Franco Battiato - morto a Milo nel Catanese dopo una lunga malattia - il rischio più grande è ridurlo a una citazione da social, a una frase mistica buona per ogni occasione, o a quella caricatura del “maestro” sospeso tra filosofia orientale e pop d’autore. In realtà Battiato è stato molto più difficile, molto più irregolare e soprattutto molto più contemporaneo di quanto oggi si racconti.

La sua grandezza non stava soltanto nei dischi entrati nell’immaginario collettivo — La voce del padrone, Patriots, Fisiognomica — ma nella capacità rarissima di attraversare linguaggi diversi senza appartenere davvero a nessuno. È stato sperimentatore elettronico quando in Italia quasi nessuno sapeva cosa farsene dei sintetizzatori; autore pop capace di riempire gli stadi senza semplificarsi; compositore colto; regista; pittore. Eppure ogni definizione gli stava stretta.

Negli anni Settanta, mentre gran parte della musica italiana si divideva tra canzone politica e melodismo tradizionale, Battiato guardava altrove: a Karlheinz Stockhausen, alla musica minimale, alla spiritualità sufi, alle avanguardie europee. Dischi come Fetus o Pollution sembravano arrivare da un altro pianeta. Non erano lavori facili, e infatti non cercavano di esserlo. Ma dentro quella ricerca apparentemente elitaria c’era già l’ossessione che avrebbe attraversato tutta la sua opera: capire cosa significhi essere umani in un mondo che corre troppo veloce.

Quando poi arrivò il successo popolare, all’inizio degli anni Ottanta, non rinunciò a nulla. Canzoni come Centro di gravità permanente o Bandiera bianca riuscivano nel miracolo di parlare a tutti senza abbassare il livello del discorso. Dentro c’erano ironia, citazioni filosofiche, critica sociale, televisione commerciale, geopolitica, esoterismo, vita quotidiana. Battiato trattava il pubblico come se fosse più intelligente di quanto il mercato immaginasse. Forse è anche per questo che il pubblico lo ha amato così tanto.

A riascoltarlo oggi colpisce soprattutto la lucidità. Molti dei suoi testi sembrano scritti per l’epoca dell’iperconnessione e dell’inquietudine permanente: la sensazione di alienazione, il rumore continuo, la ricerca di silenzio, il desiderio di sottrarsi alla superficialità. “Cerco un centro di gravità permanente” è diventata una formula popolare proprio perché descrive qualcosa che continua a mancarci.

Ma c’era anche un’altra qualità rara: la leggerezza. Battiato sapeva essere profondissimo senza diventare pesante. Poteva passare da Tozeur alle badanti, dai dervisci rotanti alla pubblicità televisiva, con uno humour sottile e una libertà quasi infantile. Non spiegava mai tutto. Lasciava spazio al mistero, all’incompletezza, persino all’incomprensione.

Negli ultimi anni della sua vita il silenzio aveva preso il posto delle apparizioni pubbliche. La malattia lo aveva allontanato dalla scena, trasformandolo lentamente in una figura quasi mitologica. E forse proprio l’assenza ha reso ancora più evidente quanto fosse unico il suo sguardo. Oggi, in una cultura che tende a semplificare tutto e a consumare rapidamente ogni cosa, l’opera di Battiato continua invece a chiedere tempo, attenzione, ascolto.

Cinque anni dopo la sua morte, la sua eredità non è soltanto musicale. È un’idea diversa di arte e di intelligenza: la convinzione che si possa essere popolari senza essere banali, spirituali senza dogmatismo, sophisticati senza snobismo. E che la cultura, perfino dentro una canzone trasmessa in radio, possa ancora servire ad allargare il mondo.

Forse è per questo che Franco Battiato continua a sembrarci presente. Non perché appartenga al passato, ma perché molte delle domande che poneva non hanno ancora trovato risposta.