dal brasile
Michael Jackson è vivo e viaggia in bus? Anatomia di un video inganno che sta spopolando sul web
Dieci secondi per mandare in tilt i social: viaggio nell'ecosistema dei contenuti sintetici e della disinformazione visiva
Dieci secondi appena: su un autobus in Brasile, un uomo dall’aria provata, auricolari alle orecchie e maglietta verde. Profilo e lineamenti richiamano in modo sorprendente Michael Jackson.
La brevissima sequenza, rilanciata in Italia da Adnkronos, è rimbalzata sui social network riaccendendo le fantasie della rete: c’è chi parla di sosia, chi di filmato manipolato e chi, prevedibilmente, rispolvera la teoria complottista secondo cui la popstar non sarebbe mai morta.
Forget the conspiracy theories about Epstein still being alive...
— Mario Nawfal (@MarioNawfal) May 13, 2026
The internet just found Michael Jackson pic.twitter.com/bL9oVP6aeY
Le verifiche dei fact-checker raccontano però qualcosa di più profondo sulla crisi dell’evidenza visiva contemporanea.
Nonostante la morte di Michael Jackson, documentata a Los Angeles il 25 giugno 2009, le sue “false resurrezioni” digitali continuano a moltiplicarsi, complice anche l’attesa per il biopic “Michael”, che spinge gli algoritmi a favorire contenuti a lui collegati.
Un’indagine approfondita di Lead Stories indica che la diffusione del filmato sarebbe partita l’11 maggio 2026 da un account Instagram che si presenta esplicitamente come creatore di contenuti tramite Intelligenza Artificiale.
A sostegno di questa pista, uno strumento di rilevazione ha stimato al 94,2% la probabilità che il video sia di origine sintetica.
Non è però indispensabile una generazione artificiale integrale per ingannare l’occhio: il sito brasiliano Rios de Notícias ipotizza che il protagonista sia una persona reale, sulla cui immagine sarebbero stati applicati filtri di “miglioramento” particolarmente aggressivi — comuni su app come TikTok o CapCut — per accentuarne la somiglianza.
Il caso dimostra che, oggi, la manipolazione non si esaurisce nelle categorie “tutto falso” e “tutto vero”, ma abita una zona grigia fatta di ritocchi e distorsioni percettive.
Non serve un deepfake impeccabile per alimentare la disinformazione: bastano un’inquadratura ambigua, una compressione spinta e una didascalia suggestiva per trascinare migliaia di utenti dentro una narrazione infondata.
Come sottolineato dal NIST e dalla Coalition for Content Provenance and Authenticity (C2PA), “l’occhio non basta più per stabilire la verità”.
La vera difesa risiede nella tracciabilità: verificare la provenienza dei file e i relativi metadati, pur sapendo che questi ultimi possono essere rimossi con facilità.