l’intervista
Scimeca: «Racconto chi ha combattuto le cosche»
Nel film “Il giudice e il boss”, stasera su Rai3, l’assassinio del giudice Terranova 1979: Il magistrato aveva speso la vita a indagare i corleonesi e venne lasciato solo
Quella del giudice Cesare Terranova e del maresciallo di polizia Lenin Mancuso assassinati nel 1979 in agguato mafioso è una delle stragi di Palermo ai danni degli uomini delle istituzioni. “Il giudice e il boss” (2023) film di Pasquale Scimeca (stasera in seconda serata su Raitre), va oltre le inchieste, l’arresto di Liggio e il processo di Bari indicando il rapporto mafia-politica a partire da Portella della Ginestra. Scimeca gira nel 2000 “Placido Rizzotto” (sindacalista e politico socialista di Corleone assassinato nel 1948) poi approda a Terranova. Il processo del ‘69 cui assistiamo nel film mitte alla sbarra una sessantina di boss e picciotti dopo 10 anni di indagini chiudendosi con clamorosa assoluzione. «L’integerrimo magistrato, esclusi pochi fedeli collaboratori come Mancuso è lasciato solo, umiliato e offeso, a combattere contro i mulini a vento» dice Scimeca.
Il film si apre nel ’58 sull’omicidio di Michele Navarra medico e boss di mafia, padrino di Corleone, concittadino di Liggio, Riina, Provenzano. In merito al progetto di una diga, Liggio voleva lucrare sulla costruzione, Navarra preferiva il controllo dei pozzi e fu ucciso. Gaetano Bruno bravo attore palermitano è un Terranova rigoroso, intimamente lacerato dalla sofferenza della moglie nel saperlo in pericolo. Peppino Mazzotta è un grande Lenin Mancuso. Bravissimi Claudio Castrogiovanni, Naike Anna Silipo (unica non siciliana), Enrico Lo Verso e poi Marco Gambino, Rita Abela, Vincenzo Albanese, Marilù Pipitone e altri.
Perché Terranova?
«Figura un po’ dimenticata, rappresenta il seguito di “Placido Rizzotto” avendo egli speso la vita a indagare sui corleonesi che avevano assassinato il sindacalista».
Qualche donna si ribella alla violenza mafiosa.
«La moglie di Raya. Ma in lei ho trasposto Serafina Battaglia di Godrano (Palermo) cui uccisero marito e figlio. Raccontò tutto a Terranova e fu la prima testimone di giustizia. Ma sono esistite tutte e due».
Come si è documentato?
«Con la collaborazione di Attilio Bolzoni grande giornalista esperto di mafia, autore con D’Avanzo de “Il capo dei capi”. Nadia Terranova, scrittrice, nipote di Cesare assieme alla famiglia mi ha aiutato indicando il lato umano del giudice. Vincenzo Terranova presidente di sezione della Corte d’Assise, ha scelto la sede di Palermo per onorare la figura dello zio. E poi i racconti di Carmine Mancuso poliziotto e politico, figlio di Lenin».
E il legame tra mafia e politica.
«Certo: Ciancimino, il filo Corleone-Palermo, il rapporto mafia-neofascisti. Nel 1970 il tentativo di golpe Borghese tentò di coinvolgere la mafia. Terranova indagò».
Nel finale del film Cesare e Lenin guardano alla nuova leva di poliziotti: Montana, Cassarà, Zucchetto, Mondo, Antiochia. A breve avrebbero fatto la loro stessa fine come Falcone e Borsellino.
«Ora lavoro a un film sui poliziotti che – dice Scimeca - sono stati importanti e si sono sporcati le mani per cercare prove. Va ribaltato il paradigma del cinema di mafia: protagonisti non i mafiosi ma quelli che la mafia l’hanno combattuta. Vorrei che i giovani stessero dalla loro parte prendendoli a modello».