Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
31 maggio 2026 - Aggiornato alle 00:30
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

scaffale

"Ragusa infinita": la città come sentimento eterno

La nuova opera di Letizia Dimartino: “La città ha per me come una non fine, da qualunque angolazione la si veda e soprattutto la si senta e viva”

30 Maggio 2026, 22:37

22:40

"Ragusa infinita": la città come sentimento eterno

Una scrittura elegantissima e colta, “ferma in una specie di eternità”, costellata da esperienze emotive e sensoriali, non solo cronologiche, che rielabora il passato (con il quale si sente l’incantevole legame) riportandolo al presente e restituendolo al senso del vissuto. Una scrittura evocativa, “infinita”, che significa perenne rinascita. Parliamo di “Ragusa infinita” nuova opera letteraria di Letizia Dimartino, pubblicata da “Abulafia Editore”. Leggendo viviamo momenti immersivi (sinestetici) che coinvolgono tutti i sensi: la vista, lo sguardo vivo verso un cielo di “cristallo, una luce unica e solo ragusana”, verso stelle sempre visibili; l’olfatto e “l’odore dei dolci ancora caldi e soffici in bocca”; il tatto, saggiando “la stoffa col sogno dentro gli occhi”; il gusto sollecitato dai “bignè con crema al cioccolato, il diplomatico a forma di mattonella cosparso di zucchero vanigliato”; l’udito, esteso ad occhi socchiusi, ascoltando cantare Endrigo e Gino Paoli. E, ancora, l’amore (e la “scoperta” in tutte le possibili declinazioni): per l’arte, per la lettura onnivora (“Le testate dei quotidiani in fila, l’apertura di primissima mattina, la città che si svegliava e le edicole erano subito e per sempre nostre”), per le passeggiate, per il vento (“sempre pronto a sospingerci”), per gli affetti (tanti) come quello per la nonna, (“Recitava filastrocche a voce alta, e rideva spesso. Parlava poco e non desiderava nulla. Nulla. Solo vivere. Vivere. Così, semplicemente”), per la poesia, per la bellezza, in ogni forma immaginativa, “dorata”, ricolma di sostanza.

Leggendo è chiaro che il luogo prescelto è parte attiva (principale) della narrazione, molto oltre l'aspetto visivo. Per quale ragione è infinita, la “sua” Ragusa?

«La città ha per me come una non fine, da qualunque angolazione la si veda e soprattutto la si senta e viva. Ma resta una sensazione mia, non di tutti. Il titolo infatti esprimerebbe il mio sentimento che va oltre le case e le strade e i luoghi precisi e la gente menzionata, per giungere in una interiorità soggettiva, nata in un tempo lontanissimo e giunta fino ad oggi. L’infinito non ha però tempo né posto. Ragusa li ha nel vissuto e in un futuro che auguro e vorrei non avesse un fermo. Mai

Pensiamo al “significato emotivo”: quanto l’ha “emozionata” scrivere questa preziosa plaquette?

«Scriverla è stato facile, spinta come ero dalla pressione dei molteplici ricordi che si affastellano ancora e che volevo non andassero persi. Tutto emergeva con gran velocità, perché il ho sempre tenuti in me questi fotogrammi che ritengo preziosi non solo per me ma di più per i ragusani. Il non dimenticare è stata la vera emozione, così come il trattenere il bello che sentivo».

Nella sua scrittura come si coniugano ciò che è stato vissuto e ciò che è stato immaginato?

«L’immaginato in questa Plaquette non esiste. È stato tutto un vero vissuto. Nessun sconfinamento. Ho percorso la vita mia e di questa città così come è stata. Con piacere e con amore e con attimi di dolore».

Quale aggettivo definisce meglio l'atmosfera interiore (se preferisce, il “paesaggio interiore”) che ha portato quest’opera?

«Mi ripeto se dico che l’aggettivo è “infinita”? Sono partita da lì e sono arrivata sempre lì. Era un dentro e un senso tutto mio. Un cerchio che si chiude, non fosse però banale».

Leggendo scopriamo “spazi” (potremmo dire universali) che assumono una duplice valenza: è come se li attraversassimo per la prima volta e, al tempo stesso, come se li abitassimo da sempre. Come risponde a questa nostra osservazione?

«Gli amori per le città sono più forti che per un innamorato. Le città parlano, hanno una voce. E a volte mi capita di commuovermi, quando tutto si perde o quando si acquista e le città dividono, e niente può tenerci e poco posso più fare se non donare di me il pensiero e una stanza, amando il passato di noi lontani, e adesso vivi, ma noi innamorati. E tutto sembra compiersi»

Per concludere, saluterebbe i nostri lettori scegliendo un passo dal suo libro, raccontandoci per quali ragioni lo ha scelto così (magari) da permetterci di meglio addentrarci e comprendere i “percorsi” che hanno visto “nascere” e “crescere” l’idea del suo “Ragusa infinita”?

«L’epilogo di sicuro. Tutto. Le ragioni sono evidenti. Una fine e insieme un legame alla vita con la consapevolezza amara che si deve perderla. Nonostante la forza degli occhi e del sentimento vogliano trattenerla. C’è però, nascosto, ahimè, un invano… Eccolo:

Io lo penso che poi non ci sarò. Da noi il gelsomino fiorisce ogni estate e ha fusti attorcigliati, gli ulivi rimangono per sempre e con le foglie come impolverate, le pietre dei muri ogni tanto si sfaldano striate dai licheni color ruggine. E questi monti sono uguali e hanno un azzurro e un blu delicato che li rende morbidi. Io resterò qui, in questo punto di Sicilia che si stravolge piano piano, al capo estremo del mondo che tutti conoscono. E poi dovrò lasciare il cielo basso di questa città, il vento che la sopraffà in tutte le stagioni. E le case che hanno l’odore di un luogo che è come sconosciuto agli altri, che si sente solo qui, nelle mattine di maggio e nelle sere di settembre. Io sarò lontana. Io che ho amato il grido di mia madre e quello del colombaccio, della gazza petulante e di mio padre lungo le curve degli Iblei, dove sostava per pochi attimi infuriati ad un abbeveratoio antico, dall’acqua gelida e ferraginosa. Io che lascio poco, con gli occhi aperti voglio stare. Aperti”.