Taormina Filmfest
L'Oscar Helen Mirren: "Israele? Non posso approvare chi compie crimini contro l’umanità"
La star premiata al Teatro antico. "Fare la Bond girl non mi sarebbe piaciuto, ma la Bond villain sì! Una vera antagonista, malvagia quanto basta!"
di Carmelita Celi
Ha un’innocenza saputa di bambina, Helen Mirren - attrice poliedricamente inquieta nonché Dame dell’Impero Britannico da oltre vent’anni - stasera primadonna al Teatro antico per ricevere il Premio alla carriera all’interno della 72° edizione del Taofilmfest diretto da Tiziana Rocca.
Scuote con grazia un meraviglioso, coraggioso caschetto candido che paradossalmente le rende il viso più impertinente e perché no, persino più giovane. Saranno 81 il mese entrante ma l’anagrafe non è tutto, nella vita.
«Il tempo che passa va accettato con i cambiamenti che si porta dietro. Quando avevo vent’anni mi si diceva che a 40 anni li avrei rimpianti e che mi sarebbe accaduto lo stesso a 60 ma io sempre ho vissuto la mia età senza angustiarmi. Man mano che vai avanti perdi alcune cose, è vero, perdi la bellezza, ma ne guadagni tante altre».
Eccola, in fondo, la bambina saputa e sapiente che della sua prima volta al cinema, sua madre ve la portò che aveva sei anni, ha sempre ripetuto come un mantra: «Le luci si abbassavano e il mio mondo cambiava». Avrebbe detto la stessa cosa a dieci anni e poi a 16 e poi ancora e ancora, e, quel punto, anche da dentro al grande schermo.
«Ho cominciato da lui perché lui mi ha fatto capire che era meglio rischiare la censura e poteva benissimo accadergli con “Coriolano” piuttosto che smettere di raccontare in scena e in modo non provinciale l’umanità, tra gloria e disonore. All I can say is that I believe in Shakespeare».
Camicetta bianca, corta, gonna fucsia. Elegante senza volerlo. Nossignore, volendolo eccome. E, non ce ne voglia Sua (defunta) Altezza Reale, assai più elegante di Elisabetta II da lei interpretata in “The Queen” di Stephen Frears.
«Mi sento una regina anche nella vita, a volte! Mi piace viziarmi un po’, portare abiti firmati, godere della magnifica ospitalità di Taormina».
Sullo schermo molte regine (Elisabetta I e Caterina II di Russia “la grande”) ma anche molte icone femminili come Golda Meir (il film “Golda” di Guy Nattiv, 2023) che suggella, qualora fosse necessario, il suo amore “antico” e sconfinato per Israele. Perciò un attivista Pro-Pal la ha aggredita verbalmente chiamandola “malvagia sionista” incorniciato dall’epiteto riservato ad una donna.
Come ha vissuto l’incidente?
«Non so da dove l’abbiano tirato fuori questa cosa accaduta a novembre dell’anno scorso (ndr: la rete parla, invece, del 2024), si nota infatti che io e mio marito, appena usciti dalla metro, indossiamo abiti pesanti. Secondo me quell’uomo, decisamente sopra le righe se non mentalmente instabile, mi ha attaccato per errore. Io non posso approvare chi compie crimini contro l’umanità, il male si annida dappertutto».
In Israele, per esempio.
«Certo, ma Israele sta facendo così del male a sé stesso. Non posso negare di essere legatissima a questo Paese da anni, sono cresciuta dopo la Seconda Guerra, ho partecipato alla tragedia della Shoah ed alla creazione dello Stato d’Israele, ho pensato molto alle conseguenze della Guerra dei Sei giorni. Ho molti amici lì, artisti ed intellettuali, i miei primi due fidanzati sono ebrei e fu con il secondo, ebreo inglese, che mi recai in Israele dove per 6 mesi lavorai in un kibbutz. Interpretando “Golda”, poi, sono entrata in contatto con la parte idealista di Israele, che non smetto di amare».
Ma il qui ed ora impone scelte, posizioni. Sionista, antisemita o…?
«Non è così facile esprimere liberamente la propria opinione. Ciò che Israele sta facendo è totalmente autodistruttivo. Del resto perché Caterina fu chiamata La Grande? Perché occupava i territori. Come Putin! Perché Alessandro fu detto Magno? Perché invadeva! Come Gengis Khan! Si passa alla Storia per atti di incredibile brutalità». (Per un attimo, ci attraversa la sinistra deduzione che, sic stantibus rebus, ci sarà anche un “Netanyau il Grande”…).
A proposito di donne al comando. Julie Taymor l’ha diretta in “The tempest”, la collega Kate Winslet ha curato la regia di “Goodbye, June” dove Lei interpretava la madre della Winslet a cui il film è dedicato. Una regista donna fa la differenza?
«Certo che sì! Julie era già una regista mentre con Kate avevo lavorato inizialmente da attrice ma già in epoche non sospette ero convinta che sarebbe stata fantastica per il controllo maniacale dei dettagli e la capacità di rispondere su più fronti. Kate è quello che si dice molto femminile, la sua presenza sul set è nutrimento ed è al corrente di tecniche d’avanguardia. Ricordo che sul set c’erano molti bambini e uno di loro aveva problemi cognitivi, di 5 o 6 anni ma già molto sviluppato, di buon peso. Per tenerlo buono, Kate gli mise un paio di corna di renna, lo teneva in braccio, nel frattempo recitava e dirigeva. Assolutamente multitasking, assolutamente femminile».
Assolutamente necessarie, le donne, non solo dietro alla macchina da presa.
«Più di 60 anni fa, il momento è cruciale perché la donna venga coinvolta in tutti i settori, quelle colte specialmente possono dare un contributo per certi versi unico alla comunità. E’ al limite della follia che in Usa ci siano Stati ed uomini che minacciano di togliere il voto alle donne! Devono muoversi cose oscure che non vediamo in superficie».
Eppure qualcuno parla ancora di “American dream”.
«Ma quale “sogno” puoi vivere in un Paese che nega alle donne il diritto di esprimersi? E che cosa significa “americano” in un Paese con Stati completamente diversi tra loro? Se qualcuno mi dice “inglese” io penso subito al cottage ed al tè ma “americano” che cos’è? Ero a New York, il terribile 11 settembre, lavoravo ad uno spettacolo che debuttava il lunedì e la tragedia accadde di sabato. Ero in sala prove in un appartamento a Chelsea, vidi la seconda Torre venire giù e mi prese un senso d’appartenenza per cui misi fuori dalla finestra la bandiera americana. Quando mio marito, americano (ndr, il regista Taylor Hackford, conosciuto sul set del bellissimo “Il sole a mezzanotte”) tornò a casa mi chiese perché l’avessi fatto, pare che ostentare la bandiera sia da repubblicani. L’America è stato un Paese fortunato, poche persone, molto spazio, moltissimi soldi. E un concetto di libertà che dovrebbe far storia».
In nome di Italo Calvino, alleggeriamo.
Lei sostiene che James Bond non può essere una donna ma le sarebbe piaciuto, a suo tempo, essere una Bond girl?
«No. Ma una Bond villain, sì! Una vera antagonista, malvagia quanto basta! Peccato che gli sceneggiatori non siano ancora pronti… Ecco una cosa su cui lavorare».