Il libro
La storia surreale del poliziotto che catturò Bernardo Provenzano. «Cortese è diventato ostaggio di una mostruosità giuridica»
Enrico Bellavia ripercorre con la penna del cronista il caso Shalabayeva. La spy story di un sequestro inesistente che ha trasformato in preda un cacciatore
Qualcuno al suo posto avrebbe vacillato. Perso la fiducia. Renato Cortese invece no. Il poliziotto, che ha catturato il corleonese Bernardo Provenzano (solo per citare uno dei tanti successi investigativi della polizia che porta la sua firma) non ha mai smesso di credere nelle Istituzioni. Quelle istituzioni che ha servito e continua a servire con una dedizione e una fedeltà di ferro. Il prefetto Renato Cortese si è ritrovato in un limbo tecnico-giuridico scatenato dal caso Shalabayeva. La vicenda è quella del rimpatrio, nel 2013, della moglie del sedicente dissidente kazako Mukhtar Ablyazov. Il poliziotto nel 2020 è condannato a 5 anni per sequestro di persona dal Tribunale di Perugia. Cortese, col cuore spezzato, lascia la Questura di Palermo che stava guidando. Da quel momento uno dei migliori investigatori italiani è impantanato in un processo che dopo l’assoluzione in secondo grado sembrava dovesse avere l’unico epilogo possibile. E invece la Cassazione lo ha riportato indietro e a Firenze si è tornati a pronunciare la parola condanna. Una condanna ingiusta. Che sia ingiusta lo dicono gli stessi atti processuali.
Enrico Bellavia, vicedirettore de L’Espresso, pubblica nel 2022 “L’Ostaggio” (Zolfo editore). Un libro in cui analizza pezzo per pezzo, riga per riga, atto per atto questa «storia surreale - come è vergato nel sottotitolo - di un poliziotto». Che da cacciatore è diventato preda. Bellavia è stato a Catania, per presentare alla facoltà di Giurisprudenza la pubblicazione diventata di estrema attualità dopo l’avvio di una petizione in difesa di Renato Cortese. Il libro era la forma perfetta per una contro-inchiesta. Lo spazio della cronaca non era mai abbastanza. «Per spiegare come si era arrivati a costruire questa mostruosità giuridica avevo bisogno di esplorare anche i dettagli della vicenda», dice il giornalista. «Io sono convinto non solo dell'innocenza assoluta di Renato Cortese, ma sono convinto della insussistenza degli elementi che lo hanno portato a giudizio. Però - argomenta lo scrittore - per dimostrare l'insussistenza degli elementi avevo bisogno di scandagliarli e, quindi, mi serviva uno strumento adeguato che era il libro».
Bellavia era convinto che il libro sarebbe stato una sorta di testamento della vicenda. «Il libro viene concluso nel 2022 quando tutti speravamo che questa storia avesse avuto fine con l'assoluzione di secondo grado». Ma le cose, invece, sono andate diversamente. «Nelle motivazioni dell’assoluzione il giudice di secondo grado esprime anche un giudizio molto duro sui giudici di primo grado. A quel punto la Procura generale presenta ricorso». La nuova condanna nell’appello bis ha riaperto una ferita. «Adesso la speranza è quella che naturalmente si arrivi ad un annullamento senza rinvio in Cassazione e si chiuda finalmente questa storia».
Il sequestro è inesistente. Alma Shalabayeva ha esibito un passaporto falso. La linearità della condotta è provata da un fatto che «è assolutamente documentale e riprovato», evidenzia ancora Bellavia. Che aggiunge: «Tutto il resto non può essere inficiato a un poliziotto che ha fatto il suo lavoro».
L’identità sarebbe stata nascosta con consapevolezza. «Io credo che il quid sia proprio quello: nascondere l'identità creava - afferma Bellavia - i presupposti per il rimpatrio». Da lì la situazione è precipitata. Naturalmente nessuno poteva pensare che in quel precipizio sarebbe finito Cortese. «Il rimpatrio, unito a una campagna mediatica ben orchestrata, ha fatto sì che l’attenzione si spostasse e si deviasse dalla figura del latitante Mukhtar Ablyazov e lo si facesse diventare un dissidente». Ma la macchina della giustizia non dovrebbe essere fuori da queste dinamiche? La risposta di Bellavia è forse la chiave di lettura di questa storia assurda. «Cortese si è fatto molti amici e sostenitori nell'opinione pubblica più aperta e democratica, che ha visto in lui una persona in gamba che ha catturato degli importanti latitanti, ma molte delle sue indagini hanno dato fastidio al potere e questo non lo ha reso certamente ben visto da certi apparati». Si innesca un effetto politico-giudiziario davvero inquietante. Che avrebbe dovuto colpire Angelino Alfano, all’epoca ministro dell'Interno. Ma per un gioco di magia l’agrigentino Alfano resta fuori. In questi anni Cortese è rimasto in «cortese silenzio». Il prefetto ha pronunciato solo poche parole. «Lui ha detto semplicemente: io credo che la mia storia professionale avrebbe meritato più rispetto», ricorda Bellavia. E come dargli torto.