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Il giudice-robot e la crisi del diritto: quando l'algoritmo decide per noi

Nel saggio "Libello umano, troppo umano", Chiara Zarcone esplora i rischi dell'I.A. nel processo penale: dalla giustizia predittiva all'incubo di un nuovo "Lombroso digitale"

23 Giugno 2026, 19:41

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Il giudice-robot e la crisi del diritto: quando l'algoritmo decide per noi

L’avvento dell’intelligenza artificiale non rappresenta più una semplice rivoluzione tecnologica, ma un “profondo terremoto esistenziale” capace di scuotere le basi del nostro ordinamento. È l’allarme, lucido e serrato, lanciato da Chiara Zarcone nel saggio “Libello umano, troppo umano. Riflessioni giuridiche sull’intelligenza artificiale” (Collana Lo zibaldone, prefazione di Otello Lupacchini).

In un tempo segnato dalla “Krisis” dell’uomo contemporaneo, l’autrice osserva come il progresso digitale stia trasformando il Logos – la ragione universale in un freddo costrutto artificiale. Il pericolo estremo è la delega della nostra vita giuridica e morale alle macchine, con un ribaltamento dei ruoli: la tecnica, da mezzo, diventa fine, arrivando a insidiare l’autonomia della volontà umana.

Con un taglio autenticamente interdisciplinare, che coniuga filosofia, scienze e dottrina penalistica, l’opera mette a fuoco l’urto fra IA e Diritto penale. Tra i nodi più spinosi figura il paradosso del machine learning: l’imprevedibilità degli algoritmi scardina il principio della “dominabilità del fatto” e incrina l’architrave della colpevolezza individuale.

L’analisi non resta astratta: scende nel vivo della prassi processuale, mettendo in guardia dalla giustizia predittiva e dallo spettro di un “giudice-robot”. Se la decisione fosse affidata alla logica statistico-probabilistica, rischierebbero di svuotarsi di significato il libero convincimento del magistrato e la valutazione della persona nella sua irriducibile singolarità.

Emblematico, in questo senso, è il riferimento al software COMPAS negli Stati Uniti: l’algoritmo non è neutrale, ma tende a ereditare e amplificare pregiudizi sedimentati, attingendo a basi dati storiche. Si profilano, inoltre, derive allarmanti: un inaccettabile “Lombroso 2.0” fondato sul riconoscimento facciale biometrico; le “allucinazioni” dell’IA, capaci di inventare inesistenti precedenti giurisprudenziali; e il rischio di decisioni ingiuste generate da fenomeni di IA degenerativa o data drift.

Sotto il profilo delle garanzie, il volume contesta con forza l’impiego, in sede processuale, di sistemi “black box” tipici del deep learning: l’opacità dell’iter decisionale lede il principio costituzionale del giusto processo, erode l’obbligo di motivazione e menoma il diritto di difesa.

Non mancano, tuttavia, ancoraggi normativi per una resistenza di segno umano. Zarcone richiama l’AI Act europeo e la prima legge italiana sull’IA (n. 132/2025), ribadendo la necessità di una visione antropocentrica e salutando con favore l’introduzione di nuovi reati, come l’art. 612-quater c.p., essenziale per contrastare pratiche degradanti quali il deepfake porn.

La conclusione è una ferma difesa della nostra civiltà giuridica: l’intelligenza artificiale deve restare un ausilio, costantemente soggetto a supervisione umana (human oversight). Perché il ragionamento giuridico tende alla ricerca della Verità e alla tutela della dignità della persona: per amministrare giustizia servono empatia e responsabilità, qualità che non possono scaturire dalla mera elaborazione di bit.

Chiara Zarcone è cresciuta a Palermo, dove ha conseguito la laurea in Scienze giuridiche, si è perfezionata e affermata a Torino, ottenendo la laurea magistrale in Giurisprudenza con una tesi insignita di menzione accademica. Titolare dell’omonimo Studio legale, è cultore della materia in diritto penale. Legata alla ricerca, collabora con riviste specialistiche, tra cui Questione Giustizia. È inoltre Socio Onorario e consulente giuridico della Sezione di Palermo dell'U.N.U.C.I. (Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia). Ha preso parte, in qualità di relatrice, a numerosi convegni; di particolare rilievo l’intervento “Il sonno della ragione genera mostri”, dedicato alle complesse implicazioni giuridiche della violenza di genere.

Il volume sarà presentato il prossimo 28 giugno alle ore 11 nella Sala Rossa di Palazzo dei Normanni a Palermo