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in scena

"L’Opera Cuntata", Salvo Piparo: «Il teatro deve entrare nei quartieri. È una palestra per le anime»

Musica dal vivo e narrazione per rileggere Santa Rosalia, il Caravaggio rubato e "Cavalleria Rusticana"

01 Luglio 2026, 09:24

09:30

"L’Opera Cuntata", Salvo Piparo: «Il teatro deve entrare nei quartieri. È una palestra per le anime»

Debutta questa sera, mercoledì 1 luglio alle 21, nella Sala Grande del Teatro Massimo di Palermo, «L’Opera Cuntata. Cavalleria Rusticana, Caravaggio, Santa Rosalia», il nuovo spettacolo ideato e interpretato da Salvo Piparo insieme a Lello Analfino e al Lello Analfino Quartet. Un progetto che intreccia il cunto, la musica dal vivo e il teatro di narrazione, trasformando tre storie profondamente legate alla Sicilia in una riflessione sul presente: la devozione per Santa Rosalia, il mistero del Caravaggio rubato e il dramma di Cavalleria Rusticana. Dopo il debutto al Teatro Massimo, lo spettacolo approderà nei quartieri di Danisinni, Brancaccio e Zen, portando il teatro direttamente tra la gente. Ne abbiamo parlato con Salvo Piparo.

Come nasce «L’Opera Cuntata»?

«Nasce dall’esigenza di raccontare le cose che viviamo oggi. Sono tre storie che appartengono alla nostra memoria, ma il loro significato è ancora vivo. I fatti di cui parliamo non appartengono al passato: continuano a interrogarci e a raccontare chi siamo»

Uno dei momenti centrali è dedicato al Caravaggio rubato. Perché tornare su quella vicenda?

«Perché è una delle ferite più profonde di Palermo. Raccontiamo il furto della Natività attraverso le tante voci che negli anni si sono rincorse, quelle che io definisco quasi delle “pupiate” dei collaboratori di giustizia. Ognuno ha aggiunto un pezzo diverso: Giovanni Brusca, Gaspare Spatuzza, Salvatore Cancemi, Gaetano Grado. È una vicenda paradossale che racconta anche l’assurdità di un’opera che Palermo non è stata capace di custodire, lasciata in un luogo che allora non era neppure adeguatamente protetto»

Nel racconto emerge anche una riflessione sul tema della giustizia

«Sì, perché ancora oggi i collaboratori di giustizia vengono considerati attendibili e io continuo a rimanere perplesso pensando che Giovanni Brusca sia tornato libero dopo i crimini atroci che ha commesso. In un altro Paese sarebbe stato impensabile. Tra le ipotesi emerse negli anni c’è stata anche quella secondo cui, dopo il suo arresto, il Caravaggio avrebbe potuto essere restituito in cambio di un alleggerimento del regime di carcere duro previsto dall’articolo 41‑bis. Quella proposta non ebbe seguito, ma resta una delle vicende più controverse legate al dipinto»

Lo spettacolo vuole esprimere un giudizio?

«No. Noi non vogliamo giudicare nessuno. Vogliamo raccontare i fatti per quello che sono stati, affinché si riaccenda il dibattito, si smuovano le coscienze e si metta una pulce nell’orecchio a chi ascolta. Il teatro deve servire anche a questo»

Anche Santa Rosalia viene raccontata in una chiave contemporanea

«Ogni anno il Festino si rinnova come una sorta di Capodanno della città. Ogni volta c’è una nuova “bestia” da combattere, un nuovo male da sconfiggere. La figura di Santa Rosalia continua a parlarci del presente e del bisogno di rinascere»

E poi c’è “Cavalleria Rusticana”. Quanto è ancora attuale?

«Moltissimo. Basta guardare quello che succede ogni giorno. Viviamo ancora in una sorta di Ottocento: i giovani continuano a scannarsi, la violenza è ovunque. Le passioni, la vendetta, l’onore raccontati da Mascagni sono purtroppo ancora sotto i nostri occhi. È come se fossimo ancora appesi, proprio come quelle teste di capretto che oscillano nelle macellerie»

Sul palco ci sarà anche Lello Analfino. Come nasce questa collaborazione?

«Con Lello c’è sempre stata un’intesa speciale. Siamo amici, anzi direi quasi due gemelli diversi. Io non riuscirei a cantare in scena; lui rappresenta quella parte di me che manca al canto e viceversa. Siamo complementari, ci spalleggiamo continuamente. È come un gioco di specchi: dove mi fermo io arriva lui. E anche i musicisti diventano parte integrante del racconto, quasi delle ombre caravaggesche che accompagnano la narrazione»

Dopo il Teatro Massimo porterete lo spettacolo nei quartieri della città. È questa la sfida più importante?

«Assolutamente sì. Al di là della bellezza di debuttare al Teatro Massimo, la vera finalità è andare nei quartieri, soprattutto quelli più difficili. Vogliamo portare sotto casa della gente temi come il furto del Caravaggio, la giustizia, la vendetta, la morte, la grazia. È lì che il teatro deve arrivare»

Che cosa vi aspettate da questo incontro con il pubblico?

«Mi auguro che si crei un momento di comunità. Penso, ad esempio, allo Zen: ci sono tantissime persone perbene che soffrono per la cattiva fama del quartiere. Sono realista, ma anche fiducioso. Credo che iniziative come questa siano necessarie»

Che ruolo può avere oggi il teatro?

«Il teatro è una palestra per le anime. Bisognerebbe fare spettacoli come questo non solo a luglio, ma durante tutto l’anno. Se non entriamo nelle case delle persone, se non andiamo noi nei quartieri, come possiamo sperare di cambiare qualcosa? Non possiamo certo aspettare la manna dal cielo»