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L'intervista

Morin e il “complesso” legame con lo Stretto

Parla Gembillo, già ordinario di Filosofia, fondatore del Centro studi dedicato al filosofo francese, morto lo scorso aprile, e che oggi compirebbe 105 anni

08 Luglio 2026, 06:45

06:50

Morin e il “complesso” legame con lo Stretto

Un profondo legame con Messina. Edgar Morin, uno dei più grandi filosofi del 900 e oltre, scomparso lo scorso 29 maggio all'età di 104 anni, nello Stretto era di casa. Giuseppe Gembillo, già ordinario di Filosofia dell'università di Messina, con un gruppo di studiosi messinesi, nel 2002 ha proposto il conferimento della laurea Honoris causa, e ha fondato il Centro Studi Internazionale di Filosofia della complessità “Edgar Morin”, mantenendo una connessione intensa col filosofo francese che oggi avrebbe compiuto 105 anni. Nel giorno del suo compleanno il centro studi gli dedica un'intera giornata: “Edgar Morin, filosofo a Messina”. Dalle 9 a fine giornata all'aula Cannizzaro dell'Ateneo, si alterneranno interventi sulla “complessità”, ovvero sul cuore del pensiero del filosofo francese.

Perché la complessità, perché Morin?

«Il Novecento è stato un secolo di geni, di scienziati-filosofi che hanno rivoluzionato la fisica, la chimica, la biologia, la medicina, la matematica, la neurofisiologia, l’astronomia. Per citarne solo alcuni, Einstein, Bohr, Heisenberg, Prigogine, Maturana, Mandelbrot, Lovelock hanno rivoluzionato le varie scienze sia dal punto di vista specifico sia sentendo come imprescindibile il bisogno di ripensarle dalle fondamenta a livello epistemologico e filosofico. Ognuno di loro lo ha fatto trasformando la scienza che professava e elaborandola a partire da nuovi principi, ma lo ha fatto da grandissimo solista. Edgar Morin ha avuto il grandissimo merito di farsi, per usare una metafora musicale, il loro “direttore d’orchestra”. È stato capace, infatti, di cogliere l’essenziale delle loro varie teorie di farle interagire fruttuosamente e di operare una vera e propria rivoluzione epistemologica a tre livelli».

Che per noi mortali, vuol dire?

«In sostanza, traendo le conclusioni emerse dai mutamenti nelle varie scienze, ci ha fatto comprendere che se vogliamo conoscere tutto ciò che ci circonda lo dobbiamo indagare sia come evento singolo sia come evento che interagisce con tutti gli altri eventi a lui contemporanei. E questo significa che non dobbiamo più seguire l’insegnamento del matematico-filosofo Cartesio che ci aveva convinto a suddividere ogni entità nelle sue parti che la compongono, ma dobbiamo vederla nella sua interezza e nelle relazioni che ha con tutti gli altri eventi. In secondo luogo, utilizzando un approccio complesso e non più riduzionista ha cambiato la visione che prima di lui avevamo della Natura, dell’Uomo e del loro rapporto».

Come?

«Ci ha insegnato che la Natura non deve più essere considerata come un meccanismo perfetto, immodificabile perché retto da leggi eterne, ma come un’entità che ha avuto una genesi, che è soggetta a un processo di continua trasformazione e che fa parte di un universo anch’esso in divenire. Ci ha insegnato che l’essere umano non nasce strutturato secondo schemi definiti ma che segue un processo di continua trasformazione e maturazione durante tutto il corso della sua vita. Che, contrariamente a quanto ritenevano gli scienziati classici, il rapporto tra la Natura e l’uomo è un rapporto reciprocamente attivo grazie al quale la natura incide ovviamente sulla vita dell’essere umano fornendogli l’energia necessaria per vivere, ma a sua volta l’essere umano incide su di essa trasformandola più o meno sensibilmente. In questo senso l’osservatore umano non è più una sorta di fotografo che cerca di comprendere i segreti della natura, ma coopera con essa attivamente».

Quali sono state le conseguenze di questa rivoluzione metodologica?

«Tra le tante che potrei citare ricordo solo quella fondamentale: ci ha insegnato che non siamo i dominatori della Natura, che possiamo manipolare a nostro arbitrio, come abbiamo fatto da diversi secoli, ma che ne siamo una delle sue parti importanti e che siamo altresì responsabili del suo equilibrio, ovvero del mantenimento delle condizioni che ci consentono di vivere. E che la disciplina decisiva per il proseguimento della vita sul nostro pianeta è l’Ecologia».