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L’intervista

La Niña: «La Sicilia la terra più furèsta che ci sia in Italia»

L’artista sarà in concerto a Catania giovedì, «Tutto il Sud del mondo si sta unendo per creare un nuovo emisfero»

13 Luglio 2026, 12:34

12:40

La Niña: «La Sicilia la terra più furèsta che ci sia in Italia»

«La terra più furèsta che ci sia in Italia». Così La Niña descrive la Sicilia, dove giovedì 16 luglio tornerà per esibirsi alla Villa Bellini di Catania con il "Furèsta Ita Tour". Dopo i sold out del tour indoor tra Italia ed Europa e la vittoria della Targa Tenco 2025 per "Furèsta", premiato come miglior album in dialetto, la cantautrice napoletana torna dal vivo con una tournée estiva che arriva in un momento di forte crescita e apertura internazionale del suo percorso artistico.

Nel nuovo singolo "Ràreche" racconti le radici non come qualcosa che ci tiene fermi, ma come ciò che permette di partire e poi, eventualmente, tornare. Oggi che la tua musica ti sta portando sempre più lontano da Napoli, senti che il significato di "casa" sta cambiando insieme a te?
«Ho un rapporto quasi di dipendenza con la casa. Per me è una sensazione che si può portare con sé e cerco di ricrearla anche quando sono lontana attraverso piccole routine, oggetti o riti serali, come la meditazione. Il tappetino del pilates, per esempio, viaggia sempre con me e occupa molto spazio in valigia! Quello che ho notato nell'ultimo periodo, ed è anche al centro del brano, è che il concetto di casa viene violentato ogni giorno. Basti pensare a quante case, popolazioni e civiltà vengono rase al suolo. Il valore salvifico delle radici che ho provato a omaggiare vuole dare speranza a chi non può più godere della propria casa: voglio immaginare che nel sottosuolo possa esserci il principio di una rinascita e di nuove consapevolezze».

In "Ràreche" torni anche alla bambina che sei stata, a una parte di te che hai definito "eroica". Hai avuto la sensazione di dover recuperare qualcosa di quella bambina o di doverla proteggere da ciò che il successo porta con sé?
«Quella bambina ha molto meno bisogno di protezione della me adulta. Quando compongo nuova musica provo a entrare in contatto con lei, perché è quanto di più vicino ci sia all'istinto di sopravvivenza e a una creatività libera dal giudizio e dalle aspettative. Mi affido a quella bambina perché sia lei a proteggere me, non viceversa. È tutt'altro che indifesa».

"Furèsta" ha vinto la Targa Tenco e ha contribuito a portare la tua musica oltre i confini italiani. Poi sono arrivati incontri con mondi apparentemente lontani dal tuo, come Kaytranada e Bulgari. Più il tuo percorso diventa internazionale, più senti il bisogno di proteggere la tua identità o questi incontri ti permettono di scoprire nuove parti del tuo linguaggio?
«Ho un istinto protettivo nei confronti del messaggio, più che dell'identità, che è qualcosa che muta. Mi terrorizza l'idea che le persone possano avere un'immagine troppo precisa di me, perché significherebbe che ho smesso di evolvermi. Quando scelgo di contaminarmi con altri mondi avviene sempre in maniera naturale: espressioni artistiche apparentemente distanti possono essere accomunate dalle stesse motivazioni. Non esistono limiti alla sperimentazione quando ci sono valori comuni. Il motivo che mi spinge a fare musica sarà vicino a quello di Kaytranada, ma anche con Bulgari, che potrebbe sembrare incompatibile con La Niña, l'associazione è nata naturalmente. La mia musica è fatta anche di riferimenti ricchi e non soltanto poveri, come spesso erroneamente si pensa, e il brand mi ha permesso di esprimermi senza violentare la mia visione».

Napoli e la Sicilia hanno identità musicali molto forti, esiste un'affinità artistica e culturale tra queste due terre?
«In questo momento tutto il Sud del mondo si sta unendo per creare una sorta di nuovo emisfero, figuriamoci se due regni fratelli come Napoli e la Sicilia non abbiano qualcosa in comune. Parliamo di una prossimità di linguaggi che ha radici geopolitiche millenarie e fa parte del nostro Dna. Ho già suonato in Sicilia ed è sempre stato bellissimo: è una terra incredibile, ancora più selvaggia della Campania. Forse la terra più furèsta che ci sia in Italia. Un artista che stimo tantissimo è Marco Castello, con cui ho condiviso il palco diverse volte e con cui abbiamo ancora tanti progetti da realizzare».

La tua musica tiene insieme elementi popolari, ricerca, elettronica e una forte dimensione performativa. Quando costruisci uno spettacolo, da dove parti?
«Della costruzione dello spettacolo si occupa Alfredo Maddaluno, con cui collaboro da sempre e con cui ho scritto il disco a quattro mani. Io ho sempre avuto chiara la volontà di offrire uno spettacolo di altissima qualità musicale. I primi live mi sono serviti per trovare un equilibrio tra il mio spirito più giocoso e quello più drammatico e capire come veicolare il messaggio al pubblico. È stato un percorso che mi ha permesso anche di conoscermi come artista. Non mi aspettavo questo successo: pensavo che avrei suonato davanti a cento persone, sicuramente non alle seimila del Palapartenope o davanti al pubblico di Roma e Milano. Prima di partire non sapevo esattamente cosa stessi facendo. Poi mi sono vista suonare e ho riconosciuto finalmente l'immagine di un'artista che coincide con i propri valori di essere umano».