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Libri& bambini

Il linguaggio dei neonati? Si "traduce" se si abbandona l'idea dei genitori perfetti

Pianto, sguardi, postura, gesti, la "lingua" dei bambini ancor prima che imparino a parlare, nel libro divulgativo della logopedista pediatrica Deborah Auteri "Quello che i neonati non dicono"

20 Luglio 2026, 17:21

17:30

Il linguaggio dei neonati? Si "traduce" se si abbandona l'idea dei genitori perfetti

Genitori perfetti? Non ce n’è bisogno. Sarebbe meglio «ritrovare quella competenza naturale che dubitiamo di avere e che invece e lì, dentro di noi».
Come arrivarci non è facile, ma un aiuto nel percorso potrebbe arrivare dal libro appena pubblicato della logopedista pediatrica Deborah Auteri, “Quello che i neonati non dicono”, per i tipi di Mondadori, 291 pagine che - partendo da evidenze scientifiche delle neuroscienze e del neurosviluppo - restituiscono al genitore, in uno stile chiaro e divulgativo, il ruolo di “osservatore principale” del proprio bambino.

«Quando nasce un bambino - osserva l’autrice - nascono anche dei genitori che spesso non hanno idea di cosa si troveranno ad affrontare. Si preparano acquistando passeggini, vestiti, oggetti, ascoltando consigli che arrivano da ogni parte: dai social, dai vicini di casa, dai nonni. Però spesso si sottovaluta la cosa più importante: avere degli strumenti per comprendere davvero il proprio bambino».

Cosa non dicono i neonati?

«In realtà dicono, e dicono tantissimo, o, meglio, ce lo mostrano. Attraverso lo sguardo, la postura, il pianto, i vocalizzi, i gesti e persino i segni. Ogni comportamento del neonato porta con sé un significato legato a un bisogno. Imparare a osservare, leggere e comprendere questo linguaggio “segreto” è fondamentale. La comunicazione non verbale riguarda soprattutto la relazione: non serve a creare bambini perfetti o genitori perfetti, ma a costruire un legame».

Facciamo un esempio. Un bambino che piange ha sempre fame?
«Assolutamente no. Questo è uno degli errori più frequenti: interpretare il pianto come un bisogno costante di nutrizione. In realtà il pianto può avere tantissimi significati. Può indicare il bisogno di essere contenuto, toccato, rassicurato... Può voler passare da uno stato di veglia attiva a uno di riposo, ma non può comunicarlo con le parole. Di qui il pianto. Per questo è importante osservare la postura del bambino, il suo sguardo, il momento in cui compare il comportamento e tutto ciò che sta succedendo intorno a lui».

Ci sono delle regole precise?
«No, sarebbe bellissimo avere una ricetta valida per ogni bambino, ma è impossibile. Non esiste un bambino uguale a un altro, così come non esiste un genitore uguale a un altro. L’obiettivo non è dare in mano ai genitori un manuale - e questo libro non lo è - ma dare strumenti, conoscenze e consapevolezza affinché possa comprendere meglio il proprio figlio».

Qual è la paura più diffusa fra i genitori?
«Quella di non essere all’altezza. Molti genitori arrivano con il dubbio di non fare abbastanza o di non fare la cosa giusta. Succede, per esempio, con frasi come: “Non prenderlo in braccio quando piange, altrimenti si abitua”, oppure: “Deve imparare a dormire da solo, altrimenti non riuscirai più a staccarlo”. Il genitore si trova quindi diviso tra quello che sente essere corretto, e quello che gli è stato insegnato dagli altri. Spesso mi dicono: “Io sento che dovrei rispondere a quel bisogno, però tutti mi hanno detto di fare diversamente”. Ma perché?. Quando un bambino chiede di stare in braccio o di dormire vicino al genitore, non è un vizio, non è un capriccio: è un bisogno neurobiologico legato al contatto, alla sicurezza e alla relazione».

Nel libro si parla anche di Baby Signs Molti genitori pensano che usare i segni possa rallentare il linguaggio. È vero?

«No, è una convinzione molto diffusa ma non è così. Esistono tantissime ricerche sul rapporto tra gesto, segno e sviluppo del linguaggio che dimostrano il contrario: il segno supporta e incentiva lo sviluppo linguistico. Il programma Baby Signs, che io insegno ai genitori, nasce negli Stati Uniti più di quarant’anni fa e permette ai bambini piccoli, che ancora non parlano, di comunicare efficacemente i propri bisogni. Tutti i bambini, prima di parlare, utilizzano spontaneamente gesti per comunicare. Per esempio, un bambino che tende le braccia verso il genitore per essere preso in braccio sta già usando un gesto con un significato. I segni nascono proprio da questo principio: un gesto semplice può diventare simbolico e permettere al bambino di esprimersi prima ancora di avere le parole».

Non c'è il rischio - osservando i bambini attentamente - di diventare troppo controllori dei propri figli?

«Bisogna fare attenzione a non trasformare questa attenzione in un controllo continuo. Il libro non nasce per creare genitori perfetti o genitori che devono sapere tutto, nasce per dare strumenti e sicurezza, per aiutare i genitori a fidarsi maggiormente delle proprie capacità e liberarsi dalle pressioni esterne».


Se un genitore lavora tutto il giorno e lascia il bambino alla tata, ai nonni o al nido, questo rapporto di osservazione viene meno?

«No. Il genitore resta sempre il primo "esperto" del proprio bambino, ma questo non significa dover fare tutto da soli. Per crescere un bambino serve una rete. Nel libro c’è un capitolo che si chiama “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio”, perché pensare di crescere un figlio senza nessun supporto è estremamente faticoso. La rete può essere composta dai nonni, da una tata, da amici, da professionisti. L’importante è scegliere persone che condividano attenzione e cura verso il bambino».


Lei cos'ha scoperto scrivendo questo libro?

«È stato un viaggio dal punto di vista professionale, umano e personale. Ho dedicato il libro a mia nonna, perché è stata una persona che mi ha fatto sentire profondamente compresa. Per questo alla fine del libro ho raccolto alcune storie di genitori, nonni e caregiver. Ho sempre avuto impressa una fotografia di me da piccola, a circa cinque mesi, in braccio a mia nonna. Io le sono vicina all’orecchio come se le stessi raccontando qualcosa e lei ride. Probabilmente non stavo parlando, ma quella era una comunicazione profonda. Quello che i bambini non dicono con le parole lo costruiscono attraverso lo sguardo, il tocco e la relazione».


Nel libro affronta anche il tema dei dispositivi elettronici. Perché era importante inserirlo?

«Perché oggi è impossibile pensare di vivere completamente separati dalla tecnologia, ma è fondamentale imparare a fare da filtro. I dispositivi possono creare un’interferenza nella relazione tra adulto e bambino. La comunicazione nasce dall’interazione continua, reale e presente. Se c’è sempre qualcosa in mezzo, inevitabilmente si crea una distanza».