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teatro

Graziano Germano Piazza, Tiresia e quell'addio allo stabile di Catania: "La sicilianità la porto nel sangue"

Nella trilogia di Carsen, il legame con Siracusa e la riflessione sulla governance teatrale: "Ho scelto di vivere a Siracusa perché amo la sua luce"

21 Luglio 2026, 23:24

23:30

Graziano Germano Piazza, Tiresia e quell'addio allo stabile di Catania: "La sicilianità la porto nel sangue"

Cieco, ma capace di vedere più lontano di tutti. È il destino di Tiresia, il veggente che attraversa i secoli e continua a interrogare il presente. Al Teatro Greco, Graziano Germano Piazza gli ha prestato corpo e voce in due allestimenti firmati da Robert Carsen, Edipo re e Antigone, conquistando il pubblico con un'interpretazione intensa e profondamente umana. Una presenza scenica che ha suscitato applausi prolungati e momenti di autentica commozione, restituendo tutta la forza di un personaggio chiamato a pronunciare verità che nessuno vorrebbe ascoltare.

Perché Tiresia continua a parlare al pubblico?

«È un personaggio profondamente umano. La sua capacità di divinare non nasce dalla coscienza, ma dal fatto di essere un tramite con qualcosa di più grande. Forse è questo che ci affascina: rappresenta una ricerca che va oltre la nostra consapevolezza».

Come spiega il successo della trilogia di Carsen?

«La sua forza nasce dalla sensibilità registica. La grande scala immaginata da Carsen diventa simbolo dell'ascesa e del contrasto tra alto e basso, ma permette anche al pubblico di specchiarsi idealmente negli altri spettatori, creando un forte senso di comunità. A questo si aggiunge una cura straordinaria del dettaglio e la capacità di dare la stessa dignità a ogni interprete e a ogni elemento della scena. È questa, credo, la cifra vincente della trilogia».

Che rapporto ha con Siracusa?

«Ho scelto di viverci perché amo la sua luce e lo sguardo delle persone. Al di là dei cambiamenti della città, sento un legame profondo con questa terra, con i suoi profumi e i suoi suoni. È un modo per riconnettermi a una sicilianità che porto nel sangue».

È passato un anno dalle dimissioni dal Teatro Stabile di Catania. Oggi che lettura dà di quella vicenda?

«La mia analisi è la stessa di allora. Il problema non riguardava persone o competenze, ma il modello di governance. In un anno abbiamo ottenuto la triennalità ministeriale, importanti finanziamenti e avviato una stagione che portava la mia impronta. Avevo un progetto chiaro: rafforzare il rapporto con scuole e territorio, creare nuove partnership e fare di Catania una porta del Mediterraneo, con un teatro radicato nella propria identità ma aperto a una dimensione internazionale. Ho cercato di dare più voce e ascolto possibile al territorio, con le sue realtà artistiche di valore. Il limite era strutturale: il direttore, pur essendo amministrativo e artistico, non dispone delle deleghe decisionali, che spettano al Cda e al presidente, tutela statutaria che durante il commissariamento evitava che potesse succedere quello che in passato ha creato debiti che lo Stabile ancora paga, quindi senza una visione condivisa è difficile portare avanti un progetto. Resta comunque un'esperienza preziosa, che mi ha confermato l'importanza di difendere idee in cui credo».

Cosa rende unico il Teatro Greco?

«Il rapporto con il pubblico. Avere davanti migliaia di persone è un'esperienza che, se la vivi fino in fondo, ti permette di guardare dentro l'uomo e di interrogarti sul senso stesso del nostro passaggio».