cultura
“Casa Liberti”, memorie da uno spazio intimo dal sapore universale
Nel cuore del centro storico di Catania, “abita” un teatro antico costruito dai Greci che, passato ai Romani, venne ampliato, abbellito e tantissimo altro fino ai nostri giorni. L’area del teatro, com’è noto, costituisce “un insieme singolare per la presenza delle case intorno che vi si affacciano”. Una di queste, “già ceduta alla Soprintendenza e diventata Museo”, da sempre incastonata nel teatro come ne facesse parte integrante, è “Casa Liberti”, un tempo abitazione del genitore dell’autrice, Maria Liberti, oggi protagonista dell’incantevole libretto (pubblicato da “Mimesis”) che abbiamo scelto di segnalarvi. Una storia nostalgica, “in ascolto della memoria”, di straordinaria suggestione, come il luogo che l’ha ispirata, costellata da gustosi riferimenti letterari e filosofici, affidata alla scrittura, “perché in essa il tempo si dilata e riposa”, madre di un testo limpidissimo, distinto dalla presenza di parole esatte, accurate, emozionanti, benefattrici di uno spazio intimo dal sapore universale.
-“Casa Liberti” non è stata solo “la casa del padre”, con tutto il ventaglio di significati che l’espressione richiama, è stata anche “la casa del teatro”, perché del teatro “ha respirato l’aria e col teatro ha costituito un unico paesaggio”?
«Questi legami profondi con luoghi che sono anche persone sono quelli che hanno ispirato il testo, un piccolo testo dove l’archeologia in senso stretto, legata al teatro, è diventata archeologia del soggetto, legata alla casa, il patrimonio della memoria collettiva, archivio e sorgente di quella personale, che è ricordo, cioè memoria del cuore, affettiva, selettiva, che del passato rivisita figure e momenti, punti luce, chiari come le radure di bosco, colorati come i papaveri di Monet».
Un memoir che “guarda all’autenticità del sentire”?
«Attraverso paesaggi esterni e paesaggi dell’anima, tutto affiora rivisitando luoghi che abitati da un tempo trascorso, ma non perduto, riescono a evocarlo e così, come lo restituissero, consentono proustianamente di ritrovarlo. Luoghi che sono un dove, un come e un quando, “il tempo di prima” che, come l’imperfetto delle ‘Rimembranze’ leopardiane, dentro rimane accompagnato da una vena di nostalgia, quella dolce, in cui la gratitudine per ciò che è stato lenisce il rammarico di averlo perduto».
“Casa Liberti” risponde all’urgenza di ridare vita a un “mondo che non c’è più”, il bisogno quando ha “bussato”?
«In verità, la casa, il teatro e il contesto intorno - mi riferisco in particolare alla via Crociferi - hanno sempre esercitato un richiamo su di me: c’è in questi luoghi un’atmosfera esclusiva che mi rasserena come respirandola mi venisse restituito qualcosa che solo lì sento di ritrovare, probabilmente perché i luoghi della memoria sono identitari, sembrano far parte di noi e noi di loro, quasi che sempre li abitassimo. Nella mia storia, a consolidare il legame con essi sicuramente ha contribuito l’avere frequentato da bambina e da ragazza il san Benedetto che era allora un istituto scolastico dove ho iniziato e concluso gli studi e da dove, per la loro vicinanza, godevo degli stessi scorci di cielo che vedevo dalla casa dei nonni. Proprio in ragione del senso di appartenenza a questo angolo della mia città, come ci fossi nata, il bisogno di far rivivere la casa e ciò che essa rappresenta in una modalità per me significativa, è affiorato nell’avvertire un sentimento che definirei della “lontananza”, un sentimento amaro che si sperimenta quando, separati da qualcuno o qualcosa che ci è caro, sentiamo che distanza non è distacco».