L'INTERVISTA
Il catanese che ha remato per Nolan nel kolossal “Odissea”: «Ho tenuto la mano di Anne Hathaway»
Diego D'Arrigo, allenatore di canottaggio catanese ed ex ct di un oro olimpico, racconta i quattro mesi da attore sul set tra Grecia, Scozia e Favignana
Tra gli 80 ‘rowers’ (canottieri) scelti per interpretare i guerrieri che remano sulla nave di Ulisse nel film di Christopher Nolan c’era anche Diego D’Arrigo, nato a Catania. Allenatore di canottaggio e medaglia d’oro alle Olimpiadi del 2013 nella categoria femminile come tecnico, diventato poi attore gli anni successivi.
Dopo giorni in cui Diego cerca di entrare in contatto con la troupe, arriva la chiamata di Ugo Polizzi, direttore del cast in Italia e alla ricerca di attori con esperienza nel canottaggio.
Da marzo si parte con le riprese a bordo del Draken, la nave vichinga più grande al mondo usata anche nella serie Tv Vikings. A bordo Diego è supervisore dei 20 rematori italiani, con cui ha trascorso 4 mesi sul set.
Com’è stato lavorare con Christopher Nolan?
«Lavoratore maniacale e professionista assoluto, tanto per cominciare nei contratti non c’era scritto il titolo del film, lo abbiamo scoperto il primo giorno delle riprese, e comunque cercavano di mascherarlo al pubblico fingendo di girare un film chiamato ‘Charlie’s Tale’ Ogni errore sul set poteva essere fatale, alcune comparse sono state quasi buttate fuori perché non avevano le unghie sporche a dovere, e ogni mattina stavamo un’ora ciascuno a truccarci, eravamo più di 100. La cosa più bella è stata vedere la traduzione delle idee di un genio del nostro secolo in materiale cinematografico. Tra l’altro la pellicola con le scene registrate veniva spedita su un jet privato ogni due giorni, e per qualche secondo ho tenuto quella valigetta».
Hai preso la mano di Anne Hathaway?
«Si, sul finale del film l’ho aiutata a salire sulla barca, diciamo che mi sono fatto strada tra la crew che guidava la nave anche se non era lì che dovevo stare, lei ogni volta era educatissima e ringraziava, ma la cosa più impressionante è la sua recitazione: stava scherzando con Tom Holland, e al ciak ha cambiato immediatamente espressione passando ad un pianto, lì ho capito la differenza tra questo cast ed uno qualsiasi».
Qual è stata la scena più difficile da girare?
«Sicuramente la battaglia contro i Lestrigoni girata nella Foresta di Culbin (Scozia). Nolan ha scelto proprio questa spiaggia perché ci sono 21 ore di sole, dormivamo infatti solo 3 ore a notte, è stato provante, mentre recitavamo c’erano 3 Jeep che tagliavano il campo di battaglia, e mentre tornavamo alla nave c’erano altre 3-4 camere che riprendevano dalle barche, un elicottero e le camere fisse. Siamo stati 20 giorni a girare, anche se sullo schermo avete visto solo una scena di 2 minuti, Nolan è così, girava il più possibile per poi selezionare rigidamente nel montaggio. Come hanno reso gli attori giganti? Semplice, mettendoli a confronto con dei nani».
Com’è stato vivere e recitare in mare?
«Stare in mare è stato bellissimo per me, faticoso girare alcune scene col vento, ma sono stato onorato di supervisionare altri attori e di essere parte di un meccanismo perfetto, artisticamente e lavorativamente».
Da siciliano come hai vissuto le scene con Polifemo?
«Il ciclope è stato realizzato con un gigante Animatronic, un robot con protesi reso più realistico in postproduzione, era spaventosamente grande, ma la cosa più bella di quelle settimane era il luogo: la grotta era vicino Pylos, un paradiso terrestre, lì vicino c’era un piccolo villaggio in cui mangiavamo spesso, con poco più di 50 abitanti, ci è rimasto nel cuore. Le scene in esterna invece, erano girate a Favignana».
Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
«È stato un sogno, esperienza per certi versi simile al servizio militare. Vivevamo tutti insieme, noi canottatori dormivamo negli stessi alloggi. Si è creato un gruppo molto unito, fatto di sacrificio, disciplina e spirito di squadra. È stata dura, ma è proprio questo che la rende un’esperienza che non dimenticherò mai, e che mi ha riappacificato con il mondo del canottaggio, che avevo lasciato dopo situazioni complicate».