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La Mostra

La Messina ferita di "ZonaSud" in vetrina

In via Calamech in visione dieci chilometri della ZonaSud: le ultrapanoramiche di Gerri Gambino rivelano abbandono, memoria e speranze di rigenerazione

28 Luglio 2026, 21:49

21:50

La Messina ferita di "ZonaSud" in vetrina

Pierpaolo Zampieri*

Peccato che Via Calamech sia l’esatto contrario di Messina. Non è certo di passaggio. Eppure, c’è al numero 14 una vetrina che ha l’ambizione di essere una finestra sui generis sulla città. Una lente deformante in grado di restituire, o svelare, la complessità di Messina e il suo intorno (lo Stretto). Via Calamech è più interessante che bella. Piccola, in salita, con due lunghe file di macchine posteggiate che la fanno sembrare angusta. A destra, in fila indiana, il modulo fascista della ricostruzione, a sinistra l’aggressione volumetrica degli anni Settanta. Il criptico gigantismo della soprintendenza e la recente rigenerazione dell’ex baraccopoli di via Macello Vecchio sigillano un luogo che nasconde potenzialità e stratificazioni dietro l’apparente anonimato. Un luogo che, proprio come Messina, vorrebbe più relazioni che attraversamenti. Più sguardi che macchine.

In questo contesto imbattersi nella vetrina dello studio di Gianfranco Anastasio, è stata un’epifania. I quattro metri quadrati della vetrina si trasformano in dieci chilometri di orrore, mare e spleen. Le sei foto ultrapanoramiche di Gerri Gambino raccontano una città tanto aliena quanto familiare. Salito su un gozzo, Gambino capovolge il nostro punto di vista e restituisce la città vista dal mare, con focus sulla direzione sud. Dalla madonnina al porto di Tremestieri. Il risultato sono i resti di una terribile battaglia. Fabbriche abbandonate, archeologie inaccessibili, spiagge trasformate in depositi e poi lei, la falce che da origine della città si trasforma in luogo metafisico.

C’è una foto che mi ha colpito. In un panorama che sembra tratto da Ken il guerriero, tra bastioni seicenteschi e anime di ferro arrugginite, c’è un puntino giallo che calamita lo sguardo. È la madonnina vista di spalle. Non l’avevo mai vista così. Così distante, così abbandonata. È una foto ma sembra una metafora, un cortocircuito, una resa. Sembra impossibile che lì sotto, dove sono passati prima Ulisse e poi Kenshiro, ci sia una città di 220.000 abitanti. Se da Walker Evans ad Alterazioni Video, passando per Ghirri e Robert Smithson, fotografare il paesaggio non è più una ricerca del bello ma un nuovo modo di comprendere la trasformazione generata dall’immenso deposito di segni sul territorio, in Gambino si avverte dell’altro.

In quell’ossessivo cercare la frattura del mondo contemporaneo credo che intervenga la provenienza del fotografo. Nella denuncia visiva di Gambino non si avverte sensazionalismo o passione estetica per un postqualcosa. Si avverte una certa impotenza. Il disastro è stato troppo grande, non resta che fotografare il campo da battaglia per chi viene dopo, ma serve farlo bene. L’ultrapanoramico restituisce così morfologia del luogo, posizionamento dell’osservatore e gigantismo dell’abbandono. Per evitare un nuovo orrore, magari di segno opposto, la ZonaSud ha disperatamente bisogno di sguardi, di relazioni e di memorie. Forse l’indagine fotografica di Gambino è un segnale, da mettere accanto alle proposte rigenerative del comitato dell’ex Sanderson\CoPed, alle esplorazioni alla riscoperta del territorio della Proloco Sud, o all’incredibile allunaggio di un elefante giallo accanto a ciò che resta del Cavaliere Cammarata. La sfida di Gambino è la sfida della città. Guardare con uno sguardo unitario quei dieci fottutissimi chilometri in direzione Sud, il luogo, così vicino e così distante, in cui si deciderà, di nuovo, il futuro della città.

ZonaSud è il quattordicesimo appuntamento di “Sopralluoghi – lingue e arti nel contemporaneo” ovvero la complessità dello Stretto in una vetrina.

*Zampieri è docente di Sociologia urbana all’Università di Messina