L'intervista
Alan Sorrenti: «“Figli delle stelle” un inno all’uguaglianza e alla libertà»
Il cantautore in concerto a Catania sulla terrazza vista mare di Bagnomaria affiancato da Giuseppe Spinelli e Ilaria “Boba” Ciampolini
Correva l’anno 1977 quando un accordo di chitarra in stile disco-funk e un falsetto inconfondibile cambiarono per sempre le coordinate della musica leggera italiana. Con “Figli delle stelle” Alan Sorrenti non firmò soltanto una hit da milioni di copie, ma batté il tempo di una generazione che desiderava staccare l'ombra da terra e sognare senza confini. A distanza di decenni, quell'inno cosmico alla libertà e all'amore continua a far ballare genitori e figli con la stessa intatta leggerezza.
Il cantautore napoletano si esibirà a Catania domani sera (sabato primo agosto) nella nuova suggestiva terrazza vista mare di Bagnomaria in viale Ruggero di Lauria 2 affiancato da Giuseppe Spinelli (chitarra elettrica) e Ilaria “Boba” Ciampolini (vocalist, piano elettrico e chitarra acustica). Insieme compongono il “Trio magici”. A seguire il dj set con Antonio Maugeri, Nuccio Giuffrida e Toti Vitale.
“Figli delle stelle” è un inno generazionale senza tempo.
Con “Tu sei l’unica donna per me” ha vinto il Festivalbar 1979 e ha rappresentato l’Italia all'Eurovision 1980 con “Non so che darei”. Che ricordo ha di tanto successo?
«A tutto questo risponderò nel libro che sto scrivendo. Perché è difficile in poche parole dire cosa abbia significato per me. Ho iniziato con il primo disco, “Aria”, un viaggio nella musica magico e cosmico. Il successo l’ho vissuto anche nel cambiamento dovuto al fatto che sono andato in America, sentivo la necessità di avvicinarmi alla cultura americana. Una trasformazione fondamentale tra la prima fase creativa e la seconda, quella americana, quando sentivo il bisogno di comunicare a tutti. Ho capito solo in seguito che in realtà la voglia di trasmettere e di comunicare era anche di altra natura, nel senso che era anche spirituale. Oggi l’essenza di quello che voglio trasmettere è il valore dell’essere umano: che siamo uniti e che siamo insieme. Forse questa è l’unica forza. Però ci vogliono le palle naturalmente, per operare un cambiamento, per reagire ai soprusi, alle ingiustizie e ce ne sono tanti. Credo dobbiamo lavorare molto su questo e la musica mi piacerebbe se tornasse ad avere questo ruolo nella società».

Dopo anni vissuti sotto i riflettori si è avvicinato al buddismo. In che modo questa evoluzione personale ha cambiato il suo rapporto sia con la scrittura della musica che con il mondo dello spettacolo?
«Ha cambiato soprattutto il mio rapporto con gli altri. Vedevo quelli dello spettacolo come vedo gli esseri umani che mi circondano, non facevo più distinzione. E questo mi ha portato anche a scoprire quanto falso sia il mondo dello spettacolo in qualche modo, per certi versi».
Tre aggettivi per descriversi?
«Missionario. Ribelle. In qualche modo lo sono cioè nel senso che non riesco ad accettare le cose che non vanno bene, ne soffro anche. Il terzo, ma posso usare un termine buddista? Perché in realtà sarebbe quello, una persona che cerca di lavorare per il benessere di tutti. Ha un termine preciso nel buddismo, bodhisattva...» (chi sceglie di rimandare la propria liberazione finale per compassione verso gli altri, ndr).
Lei è napoletano, Napoli e Catania credo abbiano molte cose in comune. Cosa si aspetta da questa città?
«Quello di Catania è un pubblico molto caldo. Chi sarà al concerto sarà lì per ascoltarmi perché in qualche modo la mia musica ha comunicato a queste persone qualcosa. Mi piace molto la Sicilia, è un bel momento e sono contento di ritornarci».