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"La violenza non fa differenze” di Patrick Battipaglia: la crudeltà contro gli animali “sintomo di una più ampia crisi etica e relazionale”
S’intitola “La violenza non fa differenze”, è un umanissimo saggio, “Dal gatto Leone all’orsa Amarena: animali e uomini vittime della stessa violenza”, scritto da Patrick Battipaglia, attivista per i diritti degli animali, che pone al centro della narrazione l’urgenza di una riflessione indispensabile e ben sintetizzata dalle parole di Gandhi, riportate nella prefazione da Cristiano Ceriello (Presidente del Partito Animalista Italiano): “La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”. Quello proposto è un percorso che intreccia minuziosamente fatti, riflessioni e dati con l’obiettivo di mostrare come la crudeltà contro gli animali è il “sintomo di una più ampia crisi etica e relazionale”, rilevando le correlazioni esistenti tra “la violenza sugli animali e quella sugli esseri umani”. Leggendo, per affinità elettive, sovvengono le parole inesauste di Anna Maria Ortese sulla coscienza del mondo (e dello stare al mondo) e su ciò che conta effettivamente: “È comprenderne il senso, finalmente, preparare in noi – di esso, di questo mondo – una memoria non abbietta; riprendere in noi tutto l’interrotto discorso della Legge-Vita morale. Che vieta non solo di offendere o di corrompere, sé o altri, di usare gli altri, ma vieta soprattutto di uccidere o far patire chicchessia, di farci arbitri della vita e il respiro della creatura più umile, o inerme, o giudicata “inutile”.
«I protagonisti del libro sono le vittime silenziose della violenza – animali e persone – unite da un destino comune troppo spesso ignorato. La violenza non conosce confini di specie: non distingue tra una mano e una zampa. Chi è capace di infliggere sofferenza a un animale non lo fa per istinto o ignoranza, ma per una distorsione profonda della propria empatia, la stessa che può, in altre circostanze, tradursi in violenza verso un essere umano», dichiara Battipaglia.
Comprendere l’origine della violenza e le connessioni sottili tra violenza sugli animali e violenza sugli esseri umani oggigiorno è basilare?
«Esatto. Violenza sugli animali e violenza sugli esseri umani sono facce della stessa medaglia, espressioni della stessa matrice culturale. Nel libro spiego, avvalendomi di studi ed evidenze scientifiche, che la violenza domestica e sociale nasce, spesso, in contesti dove la sopraffazione è normalizzata. Il libro affronta il legame tra violenza sugli animali e violenza sugli esseri umani, mettendo al centro il tema dell’empatia e della cultura del dominio. L’obiettivo è mostrare che la violenza non è mai isolata, ma nasce da un unico meccanismo. Comprenderlo è fondamentale per riconoscerla, prevenirla e costruire una società del giusto».
Un’idea, quella di questo libro, maturata nel tempo con l’esperienza sul campo?
«Ogni denuncia che ho presentato, ogni caso di cui mi sono occupato, ha rafforzato in me la convinzione che fosse necessario raccontare e spiegare le dinamiche, spesso cieche e incomprensibili, della violenza contro gli animali. La vera svolta, però, è arrivata il 20 giugno 2024, a Francofonte. Mi trovavo in piazza Garibaldi, con il microfono in mano, davanti a una comunità riunita per protestare contro la brutale uccisione di due gatti: Scream e Pallino. In quel momento, spinto da una rabbia profonda per un fatto così grave e assurdo, ho avuto una consapevolezza chiara: la violenza non fa differenze. Colpisce allo stesso modo animali ed esseri umani. E, troppo spesso, (dobbiamo comprenderlo per prevenirlo), chi è capace di accanirsi contro un animale dimostra una predisposizione che può estendersi anche verso le persone».
Vogliamo salutare i lettori con un passo dal suo libro?
«La criminologia moderna riconosce un pattern inquietante: molti autori di crimini violenti su persone hanno iniziato la loro “carriera criminale” con azioni crudeli sugli animali. Il caso di Luke Trevor Woodham, avvenuto nel 1997 negli Stati Uniti, è emblematico. A soli 16 anni, Woodham uccise brutalmente il proprio gatto Sparkle, colpendolo e accoltellandolo più volte prima di bruciarne il corpo. In un diario successivamente ritrovato, scrisse che l’atto gli aveva fatto “provare potere” e che lo aveva “rafforzato” per affrontare quello che sarebbe venuto dopo. Pochi mesi dopo, Woodham entrò armato nella sua scuola superiore di Pearl, Mississippi, uccidendo due compagne di classe e ferendo altre sette persone. Gli psicologi che lo esaminarono dopo l’arresto evidenziarono che l’omicidio dell’animale era stato una tappa preparatoria, un esperimento di sopraffazione che aveva abbattuto la barriera emotiva verso la violenza. La vicenda di Luke Trevor Woodham non è un caso isolato. Serial killer come Jeffrey Dahmer o Ted Bundy hanno entrambi ammesso di aver inflitto sofferenze a piccoli animali durante l’infanzia o l’adolescenza. In Dahmer, in particolare, l’escalation è stata evidente: iniziò catturando animali, sezionandoli e conservandone parti del corpo, per poi passare a esseri umani. Questi esempi storici dimostrano come la crudeltà sugli animali non sia un episodio a sé, ma un campanello d’allarme di pericolosità sociale. In tal senso, ignorare o minimizzare la crudeltà sugli animali significa non vedere il preludio di tragedie più grandi. (estratto da pagine 25 e 26 del volume “La violenza non fa differenze”)».