Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
2 settembre 2026 - Aggiornato alle 16:57
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

IL PERSONAGGIO

George Clooney, il Leone d’Oro e il discorso che sposta Venezia: famiglia, cinema e attacco frontale a Trump

La star americana riceve il riconoscimento della Mostra e, tra memoria personale e presa di posizione pubblica, racconta perché oggi sceglie la famiglia al posto della regia e perché vede negli Stati Uniti una fase politica da superare.

02 Settembre 2026, 16:43

16:50

George Clooney, il Leone d’Oro e il discorso che sposta Venezia: famiglia, cinema e attacco frontale a Trump

"Viviamo in una cacocrazia, ma ne usciremo", il Leone d’oro George Clooney contro Trump e una certa "idea di crudeltà"

Sul Lido arriva per essere celebrato, ma finisce per spostare il baricentro della giornata: George Clooney, atteso a Venezia 83 per il Leone d’Oro alla carriera, usa la passerella più osservata del cinema d’autunno per parlare di figli, rinunce professionali e di un’America che definisce senza mezzi termini una “cacocrazia”.

L’immagine più eloquente del primo giorno di Venezia 83 non è quella di una diva in passerella né quella, pur inevitabile, dei fotografi assiepati sul Lido. È un uomo di 65 anni che arriva per ricevere un premio alla carriera e sceglie di parlare soprattutto del presente: della famiglia, del tempo che passa, del lavoro che cambia forma e di un’America che, a suo giudizio, sta attraversando una stagione politica malata. George Clooney, chiamato a ritirare il Leone d’Oro alla carriera nella serata inaugurale della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha trasformato un riconoscimento celebrativo in un intervento che tiene insieme biografia, cinema e responsabilità pubblica.

Il dato di partenza è istituzionale ma significativo: la Biennale di Venezia ha attribuito a Clooney il premio destinato a chi, lungo un percorso esteso e riconoscibile, ha inciso in modo durevole sull’arte cinematografica. L’assegnazione è stata formalizzata dal consiglio di amministrazione su proposta del direttore artistico Alberto Barbera, che lo ha definito un artista “completo e carismatico”, capace di tenere insieme i ruoli di attore, regista e produttore. Nelle note ufficiali, la Biennale ricorda proprio questa triplice identità come il cuore della motivazione.

Non è un dettaglio da cerimoniale. Nel caso di Clooney, la carriera non si lascia riassumere soltanto nei titoli più popolari o nel peso dello star system hollywoodiano. La sua figura pubblica è stata costruita su un equilibrio raro: visibilità da grande divo, credito presso l’industria, attenzione costante per temi civili e un rapporto mai superficiale con la regia. Venezia, da questo punto di vista, è quasi il luogo naturale per mettere in prospettiva il suo percorso. La Mostra lo premia nel 2026, ma la relazione tra Clooney e il Lido attraversa ormai quasi tre decenni, dal debutto veneziano con “Out of Sight” nel 1998 al passaggio in concorso con “Good Night, and Good Luck” nel 2005, fino ad altri ritorni importanti, da “The Ides of March” a “Gravity”.

È proprio questo legame stratificato con la città a rendere il premio meno rituale di quanto possa sembrare. Per Clooney, Venezia non è soltanto una tappa promozionale o un festival prestigioso. È uno spazio biografico riconoscibile, quasi un capitolo a sé: qui ha presentato film decisivi della sua maturazione autoriale e qui, nel 2014, ha anche celebrato il matrimonio con Amal Clooney, un passaggio che ha contribuito a fissare il suo rapporto con la Laguna anche nell’immaginario extra-cinematografico. Quando nelle dichiarazioni diffuse dalla Biennale dice di aver vissuto a Venezia “tantissimi momenti straordinari” e di considerare la Mostra il suo festival preferito, non sta semplicemente assecondando il protocollo di un ringraziamento.

Il premio alla carriera che parla anche del presente

C’è poi un altro elemento interessante: Clooney arriva a ricevere il Leone in una fase in cui il suo profilo artistico è meno legato alla quantità delle presenze sullo schermo e più alla selettività. Non è il divo onnipresente di una stagione industriale dominata dal box office classico, né il regista che alterna con regolarità un set da autore a uno da interprete. La sua presenza al Lido, quest’anno, serve anche a chiarire questo cambio di passo.

La dichiarazione più netta riguarda infatti la regia. Clooney ha spiegato di non volersi dedicare, per ora, a nuovi film da regista perché ha due figli di nove anni e preferisce passare il proprio tempo con loro. Il ragionamento è pratico prima ancora che sentimentale: recitare in un film richiede alcuni mesi e consente una gestione più elastica della vita privata; dirigere significa invece impegnarsi per un anno intero, con un assorbimento totale che oggi non considera compatibile con le sue priorità familiari.

È un passaggio che merita attenzione, perché dice qualcosa di più ampio sulla traiettoria di Clooney. In molti casi, la regia viene raccontata come approdo naturale, maturazione definitiva, conquista ulteriore di controllo creativo. Clooney, invece, la ridimensiona senza sminuirla. Non la abbandona per crisi d’ispirazione o per riflusso professionale, ma per una scelta di equilibrio. In un ambiente che spesso celebra l’iperproduttività come prova di vitalità, il suo discorso introduce un’altra misura del successo: poter decidere di rallentare.

Per il pubblico del cinema, questa non è una nota marginale. Clooney regista ha lasciato infatti un segno preciso, soprattutto quando ha incrociato la riflessione politica con una forma classica e asciutta. “Good Night, and Good Luck”, presentato a Venezia nel 2005, resta il suo titolo-simbolo: un’opera che guardava al maccartismo e al rapporto tra informazione e potere, temi che oggi appaiono nuovamente centrali nel dibattito pubblico occidentale. La sua pausa dalla regia, quindi, pesa proprio perché interrompe una linea autoriale che aveva trovato nel confronto con la storia e con la democrazia uno dei suoi assi più riconoscibili.

La politica entra in sala stampa

Ma il momento più discusso del suo passaggio veneziano è arrivato quando la conversazione si è spostata sugli Stati Uniti e sull’amministrazione Trump. Clooney non si è limitato a un dissenso generico. Ha parlato di un periodo “sfortunato”, invitando però a considerarlo transitorio, e ha usato una parola forte: “cacocrazia”, termine con cui ha indicato un Paese governato da persone poco qualificate o incapaci. Secondo il resoconto concordante di più testate presenti al Lido, l’attore ha aggiunto che da questa fase “ne usciremo presto” e ha richiamato l’importanza delle prossime scadenze elettorali, a partire dalle midterm di novembre 2026.

La forza dell’intervento non sta solo nella parola scelta, che ha inevitabilmente attirato titoli e rilanci. Sta soprattutto nel contesto. Clooney parla da una posizione ormai consolidata nel sistema culturale americano: non è un attivista occasionale che interviene quando la promozione lo richiede, ma un interprete che da anni collega la propria immagine pubblica a cause civili, campagne umanitarie e riflessioni sul rapporto fra potere politico, media e cittadinanza. Per questo la sua critica non suona come un’incursione estemporanea nel dibattito: si inserisce in una continuità.

Nella stessa occasione, Clooney ha associato l’attuale amministrazione a una più generale “idea di crudeltà”, spingendosi fino a citare come esempio il clima politico e istituzionale che, a suo avviso, si è imposto negli ultimi mesi a Washington. È una formula che colpisce perché si colloca a metà strada tra giudizio morale e diagnosi del discorso pubblico: non una semplice contestazione programmatica, ma la denuncia di un linguaggio e di un atteggiamento di governo.

Questo passaggio, letto nel contesto di Venezia, produce anche un effetto ulteriore. La Mostra è da sempre un osservatorio sul cinema mondiale, ma ogni anno diventa anche una camera di risonanza politica. Le dichiarazioni di Clooney ricordano quanto il festival resti uno dei pochi luoghi in cui la promozione dei film convive ancora con una vera presa di parola pubblica. Non sempre succede con questa nettezza; quando accade, modifica il tono della manifestazione.

Venezia come biografia e come simbolo

La presenza di Clooney al Lido funziona allora su due piani. Da un lato c’è la celebrazione di una star che ha attraversato il cinema americano contemporaneo passando con relativa naturalezza dal film d’autore al grande intrattenimento, dalla commedia sofisticata al thriller politico. Dall’altro c’è il ritorno di un personaggio che con Venezia intrattiene un rapporto quasi narrativo, fatto di approdi successivi e riconoscibili.

L’Associated Press ha ricostruito questa lunga frequentazione come una sorta di storia parallela: il primo salto di visibilità internazionale con “Out of Sight” alla fine degli anni Novanta; il consolidamento come autore con “Good Night, and Good Luck”; il passaggio con “The Ides of March”, altro film dove la politica diventa racconto; poi il glamour internazionale di “Gravity” e, naturalmente, il capitolo privato del matrimonio veneziano. Messo in fila, questo itinerario spiega perché il Leone d’Oro alla carriera non sia percepito come un premio generico, ma come un riconoscimento quasi “site-specific”, profondamente coerente con il luogo che lo consegna.

Anche la Biennale, nella motivazione, insiste sulla credibilità del suo carisma. È un punto centrato. Clooney appartiene a quella specie sempre più rara di attore-divo che non ha costruito la propria tenuta soltanto sulla fotogenia o sulla macchina promozionale, ma sulla capacità di apparire insieme vicino e irraggiungibile, ironico e serio, classico ma non imbalsamato. La sua recitazione, nelle stagioni migliori, ha sempre lavorato su questo scarto: leggerezza esteriore e controllo profondo della scena.

Il senso di un Leone oggi

In controluce, il riconoscimento assegnato a Clooney dice qualcosa anche sul tipo di cinema che Venezia continua a voler rappresentare. Premiare lui significa premiare non solo una filmografia, ma una certa idea di autore hollywoodiano capace di restare popolare senza rinunciare a una dimensione critica. In una fase in cui l’industria audiovisiva è attraversata da piattaforme, fusioni societarie, tensioni sul lavoro creativo e ridefinizione dei modelli produttivi, Clooney resta il simbolo di una generazione che ha ancora familiarità con il cinema come spazio civile oltre che spettacolare.

Non a caso, nella conferenza stampa veneziana, il discorso sul lavoro e quello sulla politica si sono toccati. Da un lato la scelta di non dirigere, almeno per ora, per difendere il tempo privato. Dall’altro la convinzione che anche nei momenti peggiori la vita democratica possa correggersi, purché ci sia partecipazione. Sono due registri diversi, ma comunicanti: entrambi ruotano attorno all’idea di responsabilità. Responsabilità verso i figli, verso il proprio mestiere, verso il Paese in cui si vive.

In questo senso, la battuta con cui avrebbe chiuso l’incontro con i giornalisti - un semplice “drink” come programma per il resto della giornata, riportato dalla stampa italiana - non smentisce il tono del suo passaggio veneziano; semmai lo completa. Clooney conserva quella leggerezza controllata che da sempre gli consente di evitare la pomposità anche quando affronta questioni pesanti. È forse uno dei motivi per cui il suo rapporto con il pubblico dura da così tanto tempo: non perché si sottragga alla complessità, ma perché riesce ancora a darle una forma accessibile.

Alla fine, il suo arrivo a Venezia 83 consegna un’immagine meno nostalgica di quanto ci si potesse aspettare da un premio alla carriera. Non il monumento che celebra se stesso, ma un professionista che guarda con lucidità a ciò che lascia momentaneamente in sospeso - la regia - e a ciò che considera urgente dire adesso. Il Leone d’Oro riconosce il passato, certo. Ma la scena che Clooney costruisce al Lido parla soprattutto del presente: del tempo che resta, di come sceglierlo e di quale voce usare quando si decide, ancora una volta, di esporsi.