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l'anniversario

L'armistizio di Cassibile, il significato più profondo dell’8 settembre 1943: la “resistenza passiva” della Sicilia e del Sud

Si può dire che la prima reazione antitedesca si verifica proprio in Sicilia: a Mascalucia e a Castiglione di Sicilia

07 Settembre 2026, 11:46

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L'armistizio di Cassibile, il significato più profondo dell’8 settembre 1943: la “resistenza passiva” della Sicilia e del Sud

L’8 settembre è una data periodizzante della storia italiana e ne rappresenta uno dei passaggi più discussi e controversi per la rilevanza politico-istituzionale che ha assunto nelle vicende del Paese, anche se a volte questo momento è oggetto di interpretazioni non sempre corrette sul piano storico perché inquinate da visioni ideologiche e particolaristiche.

Qualche decennio fa si confrontarono soprattutto due posizioni: quella dell’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e quella dello storico ed editorialista del "Corriere della Sera" Ernesto Galli della Loggia. Il primo sottolineò il ruolo patriottico dell'esercito italiano proprio a partire dall'8 settembre '43, il secondo coniò la famosa locuzione di “morte della patria” che ha rappresentato un caposaldo del “revisionismo storico”.

Lo sbarco in Sicilia degli Alleati nella notte tra il 9 e 10 luglio del '43 squadernò la crisi del regime agli occhi del mondo intero: l'Italia era il ventre molle dell'Asse e non aveva la forza di tenere lontano dal suo territorio il nemico. Mussolini e la sua ventennale dittatura erano giunti all'ultimo atto e di lì a poco (25 luglio) il fascismo sarebbe diventato storia passata. La fine del fascismo veniva comunicata agli italiani attraverso la radio, prima dal re e poi dallo stesso Badoglio, che assumeva il governo militare del paese con pieni poteri. Le parole di Badoglio non lasciavano adito a dubbi: «La guerra continua, l'Italia duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa delle sue millenarie tradizioni». La gioia popolare, grande e irrefrenabile, diede la cifra dello scollamento tra il regime e il popolo, anche se la tragedia per gli italiani non poteva dirsi conclusa.

La monarchia non aveva fatto cadere Mussolini per instaurare un sistema democratico; voleva, al contrario, mantenere il potere senza introdurre alcun cambiamento sostanziale. Il re e Badoglio erano molto spaventati della partecipazione popolare alle manifestazioni che avevano salutato la fine di Mussolini e si lanciarono immediatamente in una sorta di dittatura militare che avrebbe dovuto sostituire quella fascista. Fra i nazisti che dopo il 25 luglio invasero la penisola italiana (l'operazione Alarico) e gli angloamericani che continuavano la campagna d'Italia, il governo italiano rimase inerte, terrorizzato dai tedeschi e al tempo stesso incapace di firmare immediatamente un armistizio. I soldati italiani che si ribellavano ai tedeschi, agivano per proprio conto e non ebbero direttive; non c'era né la strategia né la tattica. E in questa drammatica situazione giunse la notizia della firma dell'armistizio sottoscritto - il 3 a Cassibile e reso noto l’8 settembre - dal generale Castellano e dal generale Bedell Smith (per conto di Eisenhower), che chiuse “i quarantacinque giorni” e diede contemporaneamente il via alla Resistenza che nell'arco di venti mesi (25 aprile ’45) porterà l'Italia alla libertà.

Dunque, tra il 25 luglio e l'8 settembre è diffusa la sensazione del disastro e del caos, uniti al sentimento di indignazione verso il tradimento della monarchia che ingenera lo spirito del “tutti a casa”, come sola salvezza dai “fuochi nemici”. Ma c'è anche la risposta: certo, non ancora organica e completa, ma significativa su quasi tutto il territorio nazionale, al Nord e al Sud. Ad agosto manifestazioni di protesta a Napoli e nei paesi vicini; proteste anche in Sicilia e in altre regioni.

A proposito della Sicilia, vogliamo aprire una breve parentesi. Si può dire che la prima reazione antitedesca si verifica proprio in Sicilia: a Mascalucia e a Castiglione di Sicilia, due paesi in provincia di Catania. Potremmo dire, allora, che l'Italia dopo il 25 luglio '43 era una nazione allo sbando, ma a patto che si dica che i 45 giorni servirono anche per la riorganizzazione delle forze politiche che dall'8 settembre daranno vita alla Resistenza armata contro i nazifascisti. Come scrive lo storico Roberto Battaglia: «Ciò non diminuisce, anzi aggrava, la responsabilità del governo del 25 luglio che, dopo aver creato tale situazione dando libero accesso ai tedeschi, aveva almeno il preciso dovere di compiere ogni sforzo per conseguire la vittoria ove il rapporto di forze si conservava a noi favorevole. Perciò la difesa o la mancata difesa di Roma assume un valore esemplare per rendersi conto dell'8 settembre […]» (R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, 1964, pag. 86).

Del resto, lo squallore dei comandi militari italiani e della monarchia è stato ricostruito con dovizia di particolari dalla storica Elena Aga Rossi (“Una nazione allo sbando. L'armistizio italiano del settembre 1943”, Il Mulino, 1993), che usa parole durissime verso chi si è rifiutato di combattere lasciando campo libero ai tedeschi e provocando una vera catastrofe. «Non vi fu mai - afferma Aga Rossi nel suo libro - l'intenzione di passare a una attiva azione contro i tedeschi, nemmeno dove le forze militari lo avrebbero permesso. […]. Il risultato fu comunque quello di portare alla disgregazione delle forze armate italiane, all'internamento di 600.000 soldati e ufficiali e all'occupazione tedesca di quasi tutto il territorio italiano». (“Una nazione”, pp.123−124).

La rinuncia a combattere i tedeschi e la viltà mostrata con la fuga dagli alti comandi e dalla monarchia, preoccupati solo della loro incolumità personale, rappresentano una delle pagine più tristi e umilianti della storia d'Italia e soprattutto della monarchia sabauda. La mancata difesa di Roma fu un atto ignobile, data l'indubbia preponderanza delle forze italiane su quelle tedesche. «In tale occasione un'azione decisa avrebbe avuto il significato di una scelta inequivocabile, qualunque fosse l'esito finale, e avrebbe potuto avere conseguenze enormi, dando un segnale della compattezza dell'esercito italiano e favorendo la sua partecipazione attiva alla battaglia in corso a fianco degli angloamericani, e portando al ritiro dei tedeschi a nord della capitale e quindi anche a una più rapida liberazione del paese». (“Una nazione”, pag. 153).

Ma la fine dello Stato monarchico-fascista non significò la scomparsa della nazione italiana; anzi, si manifestò una nazione più matura, consapevole e avanzata che manifestava il bisogno di trovare corrispondenza adeguata con forme statuali più avanzate: la Repubblica che sorgerà dopo la guerra di liberazione su basi politiche democratiche e di massa, cioè completamente nuove rispetto a quelle che si era dato il vecchio Stato monarchico-liberale (ricordiamo che la proclamazione del regno d'Italia aveva significato l'esclusione delle masse popolari e contadine nonché l'autoesclusione dei cattolici dalla vita politico-istituzionale) e monarchico-fascista.

È da respingere la tesi di Galli della Loggia (che in realtà è dello storico Renzo De Felice) della paurosa debolezza etico-politica degli italiani, che, travolti dal crollo del fascismo e dal tradimento della monarchia, privi di virtù e moralità nel momento in cui bisognava combattere, furono costretti a “inventarsi” in seguito l'antifascismo, nonché la nazione e la patria, come avvenne col “mito della Resistenza”. A questa argomentazione si può rispondere dicendo che la lotta al fascismo cominciò all’inizio degli Anni Venti del Novecento, prima ancora che Mussolini prendesse il potere; che questa lotta continuò con grande sacrificio negli anni della dittatura e si intensificò nei mesi che precedettero la fine del regime. L'adesione al fascismo non fu mai totalitaria, né il fascismo fu un regime “all'italiana”, un totalitarismo imperfetto che alla fine accomodava tutto.

E a proposito dell'impegno degli italiani tra il '43 e il '45, è evidente che si intende svilirlo dicendo che i nostri connazionali impegnati nella lotta furono una minoranza, e quella lotta, comunque, riguardò, soprattutto o quasi esclusivamente, l'Italia centro-settentrionale. Chi sostiene questa tesi forse non sa che l'impegno politico serio e continuativo è sempre di gruppi ristretti rispetto alla totalità della popolazione, la quale si oppose ai nazifascisti, antagonismo testimoniato peraltro dalla solidarietà straordinaria che circondava i soldati fuggiaschi dopo l'8 settembre e che rappresentò l'inizio di quella che fu chiamata “resistenza passiva”.

In secondo luogo, occorre ribadire il ruolo decisivo del Sud nella lotta di liberazione nazionale, come dimostrano le vicende storiche che videro protagonisti diversi centri della Sicilia e il ruolo essenziale del Mezzogiorno continentale dalla Calabria a Napoli, testimoniato da tantissimi atti di coraggio e dedizione agli ideali della democrazia e della libertà (basti pensare alle straordinarie “Quattro Giornate di Napoli” alla fine di settembre del ’43).