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l’appuntamento

Brisbane si prepara al nuovo “Festitalia” con la spinta di quattro siciliani: «Celebriamo la nostra cultura in movimento»

Fra otto giorni il grande raduno che da vent’anni esalta tutto ciò che ruota attorno alla cultura italiana

12 Settembre 2026, 13:00

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Brisbane si prepara al nuovo “Festitalia” con la spinta di quattro siciliani: «Celebriamo la nostra cultura in movimento»

«Le nostre radici non si dimenticano». Lo affermano con orgoglio i componenti della comunità italiana a Brisbane, in Australia, che da settimane sono al lavoro per organizzare il “Festitalia”, una sorta di happening irrinunciabile nel corso del quale, domenica 20 settembre, sarà celebrata, innanzitutto, la cultura italiana. Ma anche la storia di chi quella cultura l’ha portata dall'altra parte del mondo, regalando un futuro migliore ai propri figli, ai propri nipoti, ai propri pronipoti, che oggi s’impegnano con forza per mantenere il cordone ombelicale con l’Italia e con le sue tradizioni.

Tradizioni ormai attenuate nei paesi e nelle città che quei migranti si sono lasciati alle spalle, ma che in Australia sono ancora vive e sentite come sono pronti a testimoniare quattro siciliani che del comitato organizzatore del “Festitalia” fanno parte: il presidente Santo Santoro, commendatore, insignito dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana; il vicepresidente Antonio Palella, cavaliere; il tesoriere Giuseppe Miranda; e l’inossidabile Nella Alba-Calabrese. Proprio quest’ultima è, fra i quattro, l’organizzatrice che con il premio ha il rapporto più stretto, risalente a vent’anni fa. Nel 2006 ne organizzò la prima edizione per commemorare il 60° anniversario della Repubblica Italiana. A quell’appuntamento parteciparono circa 25.000 persone, segno di quanto l'identità italiana fosse - come lo è tuttora - profondamente radicata nel Queensland, lo Stato dove si trova Brisbane.

«Qui - racconta soddisfatto Santo Santoro - le vecchie canzoni si cantano ancora nelle riunioni di famiglia. Le ricette si preparano come le insegnavano una madre o una nonna. I dialetti e certe espressioni sopravvivono attorno alla tavola. Le feste religiose e comunitarie continuano, di generazione in generazione. Non deve sorprendere: per molti italo-australiani non si tratta soltanto di nostalgia ma di un modo per onorare i sacrifici di uomini e donne che hanno lasciato l'Italia - e in particolare la Sicilia - per ricominciare dall'altra parte del mondo».

«Non si può misurare - prosegue - il contributo dei migranti italiani semplicemente contando gli arrivi. Hanno trasformato il tessuto fisico e sociale del Paese: nell'agricoltura e nell'edilizia, nella manifattura, nella piccola impresa, nell'istruzione e in molti altri settori. Hanno costruito case, avviato attività, portato competenze e metodi che sono diventati parte della crescita economica dell'Australia. La loro influenza si vede anche nelle piccole cose di tutti i giorni. Un buon caffè, un certo modo di intendere il cibo e il vino, il senso dell'ospitalità e dell'artigianalità: molto di ciò che oggi si considera lo stile di vita cosmopolita dell'Australia porta l'impronta dei migranti italiani».

«Nulla di tutto questo - commenta Santoro - è arrivato facilmente. Molti dei primi arrivati parlavano poco inglese, avevano pochi soldi e pochi legami al di fuori della famiglia o di altri migranti. Erano separati da genitori e fratelli rimasti in Italia, alle prese con usanze sconosciute e, talvolta, con vera e propria discriminazione. Lavoravano duramente perché non stavano costruendo una vita solo per sé stessi, ma per chi sarebbe venuto dopo. Il “Festitalia”, in un certo senso, è un ringraziamento verso di loro: il riconoscimento che le vite agiate di cui oggi godono tanti italo-australiani sono state rese possibili da chi è venuto prima».

Adesso, dicono gli organizzatori con orgoglio, il capitolo più interessante di questa storia lo stanno scrivendo le generazioni più giovani: «Molti sono australiani di terza o quarta generazione, l'inglese è la loro prima lingua, sono nati e cresciuti qui, e la loro vita quotidiana è indiscutibilmente australiana. Eppure il legame con l'Italia non si è affievolito. Anzi, per alcuni si è fatto più forte. Valeria, figlia di Alba-Calabrese, ha messo piede a Roma per la prima volta a 28 anni, senza mai aver visitato l'Italia in precedenza. Ha chiamato subito sua madre: "Mamma, mi sento a casa”... I giovani italo-australiani stanno imparando la lingua dei loro nonni e bisnonni. Viaggiano in Italia alla ricerca dei paesi d'origine della famiglia, cercano tra certificati di nascita e documenti anagrafici, ricostruiscono storie familiari mai del tutto tramandate. Alcuni verificano se hanno i requisiti per ottenere la cittadinanza italiana. Vogliono sapere da dove viene la loro famiglia e sempre di più hanno smesso di vedere l'essere australiani e il custodire un'eredità italiana come identità in competizione tra loro. Sono la stessa storia, raccontata in due modi. Per questo il “Festitalia” non finge che l'Italia si sia fermata nel tempo. Al contrario, affianca la versione ereditata a quella contemporanea: l'opera accanto alla musica pop italiana di oggi, la cucina tradizionale accanto alla cucina moderna, la tarantella che condivide il palco con la musica ascoltata dalle generazioni più giovani. L'obiettivo non è conservare la cultura sotto vetro, ma tenerla in movimento. Ricordando sempre, però, che le nostre radici non si dimenticano. Anche a sedicimila chilometri di distanza».