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Il personaggio

Caterina Carpinato, una prof che crede nella ripartenza dell'antico: «Con la cultura si mangia»

Da Catania a Venezia, la docente dell’ateneo Ca’ Foscari, di cui è stata anche prorettrice, spinge sulle potenzialità dell’Isola: partendo dalla classicità

13 Settembre 2026, 11:11

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Caterina Carpinato, una prof che crede nella ripartenza dell'antico:  «Con la cultura si mangia»

Caterina Carpinato

Orgogliosamente «nata e cresciuta a Catania», anche se ormai da decenni vive a Venezia dov’è ordinaria di Lingua e Letteratura neogreca all’Università “Ca’ Foscari” di cui è stata pure la prorettrice, Caterina Carpinato chiede - o, almeno, spera - che la Sicilia «venga conosciuta meglio» da chi siciliano non è. Per andare oltre la superficie, oltre gli stereotipi, non basta però qualche giorno di vacanza. Potrebbe tornare utile, invece, un progetto che la prof ha concepito e battezzato “Inverti la Rotta”.

Lo spiega così: «Abbiamo nell’Isola tre straordinarie realtà accademiche che non hanno nulla da invidiare alle altre, non vedo allora perché uno studente di Imperia o di Teramo, preso il diploma, debba iscriversi a Milano o persino all’estero e non a Catania, Palermo, Messina. La mia proposta è di istituire borse di studio che consentano di fare qui la Triennale a ragazze e ragazzi di altre regioni. Questo permetterebbe di conoscere meglio la nostra terra e di crescere come Paese. Spero che qualche fondazione, qualche imprenditore, si faccia avanti per sostenere questa idea».

Tre anni potrebbero servire, ad esempio, per scoprire quanta Grecia vi sia in Sicilia. Rapporto dalle radici plurimillenarie, ancora attuale?

«Quando sono andata per la prima volta in Grecia, nei pressi di Atene passando per la zona delle Raffinerie m’è sembrato di ritrovarmi nella strada che si faceva un tempo e attraversava gli impianti di Priolo, fra Catania e Siracusa. Ho avvertito lì una continuità non solo passata ma anche presente fra due realtà affini sotto il profilo geografico, paesaggistico, oltre che storico-culturale. Consiglio, poi, di leggere un racconto molto bello di Luigi Pirandello che s’intitola “Il Capretto Nero”. Racconta di come il protagonista della novella e il viceconsole inglese (a Girgenti, ndr) vivano in maniera diversa il rapporto con l’antico. Per noi, questo rapporto è effettivo. Non artefatto e libresco. Il fatto che vi siano rovine greche o romane nel nostro territorio li rende parte del nostro tessuto urbano. Sono parte di noi, come quelle caratteristiche genetiche che poi riemergono».

Spesso trascurata, la cultura classica. Sarebbe il caso di recuperarla, in fretta, specie nella nostra Isola?

«Sì, soprattutto se la si legge come una realtà locale. Diversamente, diventa una cosa estranea ed esterna se quella lettura avviene in maniera tecnica e, appunto, libresca. Ciò non vale soltanto per la cultura greca di età classica. Ad esempio, Lentini ha a che fare con Gorgia ma vanta pure una importantissima presenza bizantina, che è successiva. Anche a Catania nella Cappella Bonajuto vi sono tracce bizantine, a Siracusa altrettanto».

Qualcuno ha detto che con la cultura non si mangia.

«Questa è una vecchia cosa, una frase ormai screditata. Con la cultura si mangia, eccome! Se ne fa un grande uso, certe volte pure un abuso. Quando ero giovane, ad esempio, ricordo che le rappresentazioni teatrali a Siracusa erano ad anni alterni. Due tragedie e basta. A quel punto le pietre riposavano, perché le pietre si logorano. Erano anni in cui l’Inda ragionava in termini di sostenibilità. Poi, è diventato tutto spettacolo».

Siracusa, appunto. La magia del teatro e delle rappresentazioni tragiche. Polemiche, scelte contestate, dimissioni ai vertici dell’Istituto nazionale del Dramma antico rischiano di offuscare tanta Bellezza?

«Il passato, il recupero della classicità, hanno sempre una funzione politica. Pensate al Ventennio fascista, alla grande riappropriazione del ruolo di Augusto e dell’Impero Romano. Non seguo, non m’interessa cosa sia accaduto all’Inda perché vivo lontano, ma il passato è sempre visto in chiave presente. Tutto dipende da come uno vuole raccontarsi la storia».

Vissuta da lontano. Com’è la Trinacria, vista dalla Laguna?

«Non la conoscono. Molti hanno comprato casa affascinati dai film di Montalbano, così hanno un posto di vacanza esotica, però non la capiscono. E, soprattutto, non si rendono conto che possono esserci aspetti meno romantici in termini di infiltrazioni negli appalti, nell’imprenditoria, nella cosa pubblica. Purtroppo, alcune alleanze economiche e politiche non sono state e non sono favorevoli al buon nome della Sicilia».

Criticità e ritardi, opportunità negate e generazione-trolley in fuga. Malgrado tutto, lo storico Franco Benigno in un’intervista al nostro quotidiano ha professato il suo ottimismo dicendo: «Basta luoghi comuni, questa terra sta cambiando. Il Sud non è tutto negatività». Ha ragione?

«Sì, ha ragione. Non mi sembra un caso che a Venezia la più grande istituzione culturale, la Biennale, sia oggi presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, un intellettuale siciliano di primissimo livello. E lui la dimensione siciliana se la porta ovunque. Insomma, ci facciamo valere. Non è nemmeno necessario andare lontano, servirebbe piuttosto un vero interscambio e non una partenza senza ritorno. Questo andare e tornare, peraltro, c’è già nel capolavoro di Elio Vittorini “Conversazione in Sicilia”. Non ci si deve rassegnare allo spopolamento, vanno studiate soluzioni efficaci per restituire a questi ragazzi la possibilità di rientrare».