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il caso

“NAZA”, il film sui sistemi di guerra a Gaza: dopo il premio di Venezia, Israele minaccia i registi

Il film di Yuval Abraham e Rachel Szor porta sullo schermo le testimonianze anonime di militari e uomini dell’intelligence

13 Settembre 2026, 22:23

22:30

“NAZA”, il film sui sistemi di guerra a Gaza: dopo il premio di Venezia, Israele minaccia i registi

Il Ministro della Cultura israeliano minaccia di revocare la cittadinanza ai due registi del documentario "NAZA", premiato a Venezia.

Sui tetti di Tel Aviv, di notte, uomini e donne rimasti nell’ombra raccontano come un nome possa diventare un bersaglio e una famiglia trasformarsi in un numero previsto di vittime. Sono militari e membri dell’intelligence israeliana: 24 testimonianze anonime sulle procedure di sorveglianza e bombardamento adottate a Gaza. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, il documentario NAZA ha conquistato il Premio Speciale della Giuria. In Israele, invece, il ministro della Cultura Miki Zohar ha reagito minacciando la cittadinanza dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor.

La reazione politica è arrivata poche ore dopo il riconoscimento assegnato il 12 settembre 2026 dalla giuria internazionale presieduta da Maggie Gyllenhaal. Secondo quanto riportato da El País, Miki Zohar, ministro israeliano della Cultura e dello Sport, ha minacciato di chiedere la revoca della cittadinanza dei due autori. Il film era già stato contestato dall’esercito israeliano, che aveva messo in dubbio l’attendibilità della ricostruzione, mentre Avigdor Lieberman, ex ministro della Difesa, aveva definito i registi «nemici di Israele».

Ventiquattro voci dall’interno dell’apparato militare

NAZA dura 80 minuti, è parlato in ebraico e inglese ed è stato prodotto nel Regno Unito da The Guardian e JW Films, con Jim Wilson. Alla Mostra è entrato nella competizione principale come unico documentario tra i film candidati al Leone d’Oro. La Biennale lo descrive come un lavoro girato di notte sui tetti di Tel Aviv, costruito per portare alla luce i sistemi che, secondo gli autori e le fonti intervistate, hanno reso possibile l’uccisione su larga scala di civili palestinesi nella Striscia di Gaza.

La struttura è quella di un’inchiesta cinematografica fondata sulle testimonianze di 24 appartenenti o ex appartenenti alle forze armate e all’intelligence israeliane. I loro volti e le loro voci sono alterati digitalmente; le interviste sono state realizzate in segreto nell’arco di circa tre anni. Fra loro figurano soldati, ufficiali e addetti ai sistemi informativi che descrivono il proprio ruolo nella catena operativa: dalla raccolta dei dati alla selezione dei sospetti, dalla costruzione delle liste di obiettivi all’autorizzazione degli attacchi.

Sorveglianza, bersagli e intelligenza artificiale

Il punto più delicato di NAZA riguarda i sistemi digitali utilizzati per classificare i sospetti e localizzarli. Gli intervistati raccontano piattaforme di sorveglianza capaci di elaborare enormi quantità di dati, tracciare telefoni e movimenti e proporre possibili affiliati a Hamas. Alcune procedure sarebbero state assistite da algoritmi e strumenti di intelligenza artificiale. Il film sostiene che, in determinate fasi della guerra, l’accelerazione tecnologica abbia consentito di produrre liste di bersagli su una scala incompatibile con un controllo umano accurato di ogni singolo caso.

Le testimonianze descrivono inoltre bombardamenti contro abitazioni nelle quali il presunto obiettivo era ritenuto presente insieme ai familiari. Secondo quanto riferito nel documentario, chi autorizzava l’attacco poteva conoscere in anticipo la probabile presenza di civili e stimare il numero delle vittime non combattenti. Si tratta delle affermazioni degli informatori raccolte e verificate giornalisticamente dagli autori, non di conclusioni giudiziarie definitive. Proprio per questo la loro rilevanza dipende dalla precisione delle procedure di verifica, dalla pluralità delle fonti e dalla possibilità di confrontare i racconti con le inchieste già pubblicate.

Dai tetti di Tel Aviv al premio della Mostra

Il Premio Speciale della Giuria attribuito a Venezia ha trasformato un film realizzato nella clandestinità in un caso internazionale. Non è un riconoscimento marginale: appartiene al gruppo dei premi ufficiali della competizione principale, insieme al Leone d’Oro, al Gran Premio della Giuria, al premio per la regia, alle Coppe Volpi e al premio per la sceneggiatura. L’edizione numero 83 della Mostra si è svolta dal 2 al 12 settembre 2026.

La consacrazione veneziana arriva dopo il successo di No Other Land, diretto da Abraham e Szor insieme ai cineasti palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Quel documentario, dedicato alle demolizioni e agli sgomberi nella comunità di Masafer Yatta, in Cisgiordania, ha vinto nel 2025 l’Oscar per il miglior documentario. Il nuovo lavoro conferma un metodo fondato sull’alleanza fra cinema, testimonianza e giornalismo investigativo, ma sposta il punto di osservazione: non più soltanto le persone che subiscono l’occupazione e la violenza, bensì gli israeliani che hanno visto dall’interno i dispositivi della guerra.

È anche per questo che gli autori insistono sulla distribuzione in Israele. Abraham ha dichiarato che il gruppo farà quanto possibile affinché il film venga visto nel Paese e ha spiegato che gli intervistati hanno parlato in ebraico proprio perché volevano rivolgersi alla società israeliana. Il pubblico decisivo, nella logica del progetto, non è dunque soltanto quello dei festival europei o delle platee già critiche verso il governo di Benjamin Netanyahu. È una comunità nazionale chiamata a confrontarsi con le parole dei propri soldati.

La minaccia del ministro Zohar interviene esattamente su questo terreno. Sposta la discussione dal contenuto delle testimonianze alla legittimità di chi le ha raccolte; dal merito delle accuse all’appartenenza nazionale degli autori. La cittadinanza viene evocata non come uno status giuridico protetto, ma come un riconoscimento condizionato alla conformità politica. Anche se non producesse conseguenze legali, una simile impostazione può avere un effetto intimidatorio su artisti, giornalisti, informatori e istituzioni culturali.