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Luca Guadagnino: «“Ketticè”, un film made in Palermo»
Il regista ha prodotto la pellicola di Giovanni Tortorici con regista e attori palermitani. «Mi hanno colpito la grazia e la capacità di capire l’adolescenza. La Sicilia? E' la mia vita, la amo profondamente». Nel cast la Bellucci premiata a Locarno
Guadagnino vuol dire cinema. In un’isola che arrotola i secoli e i millenni non è facile trovare l’inizio delle passioni. Lui lo ha dentro da sempre. Da quel “Lawrence d’Arabia” visto a cinque anni seduto sulle gambe della mamma algerina, in una sala di Addis Abeba. Lo ama come spettatore, regista, autore, produttore. Nato a Palermo, stregato dalla luce e dai contrasti della Sicilia, Luca Guadagnino ha prodotto con la sua Frenesy, il film “Ketticè” del palermitano Giovanni Tortorici (di famiglia aristocratica, alcune scene sono girate nel palazzo avito, nel film compare la vera nonna, la principessa Stefania di Raffadali), opera seconda appena arrivata nelle sale, ritratto intimo di alcuni adolescenti nella Palermo del 2012.

Giovanni Tortorici
Candidato all’Oscar per "Chiamami col tuo nome", premiato con il Leone d’argento alla regia per “Bones and All” nel 2022, Guadagnino - voce pacata e gentile, sguardo di brace, attenzione quasi maniacale ai dettagli - lancerà il suo nuovo film, “Artificial”, attualissimo e dalla genesi travagliata, dedicato alla cacciata e al clamoroso ritorno di Sam Altman, fondatore di OpenAI, in anteprima mondiale al New York Film Festival il 5 ottobre. Ma prima, a fine settembre, alla Milano Fashion Week, presenterà una collezione d'élite di arredi di design (realizzata con il suo studio) per Zara Home, annunciata dal Financial Times.
Il film “Ketticè” racconta un’età in cui la famiglia è un mondo distante e incomprensibile, la scuola una prigione, lo “sballo” un modo di vivere, l’amicizia il sentimento in cui sentirsi liberi. Giulio, il protagonista, vive tra amori, delusioni, amicizie, riti, facebook, accarezzato dallo sguardo limpido di Tortorici.

Perché ha deciso di produrre questo film, cosa l’ha colpita?
«Da molti anni ormai faccio il produttore con un enorme piacere, perché amando il cinema, e quindi i registi, trovo molto remunerativo a livello spirituale l’idea di poter aiutare un cineasta. Avevo già prodotto il primo film di Giovanni, “Diciannove”, che aveva ricevuto un enorme risultato di critica ed è stato venduto in parecchi Paesi, a partire dagli Stati Uniti. Un film che ha segnato la nascita di una voce fortissima del cinema contemporaneo, non solo italiano. Per me è stato automatico proseguire il percorso di sostegno e di produzione. Quando mi ha presentato il copione, che inizialmente si chiamava “Sedici”, come se fosse un prologo del precedente, mi ha colpito enormemente: aveva in sé tutta la grazia e tutta la capacità di comprendere e di analizzare l’adolescenza, senza nessun giudizio, che ha Giovanni. Ed era anche molto divertente. È stato immediato, istintivo, il pensiero di produrre il film e continuare un percorso che immagino non si fermerà qui».

Tortorici lancia lo sguardo sulla prima giovinezza, sulle relazioni familiari, su una fase della vita presente anche nel suo cinema.
«Quando avevo 16 anni, e frequentavo il Liceo scientifico Cannizzaro di Palermo, ed ero già in nuce un regista, avevo fatto i primi cortometraggi, sognavo già di diventarlo, mi ero messo in testa di fare un film su quel momento della mia vita. Ora ne ho 55 e ancora non sono riuscito a trovare la chiave per scriverlo. Perché scrivere un film che possa essere aggraziato, vero e allo stesso tempo trascendente, come tutto il cinema deve essere, su quel momento della mia vita è forse la cosa più difficile che possa pensare di fare. Ammiro il controllo di Giovanni, la sua straordinaria presenza a se stesso e alle sue memorie. Più che trovare consonanze tra i suoi film e i miei, mi piace pensare che il cinema di Giovanni è ricco e denso di saggezza cinematografica».

Nel film due Palermo: quella altoborghese, che vive in case meravigliose, e quella popolare. Due volti della città che non si incontrano spesso.
«E’ l’aristocrazia che incontra una dimensione popolana della città, più che l’alta borghesia, che in Sicilia ha un’espressione di sé che potrebbe essere meno poetica della svagatezza eccentrica della nobiltà. È una distinzione abbastanza sincera che ha fatto Giovanni. Il protagonista vive in un universo borghese, frequenta il liceo privato Gonzaga, i suoi amici fanno parte di quel mondo. Ketty invece viene da quello opposto, ma è vitale, è una ragazza che gli fa conoscere cose che altrimenti non avrebbe scoperto, come il piacere di una festa di piazza, le chiacchiere infinite sulle relazioni tra persone. Palermo è una città di grandi contrasti, ma nel contempo di intimità, di prossimità. I grandi palazzi nobili palermitani sono parte assoluta del contesto del centro storico, dove puoi avere, ahimè, oggi molta presenza del turismo, ma anche del popolo. Questa commistione intima tra opposti è una delle cose più belle della città».

Perché ha deciso di diventare produttore?
«Amo moltissimo il cinema. Fare il cinema in modi diversi, come regista, produttore, sceneggiatore, amico, è un modo, secondo me, complesso e completo di esprimermi. Non darei una priorità a me stesso come regista, come se il resto fosse una distrazione dal percorso. Penso invece che lavorare con un cineasta che ti ispira, anche se magari con minore esperienza, faccia crescere come autore e come regista. E poi, trovo affascinante l’idea di riuscire a mettere in piedi un film, di trovare le strategie migliori perché si possa arrivare alla sua realizzazione. Nel mio percorso di produttore è stato importante lavorare in Sicilia dove ho girato “A Bigger Splash”, a Pantelleria, ho realizzato alcune scene di “Queer”, ho prodotto “Diciannove” e “Ketticè”. Quest’ultimo girato interamente a Palermo, recitato in gran parte in siciliano, con regista, attori e produttore palermitani. La Sicilia torna come traccia genetica e di memoria personale ma anche come luogo che mi permette di trovare forme espressive molto forti e che contemporaneamente mi sostiene moltissimo. Penso al supporto straordinario che la Sicilia Film Commission ha dato al mio lavoro di produttore e di regista, supporto senza il quale non si sarebbero realizzati questi film».

Matthias Schoenaerts e Tilda Swinton in "A Bigger Splash" girato a Pantelleria
Ha ancora una relazione forte con la Sicilia?
«La Sicilia è la mia vita, la amo profondamente, mi sento costitutivamente siciliano. Ci torno molto spesso, ho molti amici. Palermo naturalmente è la mia città, ho sempre un enorme piacere a tornare nella mia città e nella mia isola».
C’è qualcosa che la lega alla Sicilia? Che la definisce di più?
«Per me l’elemento più forte e potente è la luce della Sicilia, che diventa un elemento metafisico e mi ha formato anche nella ricerca estetica. E poi, trovo straordinaria l’incredibile generosità e apertura di noi siciliani, penso che i siciliani abbiano una capacità di accogliere con sincerità, non per modi, non perché c’è affettazione. Tutto questo è mescolato agli enormi contrasti dell’isola, ad esempio il fatto che la sua bellezza sia messa a repentaglio dall’incuria, dalla criminalità. Ma anche queste contraddizioni sono per me un motivo di fascino».
A Venezia ha presentato il documentario di sette ore “Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del ventesimo secolo che non esiste più”.
«Ho amato e amo il lavoro e la persona Bertolucci da quando l’ho scoperto. Bernardo ha sempre parlato attraverso il suo lavoro, ma anche nelle conversazioni che abbiamo avuto veniva fuori questa idea della vita come qualcosa che ti trascina in un turbine nel quale buttarsi. E mi interessa molto, perché credo che il cinema, un sistema molto complesso, fatto di costruzione, gestione, finanziamenti, rapporti, in realtà esiste ed esprime il massimo di sé nel momento in cui si abbandona, appunto, a quella che Bertolucci chiamava gioia di vivere».
IL FILM

“Ketticè” è il secondo film del regista palermitano Giovani Tortorici, con Salvatore Gallina, Rachele Testagrossa, e con Monica Bellucci che per la sua interpretazione ha vinto il Pardo come miglior attrice al Festival di Locarno dove il film è stato presentato. Una produzione Frenesy Film Company, The Apartment, PiperFilm, Memo Films in collaborazione con Rai Ci-
nema e First Pictures. Tortorici, assistente di Guadagnino nella serie tv, “We are who we are”, dopo l’esordio con “Diciannove”, presentato nella sezione Orizzonti a Venezia due anni fa, prosegue l’esplorazione del mondo giovanile, della ricerca di sé e del desiderio di libertà dell’adolescenza.