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Mario Biondi: «Vi racconto la mia Catania»

Il popolare musicista etneo ha raccontato il rapporto con la città e con la Sicilia

Mario Biondi: «Vi racconto la mia Catania»

“Cu nesci arrinesci”, ma è difficile che dimentichi le proprie origini. Non l’ha fatto Mario Biondi, nato a Catania 47 anni fa. «Sono nato sotto le palle del Liotru, come potrei scrivere musica che non sia influenzata dalla Sicilia?». Una dichiarazione d’intenti che è un ottimo punto di partenza per far tornare Biondi a immergersi nella dimensione catanese della propria vita. «Ogni tanto ho queste uscite un poco zzaurde, come direbbe qualche mio amico», ride il cantante al ricordo di quell’autodefinizione.

Come vivi quest’appartenenza?

«È una cosa molto sanguigna che mi riporta alla mia infanzia. Quando avevo 2 anni con la mia famiglia ci siamo trasferiti dalla Sicilia in Emilia per poi ritornare a casa quando ho compiuto 12 anni. Mio padre Giuseppe che, oltre a essere un autore di canzoni, era un rappresentante di abbigliamento diventò ispettore di Vestebene, una divisione del gruppo Miroglio, e accettò di lavorare al Nord. In Emilia Romagna, precisamente a Reggio Emilia, ho frequentato i cinque anni di scuola elementare e la prima media. È stato durante i miei anni passati lontano dalla Sicilia che il mio legame si è rinforzato. Quando a scuola mi chiedevano da dove arrivassi ero orgoglioso di dire: “Sono di Catania”. Effettivamente, a ripensarci, non so perché allora ci tenessi così tanto».

Forse questo sentimento ti è stato trasmesso dai tuoi genitori?

«Non è che in casa mia si parlasse il dialetto, anzi i miei stavano molto attenti a non farlo, il riferimento alla città natale però c’è sempre stato. Ed è vero che mio nonno Mario, buonanima, mi diceva sempre: “Non t’a scurdari mai ca sì marca Liotru”. Ecco, noi catanesi siamo così. Malgrado tutte le negatività che ci ha fatto vivere la nostra terra, non riusciamo mai a rompere questo legame così forte».

Legame che, però, tu hai rinforzato ritornando a Catania quando avevi 11 anni…

«Sì, accadde tra il 1982 e i primi mesi del 1983 dopo che la canzone scritta da papà (con Gaetano Agate, nda) “Tu malatia” cantata da Franco Morgia vinse il Festival della canzone siciliana. La mia vita, però, è sempre stata accompagnata dalla costante del senso d’appartenenza. Mi spiego: negli Anni Settanta, quando era forte il sentimento antimeridionalista al punto che negli annunci di affitto si specificava il “no ai meridionali” e non di rado alla mia famiglia veniva detto, “Ma i siciliani non sono come voi”, in Emilia Romagna io ero il marocchino, il terrone. Tornato a Catania, invece, alla mia inflessione non puramente etnea la reazione era: “’mpare, ma comu spacchiu parri?”. Anche perché quello era il periodo clou della divisione degli adolescenti tra mammoriani e monfiani».

E tu in quale “categoria” ti ponevi?

«Sicuramente nella prima, per un periodo ho vissuto anche a Piano Tavola dove c’era la “crème della crème” dei mammoriani».

Oggi da adulto che ha trascorso la maggior parte della propria vita lontano dalla Sicilia, cos’è Catania secondo te?

«Il mio luogo del cuore, quello dove torno per rivedere gli amici veri con i quali sono cresciuto dai dodici anni in poi e non solo. Perché è vero che da bambino ho vissuto in Emilia, ma le mie estati erano rigorosamente catanesi. I miei nonni abitavano vicino Porta Garibaldi e tra i miei amici storici ci sono ancora quelli del Fortino e quelli del viale Mario Rapisardi. Poi c’è la marea dei parenti: i Ranno per parte di padre e i Porto per parte di madre».

C’è qualcosa, invece, che ti non riesci più ad accettare?

«Come tutti quelli che non vivono più a Catania soffro per la delusione delle aspettative. So bene che Catania non è Milano, né Reggio Emilia o Parma, la città nella quale attualmente vivo e con la quale non ho un rapporto molto empatico perché catanesi e parmigiani sono caratterialmente agli opposti, ma c’è l’enfatizzazione del ricordo. E spesso questo fa a pugni con la realtà perché ci si aspetta tanto. Più di quanto è possibile per lo stato della città. Personalmente non ho avuto esperienze particolarmente negative, tranne il solito imbecille che s’è avvicinato con la solita frase di circostanze: “Ora chi fa, t’a spacchii”, ma gli imbecilli esistono dappertutto, non solo a Catania».

Al contrario ci sono riti immancabili che ti ci legano, luoghi che non puoi fare a meno di tornare a vedere?

«Catania m’a manciassi tutta. Non esagero se dico che ho un rapporto viscerale, quasi sessuale con lei. La amo fisicamente, ne amo l’odore, la terra, le donne».

Però non hai mai sposato una siciliana...

«’A virità è ca sugnu schettu, non mi sono mai maritato. Di matrimonio ne ho sempre parlato con tutte, ma prima di arrivarci c’è stato l’addio. Così ho evitato gli avvocati che già ne frequento abbastanza per i figli (sono 8 avuti da donne diverse, nda) i quali hanno dai 20 mesi ai 21 anni e vivono tutti in Emilia tranne la ragazza più grande, 20 anni, che vive a Padova».

Come parli di Catania ai tuoi figli grandi e piccoli?

«Li ho sempre resi, quasi tutti, molto partecipi. Li ho portati a Catania e impazziscono per pasticceria e rosticceria nostrana e quasi tutti capiscono il dialetto perché quando posso lo utilizzo perché mi piace il suono, è intimo, esprime passionalità. Come Catania dà energia».

Ne trai anche per il tuo lavoro?

«Madonna! La parola d’ordine nel mio ufficio milanese è che quando arrivano richieste dalla Sicilia la risposta è sì, poi i dettagli si mettono a punto».

Su Youtube girano dei “falsi” che ti attribuiscono una versione in siciliano di “Tu malatia”. Hai mai cantato in siciliano?

«Anch’io mi sono imbattuto in queste versioni, ma non sono io e non è nemmeno papà. Però ho cantato “Tu malatia” che, oltre a essere stata tradotta in spagnolo, portoghese e napoletano, è diventata un inno catanese. Non ho mai, però, trovato traccia on line di quell’interpretazione. E ho fatto anche un altro pezzo di papà, cocciu d’acqua, in un tributo a lui durante una riedizione del Festival della canzone siciliana».

Non pensi un giorno di registrare questi pezzi?

«Ho delle idee, ma finora non ho trovato il tempo di metterle in pratica. C’è un progetto molto dedicato alla Sicilia, totalmente in dialetto e non solo musicale che un giorno o l’altro vedrà la luce».

Non hai mai avuto dubbi sull’adottare il nome d’arte di papà che si firmava Stefano Biondi?

«La verità è che me l’hanno appiccicato quando nel 1984 cominciai a girare le piazze per cantare con mio padre. L’allora suo impresario, tale Claudio Bottino di Catania, m’inserì nel manifesto come Mario Renzo Biondi (non mi sono mai dato una spiegazione per quel Renzo). A ripensare a quel manifesto mi viene da ridere: ero un tredicenne dai capelli ricci e biondi, già alto un metro e 80 e magrissimo… scansàtini. Però quel cognome d’arte mi ha portato fortuna ed era quello di papà scomparso il 19 febbraio 1998».

Quindi papà non ha fatto in tempo a godersi il tuo successo...

«No, ma ci credeva più lui di me. Mi faceva ascoltare spesso i miei provini per convincermi che ce l’avrei fatta. E quando io obiettavo, mi diceva che non mi mancava nulla».

Cosa diceva del tuo essere uno “studente non brillante”?

«“Devi prendere un diploma, per forza!”. Al De Felice, però, non andò benissimo. Mi diplomai come odontotecnico in un istituto privato e ho pure cominciato il praticantato ad Adrano. Il mio capo, però, ogni giorno ripeteva: “Chi ci fai ccà intra, ti ‘nna gghiri a cantàri”. E così feci concentrandomi soltanto sulla carriera musicale».

Nello stesso periodo in cui cominciavi a frequentare le piazze facevi anche il corista in chiesa?

«Sì, in una chiesa di Piano Tavola e anche in cattedrale a Catania».

Quindi conosci bene il culto di Sant’Agata. Come ti poni con la fede e la festa?

«Io, anche per cultura familiare poco attenta alla Chiesa, non ho mai professato. Devo ammettere, però, di essere sempre stato affascinato dal concetto della Santa di cui mia nonna era devota, e dalla festa, che è anche un po’ pagana».

Chi è
Mario Biondi, all’anagrafe Mario Ranno, è nato a Catania il 28 gennaio 1971. Figlio d’arte, suo padre è Stefano Biondi tra gli autori di “Tu malatia”, ha pubblicato “Handful of Soul”, il suo primo album nel 2006. Una voce calda, profonda, sensuale, eppure limpida e sicura. La sua voce marcatamente black, lo ha consacrato da qualche anno come il «Barry White italiano».
Nel 2009 pubblica “If”, nel 2011 “Due” seguito da Sun (2013) e Beyond (2016). Ha partecipato all’ultimo Festival di Sanremo cantando in italiano “Rivederti” e a marzo è uscito “Brasil”. A Maggio, per la prima volta si esibirà nei palasport, il 17 al Palalottomatica di Roma e il 20 al Mediolanum Forum di Milano.

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