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«Storie di uomini, caporali e bambini»: premiato reportage de "La Sicilia"

Ai giornalisti Carmelo Riccotti La Rocca e Martina Chessari il premio Marco Luchetta dedicato alle “periferie italiane come trincee in cui bambini e ragazzi combattono ogni giorno la loro guerra per la sopravvivenza”

«Storie di uomini, caporali e bambini»: premiato reportage de "La Sicilia"

CATANIA - I giornalisti Carmelo Riccotti La Rocca e Martina Chessari hanno vinto il premio Marco Luchetta dedicato alle “periferie italiane come trincee in cui bambini e ragazzi combattono ogni giorno la loro guerra per la sopravvivenza”. Premiato il reportage, pubblicato sull’edizione di Ragusa de “La Sicilia” lo scorso 6 novembre, che racconta la vita dei figli delle vittime del caporalato, e che di seguito vi proponiamo

«C’era una volta una bambina che con mamma e papà andò in un bosco per cercare da mangiare. Poi i genitori decisero che la bambina andasse a scuola... la bambina era felice». Questo è uno dei tanti racconti, di una bambina romena portata in Italia dai genitori in cerca di un lavoro e finiti nella rete dello sfruttamento lavorativo e del caporalato. Nei racconti di questi bambini il bosco c’è sempre, come ad indicare un ostacolo insormontabile, come costante è la ricerca di cibo e di serenità. Qualcuno adesso nei racconti aggiunge la scuola, come un traguardo importante, una conquista e una speranza di cambiamento. Lo scenario è quello di Acate, a pochi passi dalla più grande e popolata città di Vittoria, un paesaggio caratterizzato da chilometri e chilometri di serre, alcune dismesse, che tolgono perfino colore a quella che potrebbe essere una suggestiva vista del Mediterraneo. Un paesaggio violentato, ma ormai nessuno ci fa più caso, d’altro canto rappresentano la fonte economica più importante per il territorio.


Acate, come Vittoria, è tristemente nota per le vicende di cronaca legate al caporalato; qui arrivano migliaia di famiglie romene che poi finiscono nell'ombra, di loro non si sa nulla, se non che vivono in vere e proprie catapecchie pagate però come case normali, e che interi nuclei familiari lavorano nelle serre. Ad entrare in quelle aree si fa davvero fatica, sono case nascoste da una fitta campagna, dalle strade principali è impossibile vederle, per raggiungerle occorre attraversare chilometri di trazzere dove attorno si vedono distese di serre e campi. In una casa vivono interi nuclei familiari, anche più di 10 persone, intorno c’è solo sporcizia e misera, manca l’acqua, la luce e i servizi essenziali. Le comodità si pagano a parte e già l’affitto medio delle abitazioni è di 300/400 euro. Se si chiede di avere la luce e l’acqua si può perfino arrivare a pagare oltre 500 euro. I servizi igienici sono vere e proprie latrine e, nella maggior parte dei casi, si trovano all'esterno delle abitazioni. Box che, ad andare bene, hanno la dimensione di un metro per due, sporchissimi e indecenti.

Se si chiede ad un capostipite di una famiglia romena il perché non valuti l’ipotesi di lasciare quella casa e affittarne una in centro a Vittoria dove sicuramente pagherebbe meno avendo più comfort, la risposta è che la sua preoccupazione è di uscire dal giro, di smettere di lavorare (anche perché molto spesso i proprietari italiani delle serre oltre al lavoro nei campi pretendono che i «dipendenti» facciano anche da guardiani dei loro appezzamenti durante la notte).

Il tramite tra il proprietario delle serre e il lavoratore è il caporale che può essere italiano, uno del luogo, ma che spesso ci dicono essere un romeno che si è fatto le ossa in Italia e che ha gli agganci, per così dire, giusti. Sovente il caporale recluta direttamente i lavoratori in Romania e poi li guida nel percorso in Sicilia. È lui che la mattina va a prendere i lavoratori nelle case facendosi dare 5 euro a testa per portarli a lavoro.

«Se abbiamo bisogno di andare in ospedale o fare una visita medica a Vittoria o Ragusa – dice una donna romena – chiamiamo sempre lui e arriviamo a spendere anche 50 euro solo per il trasporto». Nessuno denuncia per paura di ritorsioni o di uscire dal giro. Adele (nome inventato) è una ragazzina, non avrà nemmeno 18 anni, è incinta e ha bisogno di continue visite mediche. Se non fosse per il servizio espletato dalla Proxima, molto probabilmente, non avrebbe fatto alcun controllo: troppo costoso farsi accompagnare frequentemente al consultorio o in ospedale.

In mezzo ci sono i bambini. Silvia (nome inventato) ha 11 anni e non sa nemmeno cosa sia l’infanzia. Così piccola deve già badare alla casa, è proprio lei che quando torna da scuola si mette a cucinare per tutta la famiglia. Lei non vuole tornare in Romania, ma stare in Italia e andare a scuola per poter fare un giorno la parrucchiera o forse l’insegnante.
Per loro la scuola rappresenta un diversivo rispetto alla vita che sono costretti a fare, una speranza per il futuro. Alcuni di loro, purtroppo non tutti, sono rientrati in un progetto finanziato dalla chiesa Valdese grazie all’otto per mille e portato avanti dalla cooperativa Proxima, finalizzato a favorire la scolarizzazione dei figli delle famiglie romene che lavorano nella fascia trasformata.

Una delle prime a comprendere l’importanza del progetto e ad aprire le porte di un istituto scolastico a questi bambini, è stata Vittoria Lombardo, dirigente dell’istituto comprensivo Giovanni XXIII di Vittoria. «Al momento – dice la dirigente – abbiamo 16 ragazzini dai 3 a 14 anni, abbiamo inserito i bambini più piccoli nella scuola dell’infanzia, mentre per quelli più grandi abbiamo creato la classe dell’accoglienza di scuola primaria e secondaria. Pian piano abbiamo poi provveduto all’inserimento di questi bambini all’interno delle classi avviando il processo di integrazione. Vorremmo che questo servizio possa estendersi per dare la possibilità sempre a più bambini di fruire del diritto allo studio».

«Siamo coscienti – dice Michele, operatore sociale – che sono centinaia i bambini romeni, e di altre etnie, che non conosciamo e che rimangono a casa, ma con i nostri piccoli mezzi facciamo quello che possiamo». Il lavoro di Michele non si limita solo a prendere i bambini e portarli a scuola, ma negli anni è riuscito ad acquisire la fiducia delle famiglie, cerca di capire se hanno bisogno di qualcosa, (come cibo, vestiti, accompagnamenti in ospedale, ecc...).
«I bambini - dice ancora Michele - amano la scuola e sono perfettamente integrati, ma a volte sorgono criticità che possono essere rappresentate dal fatto che non hanno i soldi per comprare il panino, quindi non vengono, o ancora che dei bambini devono sopperire all’assenza dei genitori dovendo badare ai più piccoli. Parliamo di ragazzini che hanno al massimo 12 anni a cui viene data la responsabilità di stare attenti ai fratellini».

Ogni mattina l’ingresso nel pullmino della Proxima si consuma un rito: ognuno ha il proprio posto e l’ambizione è quella di stare davanti accanto all’autista, privilegio che viene concesso a turno. Il percorso verso scuola è anche un momento per comprendere le difficoltà di questi ragazzini. Sovente ognuno di loro racconta una storia dice quello che vorrebbe fare da grande. La stragrande maggioranza dei maschietti dice di voler fare il carabiniere o il poliziotto, mentre le ragazzine sognano altro e manifestano il desiderio di un futuro sereno in Italia. Molti di questi bambini sono stati integrati anche in attività extrascolastiche grazie alla Caritas.

Marina di Acate in inverno sembra un deserto, tutte le case chiuse e nessuno per strada a parte i lavoratori delle serre. Qui, proprio a pochi passi dal mare, è sorto il presidio della Caritas che funge da centro di ascolto ma anche come punto di riferimento per la distribuzione di beni alimentari, vestiti, assistenza medica e legale.

«Abbiamo iniziato – spiega Vincenzo La Monica, responsabile immigrazione Caritas di Ragusa – cercando di perlustrare la zona facendoci conoscere e, soprattutto facendo sapere agli immigrati della nostra presenza. In tre anni tra magrebini e romeni abbiamo incontrato circa 1200 persone. Non siamo riusciti a censirli tutti, ma possiamo dire con certezza che in un territorio così piccolo ma quasi impossibile da controllare, vivono migliaia di persone spesso sconosciute all'anagrafe».

«L’integrazione tra magrebini e romeni – spiega ancora La Monica – non è affatto semplice perché i primi vedono i romeni come i responsabili del fallimento del loro progetto migratorio. I magrebini vivono in zona da almeno 20 anni con una buona integrazione e anche una discreta sindacalizzazione, ma si sentono minacciati dai nuovi lavoratori rumeni che accusano di rubargli il lavoro».

Ogni settimana nel presidio della Caritas arriva un medico per visitare chi ne ha bisogno. «Facciamo – dice ancora il responsabile della Caritas – circa 20 visite a settimana, registriamo di più problemi legati alle condizioni abitative e lavorative, come mal di schiena bronchite ecc, ma quello che ci preoccupa di più è aver appurato tantissimi casi di mal nutrizione, un fenomeno che pensavamo fosse superato».

«Individuare i romeni che vivono in quelle aree - spiega Peppe Scifo, segretario generale della Cgil Ragusa - non è affatto semplice, perché queste famiglie arrivano qui senza neanche passare dal centro urbano e vengono portati direttamente nelle campagne. Grazia alla legge sul caporalato abbiamo più strumenti, ma serve un’azione più incisiva degli organi preposti come l’ispettorato del Lavoro e l’Inps».

In realtà negli ultimi mesi la questura e il comando provinciale dei carabinieri hanno ordinato diverse operazioni finalizzate al contrasto del caporalato. I blitz delle forze dell’ordine in collaborazione con l’ispettorato del lavoro hanno portato alla luce alcune situazioni di sfruttamento lavorativo e umano con lavoratori sottopagati costretti a vivere in abitazioni fatiscenti.
Per imparare a sognare, a fine estate i ragazzini romeni sono stati coinvolti in uno spettacolo teatrale intitolato “Serrenentola”, una sorta di rivisitazione della fiaba che, per l’occasione, è stata ambientata in una serra con una piccola romena che da serva fa innamorare il principe azzurro cambiando radicalmente la propria vita. Una storia che dà speranza e che vuole essere uno stimolo per questi ragazzini che, in fondo, vogliono godere di un diritto sacrosanto: essere bambini come tutti gli altri.

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