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Le meraviglie di una Catania che non c’è più

Una mostra, ospitata nella Biblioteca regionale universitaria al rettorato, in piazza Università, ci rivela la città del passato dal ricordo dell’Osservatorio astronomico fino a quello della sfarzosa villa D’Ayala

Le meraviglie di una Catania che non c’è più

Catania - Nella Biblioteca regionale universitaria al rettorato, in piazza Università, è possibile visitare la mostra “Catania scomparsa” ideata e curata dal direttore, architetto Carmelo Distefano. Si tratta di foto, disegni, piante, pagine di riviste e giornali locali che ci restituiscono le immagini di palazzi, edifici, giardini e strutture che non ci sono più, distrutti per mano dell’uomo o, più raramente, per calamità. Costruzioni che vengono presentate, quando possibile, all’interno del loro contesto originario, cioè in strade e piazze anch’esse cancellate dagli eventi e dallo “sviluppo” urbanistico che troppo spesso ha avuto i connotati di un vero e proprio sacco che ha devastato intere parti di città.

«Una mostra - spiega l’architetto Distefano - realizzata, a costo zero, con i documenti della biblioteca, scelti e calibrati in base alla capienza delle vetrine espositive. L’obiettivo che si propone è soprattutto quello di far capire alle giovani generazioni l’importanza della tutela dei beni culturali, e questo proprio a partire dallo scempio che ne è stato fatto nel passato e di cui non siamo immuni neppure adesso. Le immagini esposte, inoltre, esprimono anche come è cambiato nel tempo il concetto di bene culturale mostrando come alcune delle demolizioni hanno avuto luogo con il parere favorevole della sovrintendenza, quando non direttamente per sua scelta. E questo perché fino a pochi decenni fa gli edifici novecenteschi, i manufatti industriali e i beni antropologici non venivano ritenuti degni di tutela».

Ne è eclatante esempio l’Osservatorio astronomico realizzato nel 1885 nel complesso dei Benedettini, sull’edificio che si affaccia su piazza Riccò, e poi demolito negli anni Ottanta per decisione del sovrintendente Paolo Paolini in quanto “superfetazione” della struttura originaria.

Ma andiamo con ordine. La mostra è articolata per temi. La vetrina dedicata al “Viale”, oggi Corso Italia, mostra la pianta del piano regolatore di Gentile Cusa che prevede la prima espansione della città fondandola proprio sul sistema dei viali. Qui è possibile ammirare in foto sbiadite, e rimpiangere, tante splendide costruzioni, come quelle della magnifica piazza Trento com’era, e la sfarzosa villa D’Ayala, a fianco dell’attuale Tribunale, demolita per una speculazione edilizia di bassa qualità. E poi piazza Santa Maria di Gesù, ampia, con pochi villini e la chiesa.

Un’altra sezione è dedicata al Giardino Bellini, al verde splendidamente curato di cui non resta più neanche il ricordo, e alla Casina Cinese, uno dei più belli esempi di Liberty catanese. Costruita nel 1885 come chalet-cafè, fu poi usata come biblioteca e infine distrutta in un incendio doloso nel 2001. E’ in queste foto d’epoca che si può vedere la Torre Alessi, un serbatoio per l’acqua alto 45 metri, voluto per irrigare il Giardino Alessi. A progettarla il grande Carlo Sada, l’architetto del Teatro alla Scala di Milano e del Teatro Massimo Bellini, che la volle non come una semplice “gébia”, ma come una torre terrazzata da cui poter ammirare il panorama della città. Nella “Gazzetta di Catania” del 9-10 maggio 1888 si legge una pubblicità con cui s’invitano i catanesi a visitarla per 2 lire a ingresso.

Ancora. Una parte della mostra è dedicata all’Esposizione agricola internazionale del 1907. Grandi padiglioni in legno, veri e propri capannoni industriali, progettati dall’ingegnere Ferro in modo da formare un’unica cortina esterna di notevole qualità architettonica. Fu il primo esempio di Liberty a Catania con il quale in città s’impose un gusto e una moda. Era fatta in materiale precario proprio in quanto struttura temporanea, ma ce ne restano magnifiche foto tratte dalla rivista dell’Esposizione curata da Federico De Roberto. C’è poi il capitolo Archi della Marina, quando il mare, prima dell’ampliamento del porto, arrivava in quella parte della città lambendo il viadotto. In mostra anche le strutture ricreative andate perdute: il teatro Castagnola, in piazza del Carmine, distrutto, nel febbraio del 1901, da un incendio di cui la “Domenica del Corriere” presenta una ricostruzione particolarmente animata con cavalli in fuga e vigili urbani in azione. Nelle foto si può ammirare anche l’arena Pacini di largo Paisiello, costruita in legno, nel 1877, su progetto di Filadelfo Fichera, padre di Francesco, e munita di un velario per schermare il pubblico dal sole e dalla pioggia. Deterioratasi nel tempo, fu demolita negli anni Trenta.

Capitolo a parte per il Museo Biscari, costruito secondo i criteri settecenteschi dal grande principe Ignazio Biscari e meta, per la sua bellezza e per il valore dei suoi reperti, di tutti i grandi viaggiatori del Grand Tour. Un museo, con le sue esposizioni improntate al gusto della Wunderkammer, la camera delle meraviglie, la cui specificità è andata perduta quando le collezioni sono state vendute al museo civico. Storia del tutto diversa è quello degli edifici distrutti dai bombardamenti del 1943. Anche questi fissati nelle immagini provenienti dal “fondo Nicolosi”, anch’esso custodito nella biblioteca regionale.

La mostra si conclude con un’immersione struggente nelle strade, tra i palazzi e dentro le case del vecchio San Berillo prima del suo sventramento. Immagini dell’archivio dei fotografi Marino, anch’esso custodito alla Biblioteca. E’ una piccola parte del notevole patrimonio di foto su San Berillo per il quale l’architetto Carmelo Distefano ha in programma di realizzare un’esposizione dedicata, contando sulla collaborazione di “Trame di quartiere” cui sarà affidato il compito di collegare ogni immagine ad un luogo, almeno di quelli che restano.

La mostra, aperta fino al 30 ottobre, è visitabile ogni giorno dalle 9 alle 13,30 e il mercoledì anche dalle 15 alle 18.

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