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Agrigento, l'anello di Theano è tornato a casa

La storia del monile d'oro trovato in un sarcofago nel 1871 e che ora la donna che lo deteneva ha deciso di donarlo al museo archeologico Pietro Griffo

Agrigento, l'anello di Theano è tornato a casa

È una storia d’amore che sottolinea come pochi legami possono essere così forti come quelli che si instaurano tra madri e figlie. Ma è, anche, la storia di un anello che, dopo poco più di un secolo dal suo ritrovamento, grazie al senso civico di una benefattrice, si ricongiunge al suo passato per diventare leggenda.

È il settembre del 1871, da pochi anni la Sicilia fa parte di un nuovo Stato sovrano e indipendente. Girgenti, l’antica Agrigento, ha un suo museo civico voluto dall’avvocato Giuseppe Picone che, in breve tempo, organizza una raccolta di oggetti provenienti da collezioni private, promuovendo una prima campagna di scavi.

Diventa oggetto di ricerche il declivio che segue a meridione la linea della collina dei templi dove si trovano la necropoli Giambertoni e quella cosiddetta romana, con le prime notizie di scavi ufficiali pubblicate nel 1901 da Antonio Salinas.

Nel 1871, appunto, in quella stessa zona era stata ritrovata una sepoltura che aveva suscitato grande eco per la presenza in essa di un’iscrizione in lingua greca scolpita nel marmo a trovata a breve distanza dal sarcofago, con la tenera dedica di una madre: “Agli dei sotterranei Theano visse 19 anni, 2 mesi e 12 giorni, la madre Sabina alla figlia vergine, pura, dolcissima”

Il proprietario delle terre, che era presente nel momento del ritrovamento, trova all’interno del sarcofago un piccolo anello in oro e lo tiene per sé; inizia, così, la romantica ed affascinante storia dell’Anello di Theano.

A raccontarcela è Donatella Mangione (nella foto qui in alto a destra), Funzionario direttivo archeologo del Museo archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento, che dice: “Non avevamo contezza del ritrovamento dell’anello perché, come c’era stato riportato dalle notizie dell’epoca, si parlava soltanto del ritrovamento del sarcofago con l’iscrizione. In epoca recentissima –continua il funzionario - la signora Anna Cutaia Riolo (nella foto qui sopra a sinistra) ci ha parlato dell’anello che in famiglia veniva tramandato col nome di anello di Theano. La zona dove è stato trovato il sarcofago apparteneva alla famiglia Montana, proprietaria di Villa Aurea e delle terre limitrofe. Nel momento del ritrovamento – spiega l’archeologa- il proprietario, che si chiamava Emanuele, trova l’anello e lo dona alla sua figlia minore. Il monile, poi, giunge in eredità al figlio maggiore di lei ed alla sua sposa, la signora Cutaia, che, profondamente colpita dalla triste storia, non ha mai voluto indossarlo, decidendo, infine, con grande gesto di generosità, di donarlo al nostro Museo, con il semplice ma nobile desiderio di ricongiungere l’anello al resto che apparteneva a Theano: il sarcofago che aveva accolto il suo corpo e l’iscrizione che la ricordava. Inoltre, in una commovente lettera, la signora Caruana ha sottolineato che il monile appartiene agli agrigentini”.

L’anello in questi giorni è esposto per la prima volta al pubblico al Museo “ Griffo” in occasione della interessante mostra ad ingresso gratuito, inaugurata la scorsa settimana, dal titolo “FuORIpercorso”. In mostra, anche, il cosiddetto “Tesoro di Racalmuto”.

Un evento imperdibile, promosso dal Polo Museale con il sostegno di CoopCulture, curato dal direttore del Museo Giuseppe Parello, da Carla Guzzone e dalla stessa Donatella Mangione che descrive, così, l’anello: “Si tratta di una semplice vera di 16 mm di diametro, piatta internamente e leggermente convessa all’esterno, con bordi ondulati a determinare un motivo a chicchi di grano alternati a barrette con incisione interna longitudinale. L’oggetto, come recenti analisi hanno confermato, è fuso in una lega a base di oro nativo, con minime percentuali di argento e rame, insieme a tracce di ferro stagno e piombo”.

Dal punto di vista archeologico, infine, si è discusso molto sull’epigrafe per capire, cioè, se si trattasse di una sepoltura pagana o cristiana. In quell’epoca, siamo nel III secolo dopo Cristo, il cristianesimo è molto diffuso in Sicilia. Gli studiosi, però, non hanno ancora chiarito la tipologia di sepoltura: “L’iscrizione – chiarisce la dott.ssa Mangione - comincia con un’invocazione agli dei sotterranei. Quindi, è difficile che ci si riferisca al nostro Cristo, è più un riferimento pagano. I chicchi di grano, inoltre, rimandano al mito di Demetra e Persefone. Il chicco di grano è legato proprio a Demetra divinità preposta all’agricoltura ed ai raccolti. Infine, la storia del legame della madre e della figlia si lega sempre al mito di Demetra che ritorna sulla terra. L’elemento del grano - conclude Donatella Mangione- ci riporta alle divinità Ctonie e propenderebbe per un’individuazione pagana della sepoltura”.

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