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Turismo in Sicilia, la provocazione di Sgarbi: «Ma chi verrà mai se esportiamo solo mafia?»

Di Ombretta Grasso

CATANIA - Nel Paese della Grande bellezza, e degli orrori perpetrati contro di essa, si discute ancora se sia possibile vivere di arte, cultura e turismo. Prigionieri della fatwa dell’allora ministro Tremonti, «con la cultura non si mangia», e della “maledizione dei siciliani” «che non vogliono cambiare», come accusa Vittorio Sgarbi. Incapaci di quella rinascita che è un miracolo sempre rimandato.

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Sgarbi, si può vivere in Sicilia di cultura e bellezza?

«Se a questo obiettivo collaborassero lo Stato e la Regione sarebbe possibile. È uno dei paradossi di Farinetti: alle Canarie volano 75 milioni di turisti, che possono solo andare a mare perché non ci sono i grandi monumenti della civiltà siciliana, mentre nell’Isola ne vengono solo 7 milioni. La vocazione turistica è più nominale che reale. In Sicilia si è fatto un sacco, ma nel senso che si è saccheggiato inseguendo imprese fuori logica e fuori tempo. Se ne è fatta la frontiera contro la mafia, vedendo la mafia anche dove non c’era, diffondendo il panico e dando l’idea della Sicilia come zona di guerra, in cui ogni impresa sarebbe sottoposta al pizzo. La Sicilia è diventata il campo d’esercitazione dei vari Caselli, Di Matteo Ingroia…».

Mafia e pizzo non si possono ignorare o nascondere.

«Nessuno può negare che la mafia ci sia e vada colpita, ma senza trasformare la Sicilia, e la Campania, in scenari per fare i film su mafia e camorra. Se esportiamo solo mafia ci meritiamo di non avere i turisti».

Come combattere il “sacco” dell’Isola?

«Basterebbe assecondare la Sicilia nella sua vocazione naturale, mentre la perversione è totale: a Pergusa, luogo del mito di Persefone, si è pensato di stravolgerne la realtà poetica creando un circuito automobilistico. Si cercano soluzioni capricciose inadatte persino all’America».

Più che il denaro manca la cultura?

«Certo. Pensiamo alle Film commission: quelle della Sicilia sono al 90% indirizzate solo alla mafia, non a produrre i grandi documentari alla Folco Quilici o Vittorio De Seta che raccontano la Sicilia come un luogo del mito, un paradiso terrestre».

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«Quella polemica non fu capita, alcune cose erano sacrosante. Quella speculazione, quelle seconde o terze case abitate solo per poche settimane deturpano il paesaggio. C’è una maledizione sull’Isola che contrasta uno sviluppo che assecondi la sua natura».

All’ex ad di Enel ha urlato: le pale eoliche dovete mettervele nel c...

«Né il Piemone né la Toscana hanno pale eoliche che sfregiano e umiliano il paesaggio e fanno arricchire la mafia. In Sicilia, dove c’è uno dei paesaggi più belli d’Italia, ce ne metti tremila. Una mostruosità».

Cosa funziona?

«Si è preservato il Sud Est, da Noto a Ragusa, con il fondamentale riconoscimento dell’Unesco, dove si restaurano anche i muretti a secco, oggi patrimonio dell’umanità. Anche se il restauro più bello è quello del borgo di Castelluccio fatto dal principe Lucio Bonaccorsi con la moglie Luisa Beccaria. Anche il trapanese è splendido, ma a Mozia un contributo importante l’ha dato un privato, non la Regione».

A proposito di piccoli musei, lei ha polemizzato sulla Venere di Morgantina.

«Per Palermo capitale della cultura ho proposto una grande mostra sulla Magna Grecia con alcuni pezzi fondamentali come la Venere che avrebbero fatto parlare tutto il mondo. Bisogna lanciare la Venere prima di metterla all’ergastolo nel museo di Aidone, che è carino ma in inverno avrà forse 6 visitatori al giorno, lontani dalle cifre del Getty Museum di Malibù. Si poteva fare tra le tante “cagate” di Manifesta delle cui mostre e autori non ricordi niente ma che comunque aveva un ottimo taglio, portare opere ini luoghi belli e spesso poco sconosciuti di Palermo».

Sicilia 2030, tre proposte per il futuro.

«Rimettere in piedi il Tempio G di Selinunte, un’idea che dopo di me si è dissolta. Rilanciare il Festival di Taormina che ha fascino e storia. Potenziare realtà nascoste come il bosco della Ficuzza con la Casina di caccia dei Borboni dove si potrebbero fare belle mostre, in una dimensione più piccola della Venaria Reale».

Di chi è la colpa se non sappiamo valorizzare i nostri tesori?

«Ha ragione Tomasi di Lampedusa: i siciliani non vogliono cambiare. In Sicilia non si può lavorare, non si riesce a costruire. Per Salemi ho messo dentro tutto: il museo del paesaggio, dell’arte sacra, del Risorgimento, della macchina , poi tutto si ferma, si scioglie il Comune per mafia. In questa tragedia della Sicilia, comunque, ciò che viene dal cielo resta nella sua intatta bellezza. Come la festa di S. Agata di Catania in cui la città ritrova nella santa una dimensione corale. E’ la sublimazione del male che abbiamo detto finora: nel nome di S. Agata la Sicilia ritrova la sua bellezza barocca».

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