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Dalla mafia arcaica de “Il giorno della civetta” all'apocalittico “Cadaveri eccellenti”

Di Franco La Magna

Il 20 novembre di trent’anni fa moriva a Palermo il grande scrittore di Racalmuto, i cui romanzi e racconti hanno fornito al cinema italiano abbondante materia letteraria di trasposizione sul grande schermo

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Negli anni ‘60 l’anemico cinema mafiologico nazionale, che fino ad allora ha semplicisticamente compresso il fenomeno mafioso entro i confini siciliani, muta angolazione scoprendo e trasponendo sullo schermo le opere di Leonardo Sciascia. Lo scrittore di Racalmuto supera la «linea della palma afro-siciliana», ma altresì quel «mondo cupo, aggrondato… chiuso tutto in sé, non relazionato al mondo della storia» che resta uno dei tratti tipici di una buona parte degli scrittori isolani. Con l’inquietante parabola di “A ciascuno il suo” (1967) regia di Elio Petri (interpreti: Gian Maria Volontè, Irene Papas e Gabriele Ferzetti) - un ingenuo intellettuale soccombe quando cozza con il potere mafioso - lo scrittore concepisce invero «una storia italiana, sottratta ad ogni suggestione di colore locale» (Addamo), solo accidentalmente - si potrebbe dire - ambientata in Sicilia.

La fortuna filmica di Sciascia prosegue l’anno dopo con l’incalzante “Il giorno della civetta” (1968) regia del “mafiologo” Damiano Damiani (interpreti: Franco Nero, Claudia Cardinale, Lee J. Cobb, Tano Cimarosa), garbuglio di ambigui legami politici e legge umiliata e offesa. Nello scontro tra il locale boss biancovestito e il bel capitano dei carabinieri Bellodi (ispirato alla figura del generale Dalla Chiesa) il secondo inevitabilmente è destinato a soccombere subendo un trasloco coatto. Retoriche, romanzate e folcloristiche, le due opere restano tuttavia saldamente ancorate ad una visione romantica e arcaica della mafia, infiorettata di codici d’onore, di “voscenza binirica” e di “baciamo le mani”. Fantapolitica e metafore della realtà caratterizzano invece gli anni ‘70. “Todo modo” (1976) regia di Elio Petri, fantascientifica ipotesi di distruzione della classe dirigente rappresentata dai notabili dell’allora creduta eterna Democrazia Cristiana, implode in una surreale, indefinita, Zafferana Etnea (“Zafer”). Ivi un prete giustizialista (Marcello Mastroianni) ammazza ad uno ad uno i notabili del partito di maggioranza relativa e alla fine si suicida. Grande performance mimetica di Gian Maria Volontè nei panni non dichiarati ma palesi di Aldo Moro. Catturato dalla suggestione metaforica anche il “realista” Francesco Rosi nell’altro apocalittico “Cadaveri eccellenti” (1976, dal romanzo “Il contesto”) gira un «labirintico apologo politico sulla strategia della tensione». Grande il cast: Lino Ventura, Paolo Bonacelli, Tino Carraro, Paolo Graziosi, Anna Proclemer, Renato Salvatori, Charles Vanel, Florestano Vancini. Atipico e amaro giallo-rosa, “Un caso di coscienza” (1970, da un racconto) regia del catanese Gianni Grimaldi, ambientato in un immaginario paese della Sicilia (sempre Zafferana Etnea). Esplosione di un putiferio a seguito d’un tradimento confessato da una donna del paese a un settimanale femminile. I limiti del film (e della regia) sono evidenti ma la materia letteraria, nonostante tutto, li travalica. Molti i siciliani chiamati da Grimaldi: Buzzanca, Ferro, Abruzzo, Sposito, Puglisi, Carrara. Meno conosciuto l’agghiacciante “Una vita venduta” (1976) di Aldo Lado (dal racconto “L’antimonio”) breve vita di un miserabile “caruso”, nel 1936 spinto dalla fame a combattere contro l’esercito repubblicano accanto alle truppe del generale golpista Franco. In anni più recenti ancora un romanzo dello scrittore è il forte tramite di “Porte aperte” (1990), regia Gianni Amelio, tenebrosa storia ispirata ad un fatto realmente accaduto nella Sicilia del 1937. Film intenso e sofferto da qualcuno considerato «il miglior dramma giudiziario italiano» anche per le straordinarie e misuratissime interpretazioni di Gian Maria Volontè, Ennio Fantastichini e Renato Carpentieri. Tra gli attori siciliani: Tuccio Musumeci e Vitalba Andrea. Penultima, apparizione cinematografica sciasciana, “Una storia semplice” (1991) di Emidio Greco «giallo di ambizioni metafisiche che allude e allegorizza» (un caso di falso suicidio fa scoprire un commissario disonesto), risoltosi in un tentativo andato a vuoto di conquistare un pubblico più vasto. Quattro i film televisivi e un docu-drama (2000) tratti dalle sua copiosa produzione tra il 1978 e il 1989. Con “Il consiglio d’Egitto” (2002) di Emidio Greco, clamoroso falso storico inventato dall’abate Vella (Silvio Orlando) per abbattere i privilegi dell’aristocrazia siciliana, l’avventura cinematografica di Sciascia pare inopinatamente giunta al traguardo, ma è proprio il cinema italiano che sembra aver perso la bussola di fronte alla continua evoluzione del fenomeno mafioso.

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