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Letizia Battaglia e la ricca umanità dei folli: «Spesso la pazzia è meglio di molta normalità»

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Letizia Battaglia e la ricca umanità dei folli: «Spesso la pazzia è meglio di molta normalità»

Di Giusy Sciacca

Icona della fotografia internazionale, pioniera tra le fotoreporter, attivista e militante: Letizia Battaglia, classe ’35, è la donna che tutti dovrebbero incontrare almeno una volta nella vita. Appassionata, carismatica, empatica e generosa, la fotografa ha radunato un folto pubblico mercoledì 15 a Palazzo Merulana, nuovo centro romano d’arte moderna e contemporanea, dove ha incontrato il saggista Goffredo Fofi. La conferenza, promossa dall’associazione Collettiva, ha raccontato la follia e i manicomi a quarant’anni dalla morte di Franco Basaglia attraverso le immagini scattate nella Real Casa dei Matti a Palermo tra il 1985 e il 1989. Lì, tra l’obiettivo della macchina fotografica e i malati, Letizia Battaglia ha creato un flusso affettivo che emoziona e documenta le atrocità di un passato recente.

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Perché scelse il manicomio?

«Sono entrata in manicomio per attrazione. Così come ho attrazione per la vita e per i reietti. Io non ho mai avuto paura della follia. Anzi, ci andavo incontro, ci abbracciavamo. Dentro il manicomio ho trovato un’umanità toccante. I folli sono persone ricche, che non sono state onorate da questa società. E dovremmo vergognarci per questo. Io stessa mi rivolsi alla psicoanalisi nella difficoltà e, dopo tre anni, mi riconsegnò a me stessa».

Come riuscì a conquistare la fiducia dei degenti?

«Nel modo più semplice. Tirai una palla a una ragazza e iniziammo a giocare. A poco a poco li coinvolgemmo in diverse attività, dallo yoga al teatro. Organizzai perfino un concerto punk! In quegli anni eravamo tutti così, pazzi e felici. Spesso la follia è davvero meglio di molta normalità».

La sua sensibilità fu attratta soprattutto dalle donne. Avevano un destino più triste?

«Era più facile e frequente far internare una donna con i pretesti più scellerati. Erano vittime di abusi, della famiglia e dei mariti per primi. A volte, e questo vale anche per gli uomini, il manicomio risolveva perfino casi di eredità controverse. Molti non erano affatto matti all’inizio. Con la coercizione, la reclusione, le pratiche atroci come l’elettroshock e le urla, alla fine matti ci diventavano».

Ci sono delle storie dolorose che l’hanno colpita?

«Fara Lamberti, che ho conosciuto quando aveva sessant’anni. Una donna molto aggraziata, pulita e che portava dei fiorellini tra i capelli. Era entrata in manicomio all’età di 14 anni. Un prete l’aveva messa incinta. Il bambino finì in orfanotrofio e il prete continuò a dire messa come se nulla fosse. All’epoca ogni malato costava allo Stato 400mila lire, ma non avevano neanche il sapone. Per questo ognuno di loro aveva un sacchetto, che custodiva gelosamente con carta igienica e poco altro portato dai parenti. Quando suor Crescenza decise di far pulizia e buttare il sacchetto con tutto ciò che Fara aveva raccolto in 45 anni, lei morì di crepacuore. Decidemmo per questo di farle un funerale folle e gioioso. L’accompagnammo cantando e ballando, perché lei felice non lo era stata mai. Sono passati 30 anni e io mi commuovo sempre nel ricordarla».

La sua esperienza con i malati fu solo all’interno dell’istituto?

«No, anzi. Fui molto legata a Graziella, la ragazza che in una delle foto porge un fiore e mi assomiglia pure un po’. Aveva solo 4 anni quando la madre, dopo il terremoto del Belice, la consegnò per sempre alla follia. La conobbi che ne aveva 22. La ospitai in casa mia per circa un anno, riuscii a convincere l’amministrazione. Fui però costretta a ospedalizzarla infine, perché nel suo caso il tempo aveva arrecato danni irreparabili. Provai dolore quando mi disse di volere tornare a casa, in manicomio. Era quella l’unica realtà che aveva conosciuto in vita sua. E per me fu un fallimento».

L’irrequietezza, la solitudine, l’anticonformismo spesso si pagavano con l’internamento. Dando loro un volto, sente di aver riscattato la libertà negata di molti?

«No. Le foto non cambiano la società. È la lotta di tanti, la politica a poterlo fare. Credo nella disciplina, nell’impegno. Mi piace pensare che il mondo possa migliorare. È questo che io sento con profondità».

E dopo la chiusura dei manicomi?

«Gli anni ’70 hanno segnato il periodo delle grandi riforme: il divorzio, l’obiezione di coscienza, la chiusura degli ospedali psichiatrici. L’Italia è stato il primo Paese al mondo a dismettere i manicomi, ma tanto riformismo fu poi disatteso dalla politica sociale seguente. Tuttavia, il mondo sta cambiando nei confronti dei deboli. Avevo una zia affetta da sindrome di Down. In passato persone Down rimanevano in casa, non avevano una vita sociale. Oggi lavorano, a loro è data la possibilità di un inserimento nella società».

È più tornata nell’ex manicomio palermitano?

«Sì. È un palazzo tutto bianco adesso e nel cortile non ci sono più le urla. Mi chiedo quale fine abbiano fatto».

Ancora le donne. Siamo depresse, aggressive, pazze. Quante anticonformiste oggi sarebbero in manicomio?

«Parecchie, figlia mia, parecchie».

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