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Tuccio Musumeci: «Dopo la lotta al coronavirus ci sarà quella al colesterolo»

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Tuccio Musumeci: «Dopo la lotta al coronavirus ci sarà quella al colesterolo»

Di Redazione

«Questi non sono arresti domiciliari, questo è 41 bis!». Eccolo il Beckett catanese, Tuccio Musumeci, a metà tra Godot e Charlot con cui condivide il segno zodiacale: ariete fu Chaplin, nato il 16 aprile, ariete è Tuccio che il 20 ne compirà 86. E, a parte felicitazioni e complimenti di rito, Tuccio è davvero un miracolo di vitalità vera, uno che al teatro di parola (quella terragna e “misteriosa” del teatro siciliano di tradizione) affianca, con lo stesso picco di creatività, il linguaggio del corpo.

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Vedetegli fare Pipino il Breve recitando accosciato sotto al mantello azzurro dall’inizio alla fine e poi vediamo chi è veramente “ggiovane”. Oggi è un leone in gabbia, Tuccio. Restrizioni, contenimenti, fase 1 e fase 2 (la vendetta) sono mattoni come le lasagne della réclame.

«Forse ci riesce chi ha sempre fatto casa-ufficio, ma per me stare fuori è regola di vita e soffro in modo insopportabile. Che si decidano ad aprire pochi esercizi per settore, non ho neanche dove comprare una lampadina!».

Si può sempre consolare con i supermercati…

«Certo! Sulu mangiari! E dopo la lotta al virus ci sarà quella al colesterolo. A parte che in coda, fuori, in giornate di freddo, la gente ha già la polmonite prima di entrare».

Nell’ultima guerra lei era giovanissimo. Ricorda un disagio del genere?

«Mai. Allora c’era il coprifuoco e quando gli inglesi venivano a bombardare dovevamo spegnere le luci e chiudere le imposte. Accanto a palazzo Di Gaetani, appartenuto a mia nonna, c’era il comando generale dei tedeschi: gli inglesi “sdirrubbanu” gli edifici accanto, ma quello dei tedeschi no ’nzittànu mai. Quando eravamo sfollati a Viagrande, alle 5 del pomeriggio si chiudeva tutto, ma il resto della giornata si viveva normalmente. Sarà perché ero ragazzo, ma la mia paura di allora era infinitamente minore di adesso. Sa, io penso che…».

Che?

«I virus sono sempre stati nostri coinquilini. A parte la peste manzoniana, penso all’Asiatica di fine Anni ’50. Anche la Sars nel 2003 non ci fermò, io ero in tournée in tutta l’Italia. Oggi, le restrizioni toccano tutto il pianeta che nel frattempo sembra essersi ripulito. Altro che mascherina, fuori si respira aria purissima. Io la mascherina non la indosso fuori, la metto quannu trasu ’a casa perché me’ mugghieri è di Milano, figurarsi!».

Ma se è al suo fianco da una vita, ormai è catanese d’adozione!

«Sì ma è ’na tragedia stare ch’i mugghieri a casa! Ho vissuto lunghi periodi lontano e ora n’acchiappamu ogni minutu. Peggiu d’o virus!».

Come dire: a casa, moglie=1, percepite= 4.

«Direi! Basti pensare a quel signore di Bari, in coda per ore, toccava a lui e se ne ritornava in fondo alla fila pi’ no stare c’a mugghieri».

Che faceva in teatro prima della clausura? Prove?

«No, con Pattavina avevamo appena finito il lavoro di Camilleri, “Filippo Mancuso e Don Lollò” che ha avuto un successo enorme, richiesto in tutta Italia. E meno male che non siamo partiti».

Era il turno di “San Giovanni decollato”, allora.

«No, era già sospeso perché avevo un impegno con la Palomar per uno sceneggiato, ma ovviamente è tutto rimandato. E allora mi sono messo a gironzolare per casa».

Casa sua è una e due. Al pianterreno c’è il vorrstupendissimo studio di suo figlio Matteo, il compositore. Avercene di “vie di fuga” così.

«Matteo doveva essere a Trieste perché il teatro Verdi metteva in scena una cosa con le sue musiche, mio figlio Claudio doveva partire per l’America. Salta tutto. Nel suo studio sistemo tutte le mie cose, ogni tanto mi guardo un dvd ma mi pigghiu collera perché ero chiù picciotto e poi ’i sabbu. Le mattinate passano presto, la croce è il pomeriggio! Ieri, in terrazza, ho potato le piante… un silenzio di tomba! Allora arriminu libri antichi e spero ca scura presto».

Spettacoli “salvavita”? Inventiamoci un cartellone teatrale anticlausura.

«A risollevare gli animi ci vorrebbe “Pipino”, “Piccolo grande varietà” e quel lavoro di Filippo Arriva».

“Vita, miserie e dissolutezze di Micio Tempio poeta”. Tutto sommato è più lirica la Catania brutta, sporca e cattiva di fine ’700 di questa desolazione.

«Anche “Fiat voluntas dei” di Macrì è un bel “ripasso” sulle pandemie, era di scena la Spagnola che mi pare molto simile al Covid».

E poi c’è la televisione.

«Noooo. Peggio del virus! Guardare la tv è un danno, stuoli di scienziati mai concordi in niente e soprattutto perché non devono dire chi muore per altre cause e chi per questo virus? L’anno scorso ne sono morti 8.000 pi fatti so’! E allora? E tanti anziani al patibolo? Non criru ca c’è di mezzo l’Inps? Certo è che il virus farà scomparire l’Europa unita: noi cittadini siamo isolati, ma gli Stati europei lo sono ancora di più».

Arietini e argonauti, lei e Chaplin.

«E testa rura! Me lo confermarono il suo giardiniere di Agrigento ed il suo autista che conobbi a Roma. Carattere tremendo! Io nacqui il 20 ma fui rivelato il 21 in omaggio al “Natale di Roma” con cui il fascismo sostituì la Festa del Lavoro del 1° maggio. Oggi mi pari c’arristai ju sulu a “marciare”, in Italia…»

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