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«Se non scrivo muoio», Emanuele Macaluso negli articoli di Tony Zermo

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«Se non scrivo muoio», Emanuele Macaluso negli articoli di Tony Zermo

Di Tony Zermo

Le crisi di governo, la cronaca politica, i fatti di mafia, le lotte dei lavoratori. Quando c'era bisogno di un'analisi attenta di ciò che accadeva in Italia e in Sicilia, lo storico inviato speciale de La Sicilia Tony Zermo intervistava spesso Emanuele Macaluso per la sua capacità osservazione critica, ironica, verista. E in comune con lo storico segretario del Pci scomparso oggi, il giornalista che ci ha lasciato poco più di un mese aveva proprio la passione per la scrittura. Tony Zermo aveva intervistato Macaluso l'ultima volta il 7 settembre del 2019, ma qui vogliamo proporvi un articolo uscito nel 2016 in occasione della pubblicazione del libro dal titolo «La politica che non c’è».

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E’ un politico senza tempo, nel senso che ha cavalcato due secoli scrivendo e insegnando politica. Parliamo di Emanuele Macaluso, che a 92 anni posta un commento ogni giorno su Facebook. E questi «fondini» sono finiti dentro un prezioso libro della casa editrice Castelvecchi. E’ stato ed è ancora la mente critica della sinistra italiana, ha diretto «L’Unità» e il «Riformista», ha scritto libri e saggi, lui che da carusu lavorava nelle miniere di Caltanissetta per poi fare una grande carriera di scrittore e di parlamentare. Ancora me lo ricordo quando l’Università di Catania gli conferì la «laurea honoris causa» ed era appena ottantenne.

Più che un grande politico è un grande uomo che non ha mai dimenticato la sua terra e non si è mai fatto negare dal nostro giornale quando gli abbiamo chiesto un articolo, un’intervista, un parere.

Ha scritto sempre, tranne una pausa per la morte del figlio di 65 anni che aveva chiamato Pompeo come un suo amico carissimo, Pompeo Colaianni, compagno di studi e di lotta.

Lui dice di se stesso: «Perché a 92 anni continuo a scrivere un corsivo al giorno? E non più sulla carta stampata, ma in uno spazio ritagliatomi su Facebook? In breve posso dire che se non scrivo, se non comunico quello che penso, per me è come morire. Questo stato d’animo dev’essere dovuto al fatto che ho sempre scritto, dai primi articoli del 1942 sulla stampa clandestina del Pci in cui descrivevo la condizione dei minatori che lavoravano nelle miniere della Montecatini fino a scrivere corsivi sulla pagina siciliana dell’Unità che Giorgio Frasca Polara firmava Em.Ma.  Da allora il giornalismo è stata la mia attività prevalente. Non fu un caso che nel 1982 Berlinguer e tutta la direzione del partito mi chiesero, in un momento difficile del giornale, di dirigere “L’Unità”. Quando lasciai la direzione del giornale il nuovo direttore mi chiese di tenere una rubrica, “Terra di tutti”. Lo feci per alcuni anni e a volte criticavo anche il segretario del partito, Achille Occhetto. Quando Veltroni abolì le rubriche, e quindi anche la mia che non era perfettamente allineata al nuovo corso, fu il direttore de “Il Giorno” che mi chiese se volevo pubblicarla con la stessa intestazione sul suo giornale. Accettai e tutti i direttori che seguirono continuarono a pubblicarla. Poi ho fatto l’editorialista del “Mattino” di Napoli, del “Gazzettino” di Venezia, de “La Sicilia” di Catania e infine de “La Stampa” di Torino».

«Tutti i direttori hanno rispettato la mia autonomia, dato che scrivevo le mie personali opinioni. Nell’ottobre del 2002 Antonio Polito iniziò a pubblicare “Il riformista” e mi chiese di scrivere. Ogni giorno c’era un mio corsivo. Infine nel 2015 ho accettato la proposta fattami con affettuosa insistenza da Peppe Provenzano e da Sergio Sergi (ex corrispondente dell’Unità da Mosca di cui ho un simpatico vecchio ricordo tra il festival di Taormina e Malta per il summit Bush padre-Gorbaciov, ndr) di usare uno spazio da loro creato su Facebook. Vi ho scritto con una lunga e dolorosa pausa, tutti i giorni tranne la domenica, e ancora vi scrivo. Tutto qui? No. La mia vocazione a comunicare quello che penso ha ancora una fortissima motivazione nel tentativo di reagire alla crisi della politica e quindi della sinistra. Continuerò a seminare idee in un terreno che appare arido perché può essere utile. Penso a chi comincia a porsi domande sull’avvenire del nostro Paese, del nostro pianeta, dell’umanità. Per questo comunicherò i miei pensieri fino a quando avrò respiro e il cervello non si fermerà».

Intanto teniamoci stretto quest’uomo dalla lunga vita. Vi proponiamo alcune pillole.

«I giornali ci informano che Grillo e Casaleggio propongono alla carica di presidente della Repubblica il pm Di Matteo. L’idea è geniale. Il Presidente Di Matteo potrebbe nominare Travaglio presidente del Consiglio, Ingroia ministro della Giustizia e il maresciallo addetto alle intercettazioni ministro dell’Interno. L’Italia può stare tranquilla».

«16 gennaio 2014. Non sapevo che nella mia città, Caltanissetta, dove si sono svolte le prime grandi lotte dei contadini, nel 2012 con un atto ufficiale del governo regionale, è stata dichiarata “zona franca della legalità”. L’atto è stato voluto dall’attuale presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, oggi indagato per mafia, e dall’ex presidente della Regione Raffaele Lombardo, già condannato per mafia. Oggi Lombardo condannato in primo grado è emarginato, mentre Montante è a capo della Confindustria, ha un suo personale assessore nel governo regionale ed è presente in tutte le minestre in cui circola denaro e si esercito un potere diffuso e incisivo».

«4 marzo 2015. In un editoriale di Mario Deaglio su La Stampa è scritto che “gli squilibri tra le varie parti del Paese sono aumentati anziché attenuarsi”. Cioè non si dice con chiarezza che è paurosamente cresciuto lo squilibrio tra Nord e Sud. Del resto nella politica del governo e dei partiti è stata cancellata la questione meridionale. Ma anche dal Sud non vengono proteste e proposte, sembra che prevalgano il mugugno e la rassegnazione». Diagnosi perfetta in poche righe.

«27 ottobre 2015. Matteo Renzi parlando dal Perù rivolgendosi alle opposizioni del Pd e alla sinistra radicale sparsa ha detto che dal voto polacco viene un segnale chiaro: l’alternativa al suo Pd è solo il populismo grillino, leghista e berlusconiano, un cocktail di destra. C’è del vero. Ma questo avvertimento non dovrebbe attenuare la critica al Pd e a Renzi se nel loro agire alimenta proprio il populismo. Occorre che la critica e la lotta politica tendano non alla frantumazione, ma a fare emergere una politica e un’idea di partito con cui Renzi deve fare i conti».

Questa di Macaluso è una raccolta di scritti importanti perché segue passo passo lo svolgere degli eventi della nostra storia più recente. Ancora una volta, il vecchio caro Emanuele, un siciliano vero, ha colpito nel segno.

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