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Dad, intervista a Paolo Crepet: «Esperimento di massa fallito, crea insicurezza»

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Dad, intervista a Paolo Crepet: «Esperimento di massa fallito, crea insicurezza»

Di Alessandra Fassari

In piena crisi di governo, il dibattito sulla validità pedagogica della didattica a distanza continua a far parlare di sé. Tre lettere sulla bocca di tutti: Dad, dai sindacati agli intellettuali, dai docenti ai politici, dagli psicologi alle associazioni professionali. Motivo di blasone o sfoggio di erudizione? Esempio di resilienza o questione di sopravvivenza? Ne parliamo con Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e saggista, da 40 anni impegnato nel campo dell’educazione.

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Professore, parlando di Dad cosa le viene in mente?

«I rifugi antiaerei durante la guerra, uso quest’associazione di idee per cercare di far comprendere che la Dad non può essere altro che uno strumento emergenziale di breve durata».

A proposito di durata, anche il ministro Azzolina ha dichiarato che, pur essendo stata lei a volere la Dad, ora è tempo di smettere.

«A marzo e aprile scorsi, io avevo già detto che la Dad era una vergogna e non l’ho certo detto come offesa personale, ma con argomentazioni da addetto ai lavori, come ho spiegato all’interno del mio libro “Vulnerabili” in un intero capitolo dedicato alla scuola. Il fatto è che inizialmente la Dad è stata osannata perché per molti sembrava aver risolto la situazione e ciò creava consensi ai politici, ma poi qualcuno avrà fatto notare che difendendo ancora la Dad i consensi sarebbero andati persi, così il discorso è cambiato. Dopo la prima ondata si sarebbe dovuto immediatamente lavorare con una task force del Ministero per permettere a tutti gli studenti di ogni ordine e grado di rientrare in classe in presenza».

Cosa della Dad non ha funzionato?

«In Italia il supporto tecnologico è ad oggi molto scarso e questo crea differenze sociali fra gli alunni, il digitale divide è in atto quindi la Dad non fa raggiungere a tutti gli studenti gli stessi risultati e ciò aumenta quella dispersione scolastica che già poneva il nostro paese in coda fra quelli europei».

Quali saranno le conseguenze di una Dad eccessivamente prolungata?

«E’ chiaro che se gli strumenti tecnologici non funzionano bene, a livello cognitivo l’educazione viene meno. Le scuole medie inferiori sono fondamentali per la formazione dei giovani studenti, quindi la Dad di questi mesi ha creato un gap formativo e quelli che andranno in seconda media è come se non avessero fatto la prima, dunque pensiamo a quelli che andranno alle medie superiori, faranno una fatica enorme e ovviamente la qualità dell’insegnamento calerà perché i docenti si dovranno adeguare e cosa accadrà all’università?...»

Genitori e docenti stanno riscontrando nei giovani una sorta di ottundimento generale, può avere a che fare con quello che lei ha definito “autismo digitale”?

«Premetto che non volevo offendere nessuno, ho semplicemente messo in atto un traslato usando una forma clinica come metafora, in questo caso intendevo dire che la mancanza dei sensi porta alla perdita stessa dei sensi e durante la Dad i sensi tendono a perdersi. Cinque anni fa scrissi “Baciami senza rete” in cui, pur non criticando i mezzi tecnologici, evidenziavo i miei dubbi a riguardo in quanto sapevo che tali mezzi avrebbero avuto degli effetti collaterali. Allora però non potevo pensare che l’uso dei social si sarebbe moltiplicato oggi per 100 o per 1000 e sono contento che ciò sia accaduto perché è stato un grande esperimento di massa non riuscito, si era pensato che non avrebbe comportato nessuna conseguenza negativa a livello sociale ed emotivo sui giovani, invece i fatti ci hanno dimostrato esattamente il contrario, è stata una devastazione».

Lei definisce la classe un “luogo di socializzazione”, quali sono - dunque - le conseguenze che questa quarantena casalinga comporterà sui giovani?

«Potrò risponderle con dati concreti fra 3/4 anni, quando faremo le ricerche, comunque i risultati non saranno uguali e dipenderanno da vari fattori: dal tempo della quarantena perché più si allungherà più i danni cresceranno o dall’età degli studenti in quanto i più piccoli hanno maggiore capacità di resilienza dei grandi. Ad ogni modo possiamo sin da subito intuire che, venendo meno quel palcoscenico sociale che è la scuola, spesso usato dai più insicuri per emergere, si verranno a creare delle insicurezze significative».

Con riferimento al contesto didattico, secondo lei, cosa accadrà nella terza fase?

«Penso alla terza fase del dopo vaccino come a un momento molto bello per l’Italia, sarà un nuovo rinascimento dopo questi secoli bui e accadrà una cosa meravigliosa che si chiama noia e poi avverrà un altro miracolo che si chiama nausea e la formula noia + nausea dà vita al cambiamento. Mi spiace per il signor Mark Zuckerberg e per quelli che come lui hanno guadagnato tanto con la tecnologia, loro conoscono i social, ma non conoscono l’uomo».

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